Papaveri e papere

Nilla Pizzi con Mina"YouTube" è la nuova televisione dei nostri bambini nativi digitali, che imparano sin da piccolissimi a smanettare, facendosi un loro palinsesto televisivo e se non li fermi si perdono in un passaggio rapidissimo da un video all'altro. Tipo: si comincia con un brano vintage dello "Zecchino d'Oro" e poi si passa ad altre canzoni con cartone animato. Mi è venuto da sorridere l'altro giorno quando dal mio telefonino, di cui il piccolo si era lestamente impadronito, sentir risuonare il vecchio, direi quasi antico, "Papaveri e papere", pezzo del 1952 interpretato da Nilla Pizzi al secondo "Festival di Sanremo" della storia (la canzone arrivò seconda dietro a "Vola Colomba" cantata dalla stessa Pizzi) e scritto da Rastelli-Panzeri-Mascheroni (musica). Apparentemente la storia bucolica sa di favoletta: una paperina si innamora di un papavero e un papavero di una paperina; la distanza (più che altro di statura) fra i due viene colmata dall'amore, ma poi arriva la falce del contadino che fatalmente trancia il papavero.

La canzone ebbe una versione francese di Yves Montand in Francia ed in inglese con Bing Crosby.
Il reale significato della canzone lo svelò in un'intervista proprio il paroliere Mario Panzeri (1911-1991), che già in epoca fascista era finito nei guai per l'ambiguità di alcune canzoni che sembravano poter essere interpretate come sfottenti verso il fascismo. E' il caso di "Maramao perché sei morto" del 1939 (che sembrava riferita alla morte di Costanzo Ciano, padre del celebre Galeazzo) e nello stesso anno a "Pippo non lo sa" (che qualcuno individuò nel gerarca fascista Achille Starace).
Così "Papaveri e papere" celerebbe una raffinata satira, partendo tra l'altro da quella definizione di "alto papavero", che è un modo di dire che risale a un episodio narrato da Tito Livio, quando Tarquinio il Superbo stava indicando al figlio il modo più rapido per conquistare Gabi, una città che sorgeva tra Roma e Preneste. Andò in giardino e troncò le teste dei papaveri, intendendo con ciò che andavano anzitutto eliminati i personaggi più in vista.
Così nel motivetto sanremese la differenza di statura fra papaveri e papere segnerebbe la distanza fra la potente classe politica della Democrazia Cristiana, fatta appunto di papaveri ("alti, alti, alti"), e l'umiltà dei ceti popolari rappresentata dalla simpatia agreste della paperina. Per altro il papà papero vieta alla figlia di "pappare i papaveri" e le ricorda quanto sia bassa di statura ("e tu sei piccolina") e l'impossibilità di sovvertire la gerarchia ("che cosa ci vuoi far…").
Eppure il finale è insolitamente tragico, quando la falce (che sarebbe il simbolo, assieme al martello, del comunismo), taglia i papaveri. Una chiara metafora di una auspicata rivoluzione. Tutto questo celato in una canzonetta spensierata!
E' interessante questo uso politico delle canzoni, in questo caso in modo mascherato in anni in cui non si scherzava con la censura. Anche nella musica valdostana, ma in modo esplicito, c'è chi la adoperò per veicolare messaggi politici. Lo ha ricordato per la Valle d'Aosta il giornalista musicologo e musicista Gaetano Lo Presti, quando scrisse di Luis de Jyaryot «nell'amara "Trent'an d'otonomie", nel 1976 faceva un bilancio dei trent'anni dell'autonomia valdostana: "E questi trent'an-ni... ci hanno lasciato ancora la voglia di gridare talvolta: "No! Noi non siamo italiani". Senza pensare che per poterlo dire dovremmo sapere che cosa sono i valdostani"». Aggiunge poi Lo Presti: «Più diretto fu, invece, il cantautore e cabarettista Enrico Thiébat che nei primi anni Ottanta attaccava i "Politiciens", politi... chiens con beffardi sberleffi come "Queun Casinò", la "Bossa dei boss" in cui nel 1983 ironizzava sull'allora "présidàn di vatze" per uno scandalo del Casinò di Saint-Vincent».
Sembra passato un secolo, perché oggi satira ce n'è pochina, forse perché gli avvenimenti sono così tristi da non consentire neppure di trovare degli spunti per sorridere. Roba da "non classificato".

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