Ma il mondo non è uno schermo

Il sottoscritto durante il collegamento in video conferenza per il Sono contento di poter scrivere di aver visto lungo. Qualche volta può anche capitare! Mi riferisco a quando nel 2003 entrai in Regione come assessore e dotai di apparecchiature per le "videoconferenze", come si chiamavano allora, Aosta, Roma e Bruxelles. Si evitavano così trasferte inutili, interloquendo con persone distanti. Era una rarità e questa modalità di comunicazione stupiva ancora.
La pandemia ha fatto esplodere ed ha reso popolare per tutti questa tecnologia con un'incredibile accelerazione a tutti i livelli e in tutti gli usi, complice il confinamento e la generalizzazione dello "smart working" ed il suo predecessore, il "telelavoro".
Leggo su "IoDonna", Eliana Liotta: «Solo qualche tempo fa sarebbe sembrata roba da fantascienza. Chi ha una certa età ricorderà quando le chiamate interurbane erano costose, quelle internazionali ancora di più e non esistevano i cellulari. Oggi la tecnologia permette di connettersi con gente che sta all'altro capo del pianeta e i vantaggi sono enormi. In una manciata di mesi è avvenuta una trasformazione digitale che altrimenti sarebbe arrivata forse in due anni: il "covid" ci ha catapultati nella dimensione detta "on life", in una continua interazione tra realtà e on line».

Verissimo ed aggiungerei che mai come non mai le giornate sono infarcite con questa modalità di incontro, che cambia per sempre certe nostre convinzioni.
Aggiunge l'articolo: «Il tema è di estremo interesse per gli scienziati, che si ritrovano con una larga fetta dell'umanità trascinata dagli eventi in una sorta di mega-esperimento collettivo. In un libro ("Relating through technology") appena pubblicato in America dalla Cambridge University Press, Jeffrey Hall, docente all'università del Kansas, riassume il contributo delle ultime ricerche sulle relazioni sociali intessute attraverso vie tecnologiche. Esiste la "fatica da Zoom", sostiene, come già altri studiosi avevano fatto notare con l'esplodere dello "smart working" e delle teleconferenze. (...) "Zoom", prima poco conosciuta, è balzata dai dieci milioni di partecipanti a riunioni giornaliere nel dicembre 2019 ai trecento milioni di aprile 2020».
Poi la giornalista si chiede: «Che cosa c'è di diverso rispetto all'incontro vis-à-vis? Manca la sincronia: le menti sono riunite e i corpi no. Il linguaggio non verbale esiste da molto prima che gli esseri umani possedessero la capacità di parlare. E' il modo in cui discerniamo amici e nemici, in cui ci rendiamo conto se qualcuno è felice o triste. Con le conferenze di gruppo è più difficile se non impossibile leggere gesti delle mani, postura, microespressioni del viso. Il cervello allora è costretto a concentrarsi molto sull'ascolto delle frasi e si sforza».
Aggiungiamo che tutto peggiora con cattiva connessione, audio improbabile, visi storti e spesso troppi interlocutori on line e il rischio da Torre di Babele emerge nel sovrapporsi di voci e nel rischio che il dialogo a distanza ingeneri equivoci».
Ma esiste nella bella descrizione più psicologica: «Quello che però più mette in imbarazzo la maggior parte delle persone è l'immagine di se stessi rimandata dalla telecamera in una finestra del computer, uno specchio permanente che rende iperconsapevoli di ogni ruga, di ogni ciuffo fuori posto e di ogni espressione facciale. Ci si sente come su un palcoscenico, con la necessità di esibirsi: peccato che sostenere una performance richieda più energia di una semplice interazione sociale».
Infine: «Consiglio finale che vale per tutti, giovanissimi e anziani, in smart working o meno, avvezzi ai social network o habitué dei messaggi su "Whatsapp": psicologi, neuroscienziati e medici di ogni disciplina concordano sulla necessità di stabilire ore o anche giornate di disintossicazione digitale, in cui si ripone ogni dispositivo elettronico e ci si dedica a qualcos'altro. Un libro di carta, una passeggiata, una chiacchierata in famiglia».
La realtà, il contatto fisico, lo sguardo, l'ammiccamento, il sorriso (se non si ha la mascherina), l'insieme dei nostri sensi: il mondo che mai uno schermo potrà sostituire.

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