Anche Leonardo divide Italia e Francia

Leonardo Da Vinci, interpretato da Paolo Bonacelli, con Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), in 'Non ci resta che piangere'Strana storia che, comunque vada, prefigura un disastro culturale, che si aggiunge ai già difficili rapporti fra Italia e Francia su temi politici (i "gilets jaunes" cavalcati dai "Cinque Stelle" e l'asse fra Lega e Marine Le Pen) ed economici (tunnel della linea "Torino - Lione" in attesa ed acquisto da parte della "Fincantieri" dei cantieri di Saint-Nazaire).
Mi riferisco al venir meno - per mano italiana - dell'accordo tra Italia e Francia per un interessante e utile scambio di opere d'arte. Il museo del "Louvre" di Parigi (otto milioni e mezzo di visitatori nel 2017!) si era impegnato con il governo Gentiloni a prestare opere e dipinti di Raffaello per una mostra prevista in Italia per il 2020, per celebrare i cinquecento anni dalla sua morte. In cambio, l'Italia avrebbe prestato a sua volta dei quadri e disegni di Leonardo ai vicini d'Oltralpe, per l'allestimento di una mostra nel 2019 al "Louvre" che intendeva celebrare Leonardo Da Vinci e la sua febbrile attività artistica e scientifica anche in questo caso per i cinquecento anni dalla morte, visto che i due artisti vissero nella stessa epoca.

Una sottosegretaria della Lega, Lucia Borgonzoni, si è messa di mezzo e ha fatto saltare l'intesa con affermazioni tipo «Leonardo è italiano, in Francia ci è solo morto» e «la maggioranza del lavoro di Raffaello è già in Italia». Il "New York Times" l'ha presa in giro, dicendo in sostanza che anche nell'arte esiste il populismo leghista: prima l'arte italiana agli italiani e non credo che sia una scelta fruttuosa e segno dei tempi, perché l'autarchia culturale cozza persino con il Rinascimento.
In una bella intervista alla "AFP" Jean-Yves Frétigné, coautore di "La France et l'Italie. Histoire de deux nations sœurs", così riassume con garbo: «Il y a d'un côté l'Italie qui revendique d'être l'aînée parce qu'elle est, avec Rome, la matrice de l'art occidental et de l'autre la France qui éprouve un sentiment de supériorité vis-à-vis de sa voisine, préférant se tourner vers l'Allemagne ou, à une certaine époque, l'Angleterre». Insomma una critica equilibrata, ma bisognerebbe guardare avanti.
Ad alimentare le polemiche sono poi storie assurde come la famosa "Monna Lisa": «Quant aux campagnes napoléoniennes au cours desquelles des centaines d'œuvres d'art ont été saisies en Italie pour alimenter des musées français, à commencer par le "Louvre", elles ont laissé aux Italiens l'impression d'avoir été pillés. Un sentiment tenace qui alimente aujourd'hui encore bon nombre de rumeurs, comme celle qui voudrait que la célébrissime "Joconde" de Léonard de Vinci ait été, elle aussi, dérobée par celui qui n'était encore que Bonaparte. L'une des hypothèses retenues pour expliquer le vol, en 1911, de "Mona Lisa" au Musée du "Louvre" est d'ailleurs que l'auteur des faits, un modeste ouvrier italien, ait agi par patriotisme afin de rendre le chef-d'œuvre à sa terre natale. Il est considéré comme établi que le tableau a été vendu par l'artiste à François 1er qui l'avait invité à venir séjourner au château d'Amboise à la fin de sa vie».
Non sarebbe stato meglio, a questo punto, celebrare assieme il ricordo di Leonardo con una grande mostra bilaterale? Ma ormai, lato italiano, è diventato un caso di nazionalismo nel nome dell'italianità di Da Vinci, che - se torniamo indietro di cinque secoli - suona quantomeno risibile, pensando allo spezzatino politico ed all'andirivieni di alleanze che caratterizzò il periodo lungo tutto lo Stivale.
Soprattutto se ci viene voglia di leggere la storia del grande Leonardo, genio e sregolatezza, capace di invenzioni pazzesche ma anche di clamorosi flop nel passare dalla teoria alla pratica, pronto a vendersi al miglior offerente, seguendo il filo di un'intelligenza rara e di una vita piena di contraddizioni.
Consiglio la lettura di un libro - che ci parla di lui, della sua epoca, dei suoi vizi e delle sue virtù e dei suoi grandi avversari come il fantastico Michelangelo - scritto dall'architetto e scrittore Antonio Forcellino, edito da "Laterza", intitolato "Leonardo: Genio senza pace", che andrebbe letto anche da chi dovrebbe gestire con intelligenza e garbo i rapporti politici. E' un racconto minuzioso della sua vita con spiegazione delle sue peregrinazioni dalla nascita sino alla morte, annotando con minuzia le caratteristiche delle sue opere principali (interessantissima la parte proprio sulla famosa "Monna Lisa"), dei suoi successi e delle sconfitte, che alimentano un mito che ha scavalcato i secoli e lo stesso Leonardo - più volte sentitosi sconfitto - forse ne sarebbe stupito. E si stupirebbe di certe polemiche che forse impediranno la grande mostra parigina, in un'Europa che rischia di diventare persino più angusta di quella dell'epoca dello stesso Leonardo e della sua vita avventurosa.
Fino alla morte - in un buon retiro offerto generosamente dai francesi - il 2 maggio 1519 a 67 anni ad Amboise nel castello che domina la Loira. Scrive Forcellino con semplicità molto poetica: «Una morte più dolce non poteva arrivare. Il funerale è semplice, con sessanta torce portate dai poveri della parrocchia e nessun'altra celebrazione. La sepoltura è in una piccola luminosa chiesa proprio accanto al fiume che scorre placido intorno alla piccola isola, Notre-Dame-en-Grève: la chiesa sarà devastata durante una insurrezione civile nel 1807 e la tomba con le sue ossa dispersa. Era destinato a non avere una patria».
Anni prima Leonardo, grafomane e annotatore e disegnatore di tutto lo scibile possibile, aveva detto sulla morte: «Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire».

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