Non dimenticare la Catalogna

Carles Puigdemont in esilio in BelgioMi hanno invitato a Vercelli, ad una manifestazione sulla Catalogna. Occasione per me per fare il punto della situazione - anzitutto con me stesso - su questa grave vicenda politica in stallo da tempo, partendo dalla rinnovata commozione nel vedere un filmato che ripercorreva la lunga giornata del referendum dell'ottobre scorso per l'indipendenza con un popolo festante che viveva un momento storico e per contro la visione dolorosa della brutale scelta della Spagna di usare la forza e la violenza contro l'evidenza delle urne.
Ho confessato, ricordando la mia amicizia per i catalani in tanti anni di rapporti politici, due fra le mie grandi delusioni.

La prima riguarda lo sconcertante atteggiamento di larga parte dell'opinione pubblica italiana, che dapprima pareva simpatizzare per la scelta di libertà dei catalani, mentre poi lentamente si è affermata - spinta da un'informazione faziosa in cui ha spiccato l'editorialista del "Corriere della Sera", Aldo Cazzullo - una posizione opposta. Girando la frittata, gli irresponsabili dello strappo sono diventati gli esponenti indipendentisti e non gli spagnoli dal piglio franchista sordi da troppi anni alle richieste di Barcellona in un clima di disprezzo (i catalani vengono chiamati «polacchi») e di uso del Diritto e della Costituzione come alibi per non mettersi attorno ad un tavolo. Al pacifismo della strada del referendum si è reagito con l'irruzione nei seggi della Guardia Civil (che ha mantenuto il fascio littorio nel suo simbolo) e con la galera per dirigenti politici accusati di ribellione, calpestando ogni logica di buonsenso nella scelta repressiva negatrice di ogni forma di dialogo. Il referendum scozzese era il caso del tutto inverso in una Gran Bretagna che ha accettato di dare voce ai cittadini, forse memore del dramma nordirlandese, mentre alla Spagna sembra non essere servito per nulla il terrorismo basco e la sua scia di sangue, se comparata alla scelta civile e disarmata dei catalani.
La seconda delusione riguarda il comportamento degli Stati europei e ancor di più dell'Unione europea. Nel primo caso gli Stati hanno taciuto in una logica solidaristica verso Madrid, pur di fronte agli eccessi antidemocratici ed alla deriva squadristica contro una popolazione inerme e contro un'istituzione democratica come il Parlamento Catalano con la scelta di chiuderlo, sostituendo un Commissario al Governo legittimo della Comunità autonoma. Così gli Stati si sono resi complici dei misfatti e della svolta autoritaria e solo alte giurisdizioni del Belgio e della Germania hanno reagito con loro sentenze alle richieste giuridicamente folli dei giudici spagnoli di estradizione del Presidente catalano, Carles Puigdemont. Esemplare è stata la federalista Confederazione elvetica che non solo si sa che si era proposta inutilmente quale mediatrice mentre i fatti precipitavano, ma ha fin da subito fatto filtrare la notizia che considerava reati politici quelli contestati agli indipendentisti e dunque avrebbe offerto protezione ai perseguitati.
Ma la delusione più cocente, per chi crede nell'integrazione europea e nel necessario ridimensionamento dei confini statuali verso una maggior libertà dei popoli imprigionati nelle vecchie frontiere cicatrici della Storia, è stata l'Unione europea e in particolare la Commissione europea e il suo Presidente, quel Jean-Claude Juncker, che venendo dal minuscolo Lussemburgo più di altri avrebbe dovuto capire cosa vuol dire più libertà. Ma se così non fosse stato, come non è stato, avrebbe dovuto almeno ricordare i principi di federalismo e sussidiarietà sbandierati dall'Europa e poi rileggersi i Trattati che parlano di tutela delle minoranze linguistiche e nazionali, dei capisaldi della democrazia e dei diritti civili dei cittadini europei. Doveva essere l'Europa a fermare le violenze spagnole e inchiodare Madrid ad un tavolo di trattativa, mentre sono arrivati da Bruxelles o silenzi assordanti e complici o baggianate come il fatto che il diritto all'autodeterminazione varrebbe solo per i Paesi del Terzo Mondo in uscita dal colonialismo!
Queste scelte preoccupano e deludono. Spesso come autonomista valdostano mi sono chiesto se, in assenza per noi di un meccanismo di garanzia internazionale come quella che l'Austria esercita a tutela del Tirolo del Sud, proprio la legislazione europea valesse come una sorta di garanzia a tutela della Valle, nel caso in cui un giorno Roma scegliesse la strada o dell'eliminazione manifesta attraverso la soppressione o - come in parte sta avvenendo - un suo soffocamento con strumenti diversi - politici e finanziari - della Regione autonoma. Dimostravo su questo un certo ottimismo che spaziava da immaginare interventi politici europei a sentenze favorevoli della giurisdizione della Corte europea di Giustizia.
Il caso catalano mi ha fatto ricredere, perché nessuna nelle Istituzioni comunitarie, tranne qualche parlamentare al Parlamento europeo, ha reagito, anzi Madrid ha contato su un vero e proprio appoggio, malgrado i gravi comportamenti e le dichiarazioni false del Primo Ministro Mariano Rajoy e del Re fantoccio Filippo VI, che certo non ama la spinta repubblicana dei catalani.
Per tutte queste ragioni la Catalogna non demorde e non va lasciata sola, proprio perché si è trattato e resta un caso esemplare, che ha mostrato il volto vero degli Stati e del vecchio e declinante modello dello Stato Nazione. Ma ha chiarito anche e purtroppo - lo dico da europeista - quanto l'Europa resti distante da quell'Europa dei popoli, che non avrebbe mai deciso di voltarsi con cinismo dall'altra parte.

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