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02 gen 2026

Il dolore per Crans-Montana

di Luciano Caveri

La carneficina di Crans-Montana, che ha insanguinato l’inizio del 2026, addolora sia per la tragedia avvenuta, con un numero di vittime da brivido, e anche perché colpisce una località familiare per noi valdostani.

La scoprii tanti anni fa quando, da giovane cronista Rai, feci alcuni reportage “autour de nous” nelle stazioni di grido svizzere e francesi.

Poi ci tornai per conto mio e anche per le mie deleghe del passato in tema di cooperazione transfrontaliera (è stata naturale la richiesta di un elicottero valdostano di soccorso proprio per questi trascorsi).

I vallesani e i valdostani si somigliano, certo con qualche feeling più facile con la parte francofona, ma il legame Zermatt/Breuil-Cervinia e la nostra piccola comunità Walser creano rapporti con la componente germanica della Repubblica nostra confinante.

Abbiamo passioni comuni (pensiamo alle reines e alal viticoltura), tratti culturali assai simili, anche la voglia di far festa in un ambiente montano che vive in simbiosi sin dalla notte dei tempi attraverso i passi alpini (iconico il Gran San Bernardo, cui nel 1964 si aggiunse il tunnel ai suoi piedi) e montagne uniche come il Cervino- Matterhorn e la sinfonia del Monte Rosa.

Ora questo rogo in un luogo di movida o, come ormai si dice ormai l’aprés-ski (dal francese "dopo lo sci"), che si riferisce alle attività sociali e di svago che si svolgono dopo una giornata di sci o snowboard, come bere, mangiare, ascoltare musica e ballare in rifugi e bar sulle piste o nelle località da dove partono gli impianti, spesso a partire dal tardo pomeriggio (15:00-16:00) e che variano da momenti rilassanti con bevande calde a feste animate sui tavoli. Include anche il relax e il divertimento in compagnia, con un'atmosfera informale che permette di rimanere anche con l'attrezzatura da sci, a volte includendo eventi più strutturati.

Capodanno resta sulle Alpi - e quante Mezzanotte ho vissuto così - un momento intenso di festa, come l’altra sera. Mi sono messo nei panni di queste vittime, il cui numero sconvolge e purtroppo sono ancora tantissimi fra la vita e la morte. I più giovani erano sedicenni, praticamente coetanei di Alexis, mio figlio più piccolo.

Tornate indietro con la memoria e pensate a che chi eravate a quell’età e alla joie de vivre che supera alla fine ogni problema adolescenziale.

Esiste in queste morti così violente e nella sofferenza dei feriti con le terribili ustioni una terribile ingiustizia, frutto certamente di catene di errori e non solo di fatalità, che pure ci ha messo lo zampino.

Ora mi auguro che questa vicenda inneschi un logico ragionamento sulle misure di sicurezza e sia la Giustizia a fissare le responsabilità al di là delle ricostruzioni sui Social.

Ma l’altro auspicio è che non si scateni una sorta di “caccia alle streghe” verso quelle feste che ho descritto all’inizio e che rendono la montagna luogo di amicizia e di socializzazione.

Resta l’ampiezza di una tragedia che resterà purtroppo negli annali e il dolore spaventoso di chi ha subito il lutto e ora con trepidazione segue il destino di chi cerca di vivere nel chiuso dei reparti di rianimazione.

Ho seguito da molto lontano i fatti nel loro sviluppo in un crescendo di orrore e ringrazio la redazione de Le Nouvelliste, celebre quotidiano vallesano, che seguo da tempo, per la professionalità e il garbo con cui hanno informato su di una vicenda difficile da trattare.

Come spesso capita, certe vicende così dolorose ci ammoniscono sul Destino che incombe sulle nostre esistenze.

Nella Tragedia greca era un tema centrale. Ricordo una frase di Sofocle: “Il destino è un baratro oscuro dove la