Esiste da qualche parte e in tutte le lingue un cimitero delle parole.
Se consultate, ad esempio, siti vari dedicati alla lingua italiana vedrete illustri deceduti. Non sono sempre morti subitanee, ma spesso è il disuso che le allontana da noi.
Qualche esempio lampo e in ordine sparso: sciamannato: disordinato, trasandato; gaglioffo: ribaldo, briccone; obnubilarsi: offuscare/indebolire la capacità di vedere o di comprendere; lapalissiano: di cosa o fatto, del tutto evidente, scontato; pleonastico: ridondante; trasecolare: rimanere sbalordito e sconcertato, allibire.
Potrei proseguire a lungo. Oggi noto e piango la crisi della parola “tenerezza”.
L'etimologia della parola tenerezza è affascinante perché ci riporta a un'immagine fisica, quasi tattile, che spiega perfettamente perché oggi la sentiamo "in crisi".
Deriva dal latino tenĕre, che significa "essere tenero", ma le sue radici sono ancora più profonde.
Alla base c’è la radice indoeuropea *ten-, che significa tendere, allungare, distendere. È la stessa radice di parole come tensione, tentacolo, ma anche tenue.
La tenerezza non è mollezza, ma una "tensione verso l'altro". È l'atto di protendersi, di allungare la mano per toccare o accogliere senza spezzare.
In latino, l'aggettivo tĕner veniva usato per descrivere ciò che è nuovo, giovane, non ancora indurito.
Si riferiva ai germogli delle piante, alla carne dei piccoli animali, alla pelle dei bambini. Una specie di antidoto a quel che, per contro, si indurisce e si capisce cosa voglia dire se applicato ai sentimenti.
Più assertivo riflettere sul legame fra i latini tenĕre (essere tenero) e tenēre (tenere, trattenere), che hanno origini parzialmente diverse, ma nel tempo si sono intrecciate nel sentimento comune.
La tenerezza è la capacità di "tenere" l'altro con delicatezza, senza stringere troppo da soffocarlo. Un modo gentile per amare e volere bene.
Sulla crisi della parole e sul suo essere diventata démodé esistono diverse piste da seguire.
Si può dire che viviamo in società più ciniche e più competitive, che il mondo digitale ci allontana dal contatto fisico e visuale. Se ascoltiamo certa musica dei giovani vien da dire - come cartina di tornasole dei cambiamenti - che la tenerezza può essere considerata buona per vecchie canzoni del Festival di Sanremo di antan.
La tenerezza implica delicatezza + protezione + commozione, un mix che oggi tendiamo a spezzettare in concetti più immediati e meno “poetici”, talvolta tristemente sdolcinati come certi emoji che sostituiscono le parole per facilità e rapidità.
C’è una frase che circola ovunque sui social, che suona così: ”E ricordate anche quella parola poco usata che è ormai quasi sparita dall’uso, sia in pubblico che in privato: tenerezza. Non potrà farvi male”. Compare in un racconto di Raymond Carver(Santa Teresa, 1983). Vista la data sembra quasi una profezia.
Chissà forse si pensa che la tenerezza mostri le nostre debolezze, mentre è la forza di restare umani e sensibili, nonostante tutto e penso ai tempi grami che viviamo e attaccarsi ai sentimenti più veri diventa come non mai un’ancora si salvataggio.
Interessante - per chi ama questa lingua - è la parola francese "tendresse", che ha mantenuto una sfumatura meravigliosa e quasi carnale al concetto di tenerezza. La tendresse, per un percorso linguistico originale, è l'amore spogliato dell'ansia da possesso. È un affetto che accetta l'altro per come è. Mentre la passione può esaurirsi, la tendresse è considerata la forma di amore che "resta" quando il fuoco si calma. È durevole.
Così come l'aggettivo tendre si usa moltissimo per il cibo (una carne tendre è una carne che si taglia senza sforzo) e anche questo si collega alla nostra umanità.
Ha scritto Victor Hugo: ”La tendresse, c’est l’amour qui se repose”.
Più politico e riflettiamoci è Albert Camus: ”La vraie générosité envers l’avenir consiste à tout donner au présent, avec tendresse ».