La Radio e i fratelli Berton

Patrick Perret negli studi radiofonici di 'RaiVda' insieme ad Enrica QuattrocchioAnnoto poco qui le mie attività di lavoro, preferendo altre strade nella scrittura quotidiana in questa pagina, ma oggi lo faccio come spunto per una successiva riflessione.
Sono giunto a metà di un ciclo di trasmissioni radiofoniche, che durerà sino a Ferragosto tutti i giorni tranne la domenica, con un cambio del partner con cui conduco in coppia la trasmissione estiva di "RaiVda": dalla geografa Anna Maria Pioletti alla guida turistica e scrittore Mauro Caniggia con cui comincio oggi. Purtroppo tocca ripetere che la programmazione è per ora ascoltabile solo in diretta in FM o sulla radio del bouquet televisivo del digitale terrestre. Ahimè niente "streaming" e niente "podcast" e questo spiace.

Ormai le mie prime conduzioni al microfono risalgono a un po' più di una quarantina di anni fa quando iniziò l'avventura delle prime radio private (la data esatta del via fu il 28 luglio 1976). Le trasmissioni si creano sulla base di un'idea, che poi cambia quando si inizia a trasmettere. Così per caso e per creare quale familiarità con gli ospiti che consente di stare assieme a loro per un'oretta (dalle ore 12.30 alle 14 con una ventina di minuti di "GR1" fra la prima è la seconda parte) all'inizio delle due parti del programma, che segue un fil rouge giornaliero ma con incursioni su manifestazioni estive del giorno, chiedo alle persone in studio di raccontarmi un ricordo dell'estate della loro infanzia e poi più avanti la proposta di un luogo del cuore da consigliare a un turista. Ne sono emersi spunti degni di figurare in racconti brevi, pieni di partecipazione emotiva nella descrizione di luoghi e persone e spesso con la freschezza che può arrivare dalla memoria di cose belle che tornano in superficie nel ricordo.
L'altro giorno un ospite, Patrick Perret, che lavora nella programmazione televisiva su argomenti concernenti l'Arte e dintorni, mi ha parlato dell'idea dedicare uno o più documentari alla figura di Robert Berton (1909-1998), che si occupò nella sua vita - con molti libri che contenevano in molti casi anche suoi straordinari disegni - alla divulgazione, in una logica di conoscenza e di conservazione, del patrimonio culturale materiale della Valle d'Aosta. Perché lo cito? Perché nella biblioteca di casa, sin da bambino, ho avuto la fortuna di sfogliare delle sue opere come "Les Châteaux du Val d'Aoste" (1950), "Les chapiteaux romains du cloître de Saint-Ours" (1954), "La cité d'Aoste et les costumes valdôtains" (1955), "Les cheminées du Val d'Aoste" (1961) e ancora - senza citare tutti i libri - lavori che mi incuriosirono molto come "Les stalles de la cathédrale d'Aoste" (1962), "À l'ombre des clochers du Val d'Aoste" (1970) e l'imbattibile "Les cadrans solaires du Val d'Aoste" (1972).
Credo che questo abbia sviluppato - e vale appunto per i ricordi delle mie estati e per i miei molti luoghi del cuore - un gusto per l'osservazione di quei particolari dell'architettura e del paesaggio, che possono essere dimenticati se non si capisce il gusto straordinario della scoperta del particolare contro la visione distratta.
Ricordo che da un anno a La Thuile, terra natia di Berton, è visitabile la "Maison Musée Berton" è una casa-museo che racconta - come spiega il sito dell'"Institut valdôtain de l'artisanat de tradition" - della passione per la Valle d'Aosta dei Fratelli Berton. Sinora abbiamo parlato di Robert, ma Louis, notaio, fra i fondatori dell'Union Valdôtaine nel 1945, condivideva il lavoro del fratello.
"Il progetto di realizzazione del museo nasce - spiega l'Ivat - dalla volontà espressa dai fratelli Louis e Robert di musealizzare il patrimonio custodito tra le mura domestiche. In particolare Robert Berton, professore, storico, collezionista, scrittore appassionato di cultura valdostana ha raccolto, prevalentemente alle edizioni della Fiera di Sant’Orso fra il 1950 e il 1960, pezzi unici, testimoni della produzione artigianale valdostana, che assieme a una importante raccolta di libri, circa quattromila volumi, e agli arredi originali della casa, danno vita ad una interessante raccolta. A seguito di un atto testamentario, il Professore ha donato la casa con i beni in essa conservati al Comune di La Thuile, al fine di "aprirne le porte" alla comunità con l'obiettivo di promuovere la cultura valdostana nei suoi molteplici aspetti".
Questo è avvenuto ma non basta una visita, bisogna condividere l'impegno e pure il metodo, che sapeva appunto partire anche dalle piccole cose per occuparsi di quelle grandi, che sono anche fatte di idee, valori e principi.

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