Le parole della pandemia

La 'quarantenaUna considerazione generale in premessa ci sta, ormai ad alcuni mesi dall'arrivo del "coronavirus". La prima osservazione riguarda la comunicazione istituzionale: la mia impressione è che a Roma come ad Aosta l'esperienza non sia stata positiva. Si è usato in alcuni casi uno strumento vecchio come il cucco della conferenza stampa ed in altri casi scorciatoie stile "social" con lunghi monologhi di protagonisti politici e scientifici. Sarà ora che si usino professionisti del ramo che abbiano studiato una disciplina che non consenta dilettantismo e la mancanza di un approccio opportuno fa scoprire ancora di più l'improvvisazione di larga parte della classe politica ed il linguaggio inadatto di chi affianca i politici con propri gerghi corporativi inadatti per il grande pubblico.
Il giornalismo spesso ha battuto queste stesse piste, dando anch'esso un'immagine per nulla idilliaca con troppi "reggimicrofono" e pochi capaci di dimostrare libertà di pensiero, scavando negli eventi ed evitando le troppe logiche ansiogene emerse nei momenti più delicati.

Le parole - per venire al punto - si sono dimostrate importanti e si è visto come di questi tempi si trasfigurino, altre ne arrivino e ne rispuntino di vecchie. Alcune sono frutto della scienza, altre della mania anglofona e poi - basta guardare certe norme giuridiche sul tema - il burocratese fa faville. Chi scrive o parla in radio o diventa inconsapevole diffusore di queste tendenze e finisce per essere, com'è normale, amplificatore di termini che diventano familiari e che speriamo scompaiano con il virus e diventino un ricordo.
Ad esempio in queste ore campeggiano espressioni in altri tempi difficili da usare, tipo
"test virologico" o "tampone", che oggi dimostrano la presenza di lui, il "coronavirus" che sembra persino grazioso nel l'evocazione, se non fosse che è intercambiabile con il robotico "covid-19".
"Quarantena", che faceva venire dal passato idee di navi alla fonda o luoghi di clausura per malati tipo la Torre del lebbroso di Aosta con il suo povero lebbroso, diventa un termine nuovo, anche se poi pecca di precisione, durando solo quattordici giorni.
Poi c'è il, il "lockdown" (che fa sparire l'italico "confinamento"), che si lega ai rischi di "contagio", che sale sul "picco" e rallenta nel "plateau" (che per i valdostani evoca il Plateau Rosa!). Ma, tipo film horror, si cerca sempre il "paziente zero", che assomiglia al manzoniano "untore". Ma se il problema diventa l'irragionevole massa, allora spunta il desueto "assembramento", termine più elegante di "casino", tipo quello nell'ora dell'aperitivo anche in Valle d'Aosta.
Ma poi l'inglese dilaga altrove visto che mettiamo le "mascherine" per proteggerci dai "droplet" (le goccioline che spargiamo da naso e bocca) e scopriamo l'esistenza dei kit per gli esami "sierologici", parliamo di "covid hospital", attendiamo i software delle app che servono per il "tracciamento" (ho scaricato "Immuni", pesando con orrore che la Ministra che se ne occupa è "pentastellata"!). Ma intanto si fanno "screening" ed i termometri diventano "termoscanner".
La tragica "didattica a distanza", per figli e genitori, è fatta coi "computer" o coi "tablet" e ci immergiamo nei "videotutorial" e nei "device", passando da "Skype" a "Zoom" o contentandoci - anche per fare "smart working" - del solito "Whatsapp".
Intanto c'è il boom del "delivery" e dell'"e-commerce" ed aspettiamo gli aiuti europei fatti di sigle, che nascondono soldi, soldi, soldi (la cui parziale gratuità resta sospetta). Vogliamo dimenticare l'anglicismo "sanificazione", che ha ucciso "disinfezione"?
Infine, non potendo sperare in "soggiorni marini" degli di questo nome, ci consoliamo sperando che non arrivi l'"ondata di ritorno" della "pandemia" (che ha surclassato l'"epidemia").
Come moderni aruspici appaiono a frotte i litigiosi "virologi", figure sinora neglette e oggi dappertutto in televisione! Ognuno dice la sua e più che un coro pare un "pollaio".

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