Mi sono convinto con il tempo che mai si esaurirà la mia curiosità, che non so neppure se possa definirsi intellettuale o cos’altro.
Quel che forse ho capito è che non ci si debba chiudere nella gabbia delle categorie e tutto è utile da apprendere, che sia tema serio, serioso, semiserio o, sbalzando altrove, sia scherzoso, umoristico o, ancora più lontano dalla serietà, ironico e sarcastico.
Leggo Enrico Cicchetti su Il Foglio che si destreggia su di un frutto (forse): “In principio era il deserto, e nel deserto alcuni uomini. Pastori nomadi con la bocca impastata di sabbia e vento, raccolti con le proprie greggi in una grotta che la geografia moderna battezzerà Uan Muhuggiag, nel sud-ovest di una Libia allora più rigogliosa ma di certo non ospitale. Chiacchierano e osservano le pareti della grotta, decorate con dipinti di cacciatori armati di lancia e prede in fuga: grossi bovini, giraffe e coccodrilli.
Qualcuno tiene fra le dita una manciata di semi che scricchiolano tra i denti e non ha idea che un giorno questi diventeranno reperti da laboratorio, insieme a ossa, manufatti e alla mummia di un bambino, ritrovati in quello che oggi è un importantissimo sito archeologico. Quei semi, come dimostrerà seimila anni dopo un'analisi genetica pubblicata su "Molecular Biology and Evolution", rappresentano il più antico genoma vegetale mai sequenziato: appartenevano a un antenato selvatico del nostro cocomero, tremendamente amaro, come nota la botanica Susanne Renner della Washington University di St. Louis, che insieme al dottor Guillaume Chomicki della Sheffield ha guidato lo studio. Ma i nostri pastori del resto non stavano cercando dolcezza: cercavano grasso, nutrimento, l'equivalente preistorico di una barretta energetica”.
Incipit appassionante!
E ancora: ”La polpa del frutto, allora, era pallida e insipida: più zucca che anguria. Ci vorranno millenni di selezioni, innesti e mutazioni per trasformare quella bacca desertica in ciò che oggi tagliamo a fette in spiaggia, nel "frutto dell'albero della sete", come lo definì il genio poetico di Pablo Neruda. Perché l'anguria, - "balena verde dell'estate, cassaforte dell'acqua, bottega della profondità", è sempre farina del sacco del Nobel cileno - non è solo un frutto ma un piccolo universo sferico dove si intrecciano storia, mito, cultura e simbologia.
Che il cocomero nasca dalle savane e non da un Eden rigoglioso dice già molto della sua natura doppia: prima di diventare balena dell'estate, fu pesciolino essiccato: semi masticati dai nomadi nubiani, cetrioloni giallognoli che sembrano fratelli rachitici dei colossi che affollano i nostri supermercati, già affettati e incellofanati a dovere; eppure sono loro a raccontare come il gusto umano abbia lentamente addolcito la natura. Solo con l'agricoltura del Nilo il frutto originario cominciò a diventare più zuccherino e più grande”.
Mi fermo qui nella citazione che indica la stesa successivo: antico Egitto, quando avviene la trasformazione della zucca nel cocomero!
Da lì in Europa.
In Italia è una babele linguistica: “In Emilia e Toscana lo chiamano cocomero, dal latino volgare cucumis, che significa "cetriolo". Al nord si dice anguria ma in ligure è la pastèca (dal francese pastèque, che a sua volta viene dall'arabo battikha, "melone"). A Napoli ci si rinfresca con o' mellon e’ acqua. L'accademia della Crusca ha tracciato la mappa di questa babelica variabilità: ogni nome porta con sé un pezzo di storia. "Anguria è variante settentrionale per il toscano cocomero; il nome entra in italiano attraverso il veneziano dal greco tardo angóuria plurale di angóurion 'cetriolo' (...] In Calabria, zi parrucu (zio parroco), cioè rubicondo come il volto del parroco". Anche se il dialettale zipangolo si associa facilmente a Zipangu o Cipango, il nome col quale Marco Polo indicò il Giappone”.
Possibile? Sì perché dall’Africa aveva viaggiato verso l’Oriente! Infine la biologia nella ricca ricostruzione di Cicchetti: “Il cocomero appartiene alla famiglia delle cucurbitacee: cugino dei cetrioli, più vicino alla zucca che alla pesca. Secondo le analisi filogenetiche più recenti, il suo antenato più prossimo potrebbe essere il melone del Kordofan (regione del Sudan), che sembra una zucchina disegnata da Botero. Se poi parlate con i botanici, vi diranno che l'anguria è un "falso frutto". Si tratta in realtà di una bacca pepònide, un termine che sembra inventato da Calvino per un bestiario fantastico.
Oggi se ne coltivano centinaia di varietà: dalle mini angurie giapponesi densuke (nere, perfette, che possono arrivare a costare migliaia di euro) ai mostri americani da Guinness, come quello da 159 chili cresciuto in Tennessee. C'è persino un campionato mondiale di sputo del seme: record imbattuto 23 metri, abbastanza per coprire la lunghezza di un vagone ferroviario”.
Tralascio altre storie e mangio una fetta di anguria e rimpiango certe serate in alcune città con il baracchino del cocomeraro.