Povera Scuola

La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina durante la sua prima visita ufficiale dopo il lockdownMio figlio Laurent in questi giorni prenderà la laurea magistrale on line - ed è una vera tristezza - e mia figlia Eugénie, che ha già preso la laurea di primo livello, ha dovuto fare degli esami anche lei via Web e ciò dimostra come il maledetto "coronavirus" incida non poco sull'Università. Resto convinto - e lo penso anche rispetto alle Università telematiche - che gli studi di quel livello servono anche per far parte di una comunità in carne ed ossa e non virtuale.
Ma i ragazzi più grandi sono ormai cresciuti e formati, mentre altrettanto non si può dire del più piccolo, che inizierà a settembre la quinta elementare, dopo il disastroso periodo di confinamento con la "didattica a distanza", che a quell'età non può assolutamente sostituire, neanche nel migliore dei mondi possibili, l'insegnamento in aula.

Per cui guardo alla ripresa della scuola, il 14 settembre, con evidente apprensione e mi domando se qualcuno stia pensando a quei lavori strutturali che risulteranno necessari per una regolare ripresa dei lavori, che devono essere effettuati nel cuore dell'estate, perché ogni ritardo sarebbe insostenibile.
Leggevo su "Huffpost" quanto scritto dal giornalista Alessandro Barbano, meglio di come avrei fatto io, in una sua analisi lucida: «Occhio non vede, cuore non duole, dice il proverbio. E noi che abbiamo rinunciato a guardare che cosa accadeva alla scuola durante il suo interminabile, e perciò non ancora concluso, lockdown, non abbiamo di che dolercene. Lo stop alle lezioni ha messo fuori gioco anche il vituperato "Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo", quello che i "Cinquestelle" in tutti i modi hanno cercato nell'arco di due governi di amputare, mettere all'angolo, se non proprio di chiudere, in nome del principio che la misurazione dell'apprendimento sarebbe un'ingiusta discriminazione in un Paese in cui l'ignoranza è più protetta del sapere. Così non sappiamo che ne è stato di quei sette milioni e cinquecentomila dei nostri ragazzi, per i quali la campanella si è ammutolita il 9 marzo e tornerà a suonare solo il 14 settembre, o piuttosto il 24, complici le elezioni regionali».
Ma la vera notizia è nel proseguo dell'articolo, che conferma quanto qualunque genitore di buonsenso ha capito già da solo: «In altri Paesi, però, sono andati a guardare che cosa hanno prodotto 14 settimane di lezioni perdute. E hanno testato una caduta dell'apprendimento variabile tra il 35 e il 50 per cento rispetto alla generazione di un anno fa: in parole semplici vuol dire che i ragazzi entrati nel tunnel del "coronavirus" sanno la metà dei loro fratelli maggiori. Un handicap di proporzioni immani, che peserà sul loro percorso di studi futuro, sulle occasioni di lavoro e sull'economia, in misura più grande di ciò che segnala la caduta del "Pil", la crisi del turismo, e perfino il crollo della produzione industriale.
Eppure la circostanza non agita più di tanto la navigazione tormentata del gabinetto "Conte due", impegnato in una pantomima dilatoria sull'impiego dei 37 miliardi del "Mes". Né suscita l'allarme e la protesta dell'intellighenzia nazionale, al netto di una intermittente attenzione dei media e di qualche campagna ideologica contro la didattica a distanza. Tra le forze politiche di maggioranza la tardiva percezione di una sottovalutazione viene risolta scaricando le responsabilità sulla ministra dell'Istruzione, con l'effetto di fare della sua obiettiva debolezza un isolamento politico ancora maggiore»
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Già Azzolina, ministra per caso e senza la necessaria esperienza, che nella filosofia dei "grillini" è un valore aggiunto, perché l'ignoranza al potere è l'antidoto contro i cattivoni che l'esperienza ce l'anno. Osserva Barbano: «Certo, Lucia Azzolina non ha brillato né per tempestività, né per energia, né per chiarezza di vedute, né soprattutto per autorevolezza, che è richiesta in dote supplementare in un ambiente lacerato da microinteressi e conflitti. Ma i partiti che si avviano ad approvare il quarto scostamento di bilancio, per un totale di cento miliardi di euro caricati in debito sulle spalle delle generazioni future, non hanno battuto ciglio quando venivano stanziati tre miliardi per "Alitalia" e solo uno per la ripresa delle lezioni, o quando un fiume di denaro pubblico finiva in improbabili sussidi.
Nessuno si è stracciato le vesti per riaprire le scuola a maggio, come è avvenuto in alcuni Paesi europei, o a giugno, com'è avvenuto in quasi tutti i rimanenti, o a luglio, come sarebbe stato ancora possibile per recuperare il ritardo perduto e completare l'anno scolastico. Con l'effetto che oggi si gioca a calcio, si riempiono i teatri e le arene, si affollano le piazze e i luoghi di ritrovo, si riconvocano perfino le manifestazioni politiche. Ma le aule no. Le aule restano deserte. Perché nessuno dei partiti di maggioranza, e di opposizione, oserebbe chiedere ai sindacati degli insegnanti l'esecuzione del contratto, che sulla carta prevede un solo mese di ferie e undici di attività, ma che la prassi ha trasformato in un liberi tutti a metà giugno. E ci vediamo a metà settembre»
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Chi ha militato per l'apertura, me compreso, è finito per troppe persone nell'elenco dei "cattivi", che sottostimavano l'età degli insegnanti, che essendo elevata li poneva come soggetti a rischio, e metteva anche i pericoli gli allievi, benché si sapesse che i giovanissimi e i giovani non erano colpiti, se non con numeri bassissimi, dal maledetto virus. Ancora l'autore dell'articolo: «Ci provò anni fa il ministro Francesco Profumo a sollevare il problema di recuperare le ore perdute a luglio. Rischiò il linciaggio sindacale. Così l'Azzolina ha messo le mani avanti. E quando ancora non si aveva la benché minima idea di come fronteggiare la pandemia, si è preoccupata di assicurare ciò che non si sarebbe fatto: no a straordinari, no a doppi turni, no alla ripresa estiva delle lezioni. Il resto lo hanno fatto i partiti, di maggioranza e di opposizione, uniti nel bocciare il concorso di merito timidamente avanzato dalla ministra per assumere 32mila precari, in nome di un'infornata collettiva, intermediata dai sindacati e di sicuro dividendo elettorale.
Dal 9 marzo ad oggi la scuola non è mai stata la priorità per la classe dirigente del Paese. Così, con sostanziale indifferenza abbiamo atteso per mesi le linee guida per ripartire. E quando, finalmente, a fine giugno sono arrivate, abbiamo scoperto che c'era scritto scritto solo: "arrangiatevi, e speriamo che la pandemia ci lasci in pace". Perché altrimenti, in caso contrario, la scuola sarà ancora la prima a chiudere. E allora via con le proteste. Del sindacato dei presidi anzitutto. Che dopo aver invocato per anni l'autonomia, messi di fronte all'autonomia dell'emergenza hanno preteso che "il governo ci dica che cosa dobbiamo fare". Ma il governo, almeno su questo, ha detto ciò che doveva dire: chiamate i sindaci, coinvolgete le imprese, fate accordi con le aziende di trasporto pubblico e privato, fatevi dare aule capienti, possibilmente gratis perché i soldi sono pochi, e rispettare la distanza di un metro tra bocca e bocca. Che comunque è quasi la metà dei sei piedi suggeriti dall'Organizzazione mondiale della sanità»
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Conclude Barbano e va letto tutto d'un fiato : «Che poi la didattica a distanza sia finita all'angolo, evaporando insieme all'idea tanto bella e tanto fragile che "dal lockdown usciremo diversi", è una conseguenza quasi naturale. Il Ministero ancora non sa che cosa sia accaduto in quei lunghi mesi di lezioni al computer. C'è un'indagine in corso, ma i dati sono sconosciuti. Un'altra l'ha fatta la "Fondazione Agnelli", scoprendo che il 20 per cento degli studenti è rimasto tagliato fuori. Perché non aveva il device, o piuttosto la connessione. Erano i più deboli, figli delle famiglie disagiate, soprattutto al Sud. Il loro analfabetismo funzionale è aumentato. E i 70 milioni stanziati per il potenziamento tecnologico erano briciole.
Ancor meno quelli destinati alla formazione. Perché una cosa è l'addestramento, un'altra è la didattica a distanza. Una cosa è spiegare Leopardi su "Zoom" e poi interrogare uno alla volta, secondo il modello frontale della tradizione. Un'altra è dire: "ragazzi, facciamo l'antologia leopardiana della quinta A, dividetevi in gruppo, andate a cercare sulla rete le poesie a vostro giudizio più significative e confrontiamoci poi insieme su come raccontare l'evoluzione del pessimismo". Per la formazione sulla didattica a distanza c'erano appena cinque milioni. Nessuno li ha spesi. Nessuno ha pensato bene di chiamare il corpo insegnante ad un aggiornamento estivo, in vista di ciò che potrebbe accadere a settembre, o in vista di ciò che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci. Ciò è avvenuto in piena consonanza con il mood di un ceto intellettuale mummificato, ma ancora capace di esercitare un'egemonia culturale, per il quale la didattica a distanza è il male assoluto, il passepartout di "Google" per il dominio delle menti. Con l'effetto che se, malauguratamente, il "covid" dovesse tornare a soffiare impetuoso, la scuola italiana tornerebbe nel limbo di sei mesi prima. Immobile e inerme, come un Paese che non ha una visione e che, perciò, rinuncia a cambiare.
Consoliamoci con una nuova infornata di assunzioni senza selezione e senza formazione. A tempo determinato, ma di fatto foriere di nuovi diritti maturati e di nuovo precariato pronto a bussare alle porte. Saranno cinquantamila, tra insegnanti e personale "ata", che si aggiungono a un corpo docente tra i più ipertrofici d'Europa. Senza alcuna certezza che le loro specializzazioni coincidano con la domanda di cattedre rimaste scoperte. Con il rischio che vadano a gonfiare l'organico aggiuntivo che, in molte scuole del Sud, sosta inattivo nell'aula dei professori. La "buona Scuola" di Renzi ne ha imbarcati così centomila: insegnanti di disegno, diritto, applicazioni tecniche, mentre le cattedre scoperte riguardavano matematica e scienze, italiano e lingue. Adesso la storia si ripete. In nome dell'emergenza, a cui non sappiamo proprio rinunciare, tanto da fare di tutto per non uscirvi mai»
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Ha scritto Michele Serra: «Non curare la scuola è come dimenticare di annaffiare l'orto o di rifare il letto, è una forma di sciatteria depressiva, un torto che si fa al presente e un sabotaggio in piena regola del futuro».

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