Il confronto, sale della democrazia

Il cartello all'ingresso della sede dell'Union ValdôtaineLa passione politica scalda il cuore, mentre l'odio ed i veleni, in politica, nuocciono gravemente. Il tempo serve sempre a relativizzare le vicende della propria vita e ad evitare di farsi il "sangue amaro", e questo non significa né mancanza di memoria né logiche assolutorie.
Con questi due assunti seguirò con interesse l'esito dei lavori congressuali di domani dell'Union Valdôtaine, che è stato il Movimento con il quale sono cresciuto e che mi candidò in diverse competizioni elettorali, permettendomi di ricoprire ruoli significativi che mi hanno forgiato come persona e come politico.
Oggi, che sono in una specie di "periodo sabbatico", lasciato ogni incarico elettivo dal 2013, ho la possibilità, con la maturità raggiunta e forse con un pizzico di saggezza per via dell'età, guardo a questo mio passato («glorioso», diceva qualcuno, giorni fa, e mi pareva un epitaffio da scongiuri) con serenità ma anche con qualche certezza.

La serenità è - cerco di evitare l'autoincensamento - deriva dall'aver fatto il mio dovere. Punto e basta, senza troppi fronzoli.
La certezza è che la scelta a suo tempo fatta di lasciare l'UV per creare l'Union Valdôtaine Progressiste fu una scelta obbligata. Chi dovesse mai andare a rileggere certi miei interventi ai Congressi unionisti o nei numerosi articoli pubblicati negli anni sul "Peuple Valdôtain", di cui mai si piangerà abbastanza l'avvenuta scomparsa, troverà - anche nei momenti di massimo fulgore elettorale del Mouvement - qualche mia preoccupazione per un gigante dai piedi d'argilla nel rapporto fra elettori e iscritti, per certi ingressi avvenuti con tesseramenti dubbi, per una deriva affaristica che puzzava nell'aria, per derive cesaristiche che restringevano dibattito e pluralismo interno, per alleanze politiche sbagliate.
Non giocavo alla Cassandra, ma semplicemente mi preoccupavo conscio com'ero del ruolo storico dell'UV e ricordando come ogni movimento debba essere arricchito da visioni diverse che diventano collimanti nelle azioni politiche e nel lavoro amministrativo se frutto di dibattito vero e non fatto di silenzi accomodanti o persino timorosi. Étienne de La Boétie nel Cinquecento sul rischio di una servitù volontaria, che ho visto dilagare nell'Union con molti galoppini e leccaculo, diceva: «C'est la liberté: bien si grand et si doux que dès qu'elle est perdue tous les maux s'ensuivent, et que, sans elle, tous les autres biens, corrompus par la servitude, perdent entièrement leur goût et leur saveur».
Il faro per il mondo autonomista deve restare il Federalismo come chiave di volta su cui costruire l'identità futura e su questo è stato chiaro mio zio Séverin Caveri, senza il quale l'UV sarebbe stata sepolta dalla partitocrazia italiana pochi anni dopo la sua nascita nel 1945: «La conception nazionaliste porte fatalement à l'imperialisme et se compose de deux sentiments parallèles: la surestimation de la patrie et la dépréciation des autres patries. Cette distinction établie, nous affirmons que la divinité de l'Etat-Nation doit descendre dans le limbe des dieux feroce de la tribu».
La linea di condotta deve restare quella di contrastare l'idea di una Valle d'Aosta che possa cadere vittima di un nazionalismo "lillipuziano", al posto di un sano patriottismo. La visione europeista di Séverin, che ho fatto mia, era solida e senza dubbi: «Les intellectuels peuvent donc et doivent être le ciment de l'union des peuples de l'Europe: il doivent nourrir les consciences, il doivent répandre l'idée nouvelle de la Patrie européenne». Dimostrazione che non bisogna solo guardare al proprio orticello e bisogna con costanza fare dei valdostani degli europei senza frontiere e che la cultura in politica conta.
La concezione di uguaglianza dei cittadini andava, ad avviso del mio illustre zio, applicata «à tous ceux qui voudraient s'inscrire à l'Union Valdôtaine en poursuivant des buts personnels, et à tous ceux qui soummettentleur fidélité à la Cause, à des conditions de profit ou de carrière».
Mica male, no? E fa capire perché lui stesso sia stato molto spesso controcorrente rispetto a «clientèles de ce genre», come le chiamava.
Ricordo ancora un altro breve scritto del 1947, "Une Maladie Dangereuse", che si rivolge all'Union Valdôtaine, di cui era fondatore ed all'epoca leader. Si riferisce sempre al clientelismo come metodo in politica: «Nous devons avouer que dans la mentalité de plusieurs Valdôtains il y a une superstition qui est solidement ancrée. La fonction des magistrats, par ce mot nous n'indiquons pas le juges, mais tous ceux qui ont reçu un mandat politique, ne serait pas celle de pourvoir aux intérêts publics, c'est-à-dire, aux intérêts de la collectivité, mais plutôt celle de faire "lo pleisi" aux amis, ou à ceux qui se croient être tels».
Seguono esempi: la richiesta di non denunciare un tizio che ha rubato delle piante; "dare una mano" ad una bocciata ad un concorso; evitare un esproprio per far passare una strada; cambiare un parere delle "Belle Arti" per far costruire una bruttura.
«Naturellement ces gens, lorsqu'ils vous demandent les choses les plus invraisemblables, ne manquent jamais de vous dire que leur "amitié" pour vous résistera à la bombe atomique. Pour ces gens, la Loi n'existe pas, l'Administration ne doit pas obéir à des règles de justice ni pourvoir aux intérêts publics: c'est une espèce de Congrégation de charité, qui doit leur distribuer les places, les rubans, les subsides, les privilèges, les faveurs, c'est-à-dire le injustices, en un mot, "lo pleisi".
C'est aussi intéressant de remarquer que si vous refusez tout cela, les postulants ont de profondes crises "spirituelles".
Le super autonomiste devient centraliste, le chrétien se convertitau bouddhisme, le communiste s'inscrit à la démocratie chrétienneet vice-versa. C'est un petit tremblement de terre, qui découvre que certains "idéalistes" sont des égoïste et des aspirants profiteurs cousus de fil blanc»
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Mica male come ammonimento contro voltagabbana e modello alternativo a certa politica vuota e senza valori, apparentemente vincente per molto tempo e che oggi è la causa principale della crisi dell'Union Valdôtaine, che ha cessato quel ruolo di locomotiva che ha avuto in passato. Troppi opportunismi e personalismi hanno ammorbato il mondo autonomista con certe "new entry" che sono arrivate da varie direzioni alla ricerca di vantaggi per poi andarsene senza ritegno alcuno in una logica "usa e getta".
Aggiungo ancora che, quando si accarezza l'idea dell'elezione diretta del presidente della Regione come medicina al caos, riducendo il ruolo delle Assemblee elettive, vale quanto osservava il mio rimpianto zio Séverin: «Bisogna fare in modo che la democrazia politica sia sempre più irrobustita, bisogna rafforzare sempre più gli organi della volontà popolare: il Parlamento, i Consigli regionali, i Consigli comunali. Bisogna che questa democrazia politica non sia soltanto un "décor de théâtre", uno scenario, non sia soltanto un nome vano, una forma, bisogna che sia sempre più concreta, sempre più efficace, sempre più positiva». Invece la Sinistra estrema valdostana cerca il Capo con una giravolta che lascia senza fiato.
Séverin Caveri ammoniva ancora su di un punto, la forza della democrazia locale e questo suona come un messaggio importante in vista delle imminenti elezioni comunali: «Se sia accetta che il nostro popolo sia capace di governarsi da sé, non si può dissentire da tutti i vecchi scrittori, di cento anni or sono ed anche più oltre, che vedevano nel governo dell'ente locale la grande scuola di democrazia, la formazione della classe politica, la via per trarre il popolo ad appassionarsi della cosa pubblica, cominciando a guardare a ciò che seguiva alla porta di casa per guardare sempre più lontano».
Si vede in lui la passione, che penso sia l'eredità più grande che di cui ho cercato di essere degno, alimentando quell'Esprit Autonomiste senza il quale la Valle d'Aosta perderà quel tratto di originalità politica indispensabile per il proprio avvenire.
Buon lavoro, dunque, agli unionisti nella speranza che torni il confronto come sale della democrazia per tutti. Con una consapevolezza: ci vuole un progetto il più condiviso possibile per il futuro della Valle, condizione indispensabile per fermare una discesa agli inferi non solo ideale e morale ma assai concreta nel degrado dell'efficienza della nostra Autonomia ora in corso, che mi angoscia e credo che preoccupi tutte le persone di buona volontà.

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