I rebus della politica italiana

Il presidente Sergio Mattarella alla fine delle consultazioniPassano i decenni e la politica italiana, che pure penso di avere praticato e studiato, resta una grande incognita da capire, tipo la serie di problemi irrisolti in matematica. Purtroppo è sempre attuale la valutazione beffarda ed agra di Ennio Flaiano: «La situazione politica in Italia è grave ma non è seria». Non suoni come un paradosso, ma neppure come una giustificazione che nello "Stellone" della Repubblica vede sempre una soluzione possibile in una specie di versione laica di «In šāʾ Allāh» (in arabo «إن شاء الله‎»), termine che significa, com'è noto, «Se Dio lo vuole».
Meglio essere più cauti che speranzosi e non leggere troppo le articolesse di politica sui giornali e gli editoriali che sulla prima pagina danno un colpo al cerchio e uno alla botte, a conferma che il "cerchiobottismo", più del già citato Stellone, dovrebbe assurgere a simbolo dei tempi.

Chi mi segue si sarà accorto come di questi tempi abbia scritto poco della politica italiana per una forma di rigetto, che oscilla fra la preoccupazione e il nonsense davvero surreale per certi fatti in corso nel "cantiere Italia". Non torno sui risultati delle Politiche che hanno creato la situazione di stallo ben nota, frutto di una legge sciagurata - il "Rosatellum bis" - e della presunzione di alcuni leader che "fingono" che in Italia ci sia un "premierato" e non che il Presidente del Consiglio passi attraverso un voto parlamentare e non popolare.
Non voglio dare lezioni a nessuno, ma penso che in quattro Legislature - e lo dimostra, essendo pubblico, il resoconto dell'attività svolta in aula e in Commissione - ho avuto modo di affrontare una marea di questioni e di imparare quanto necessario nel lavoro parlamentare, che è fatto di atti, discorsi, ma anche di rapporti politici e umani.
Ci pensavo guardando il faticoso avvio al Quirinale da parte del Presidente della Repubblica, quel Sergio Mattarella - siciliano ed autonomista - con cui ho condiviso tanti momenti di lavoro e di amicizia alla Camera dei deputati. Ieri ho visto che sembra venuta meno la prassi che avevo reso stabile con l'amico e collega César Dujany di una presenza autonoma dei parlamentari valdostani alle consultazioni. Me ne dolgo vivamente ed è una prima conseguenza del voto disgiunto avvenuto con i risultati elettorali valdostani. Non butta bene per la Valle d'Aosta e se ne avvertiranno ancora di più in futuro le conseguenze, qualora decollasse la Legislatura con la formazione di un Governo.
Certo è che questa XVIIesima Legislatura parte sotto strane combinazioni astrali, obbligando alla ricerca di formule astruse possibili per dare governabilità. Sono convinto - come già avvenne in Valle d'Aosta con la Legislatura che si sta esaurendo con il famoso "18 a 17" come partenza - che è sempre meglio essere tranchant e non trascinare situazioni politiche già moribonde in sé. Qualunque cosa verrà fatta a Roma, come si è fatto ad Aosta negli anni passati, rischia di essere come l'ultimo desiderio per un condannato a morte.
E' vero, per altro, che il Parlamento può comunque lavorare in fretta - per poi essere sciolto - su una legge elettorale che dia certezze sui numeri da avere in Parlamento per chi vinca le elezioni e non mancano certo meccanismi di "premio di maggioranza", che nel contempo possano garantire una rappresentatività parlamentare di minoranze cospicue. Su questo potrà agire, con misura, il Capo dello Stato, la cui figura diventa essenziale proprio nei momenti di transizione nel suo ruolo di garante della Costituzione. Capisco che per chi interpreta la Politica con la clava intinta nel veleno come queste procedure appaiano una rottura di scatole, perché certi passaggi democratici vengono considerate "vecchiume" da chi cova idee piuttosto autoritarie e sogni antiparlamentaristi che sfociano in logiche presidenziali muscolari. Ma, almeno per ora, bisogna seguire forma e sostanza in un'Italia in cui declina sempre più sia il senso delle Istituzioni che l'amor proprio per il valore dell'ordinamento democratico.
Per cui, come cittadino, resto alla finestra e osservo gli eventi con apprensione e non ancora con rassegnazione. Quel senso di distacco crescente che alimenta l'unico partito davvero vincitore assoluto dalla urne, quello degli astensionisti, delle schede bianche e di quelle nulle, che pare che anche in Valle d'Aosta fossero test esemplare del livello di insofferenza e di ribellione di larga parte dell'elettorato.
Un humus interessante, quello di chi non si è schierato, su cui bisogna lavorare alla ricerca di sbocchi per la crisi in corso. Conosco molte fra queste persone, che spesso si sfogano sulle loro ragioni nel chiacchierare con il politico che sono stato, e che sono alla ricerca di nuovi elementi di speranza, spesso purtroppo scottati da esperienze precedenti e ciò rende tutto più impegnativo.
Questa force de frappe inespressa prima o poi tornerà in campo.

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