Arsenico e vecchi merletti

Cary Grant in 'Arsenico e vecchi merletti'Strana attività la politica, che ogni tanto - per la varietà di avvenimenti che si trova sotto le sue insegne - somiglia a così tante cose da potersi tranquillamente adoperare il termine, rubato all'opera omnia del romanziere francese Honoré de Balzac, di "commedia umana".
Ho sempre teorizzato, ma sono il primo soggetto possibile dell'analisi, che in politica - nel senso professionale del termine, pur essendo per la maggior parte un'attività a termine e non dalla culla alla tomba - accedono spesso personalità eccentriche, che hanno sfogato lì la loro particolare personalità. Sennò chissà cosa avrebbero fatto nella loro vita!
Non c'è da stupirsi, dunque, che spesso queste personalità cozzino fra di loro e questo crei un ambiente da sempre effervescente fatto di amori ed odi, amicizie e inimicizie, scontri e riappacificazioni.

Parafrasando la celebre frase del celebre generale prussiano Karl von Clausewitz, che diceva che «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi» potremmo dire che guerre e battaglie fanno parte della politica e sono ovviamente una simulazione che evita il reale spargimento di sangue. Estremizzo naturalmente, perché talvolta invece - quando certe battaglie sono piccoli giochi di prestigio magari per insignificanti spazi di potere, se non per qualche interesse di bottega - sembra di assistere semmai a commedie paradossali del genere "Arsenico e vecchi merletti". Questo era il titolo di una commedia americana fortunatissima con versione filmica del 1944 assai spassosa con Cary Grant protagonista, che racconta di una famiglia di matti, comprese due sorelle assassine - con morti sepolti in cantina - a colpi di vino di sambuco corretto con un miscuglio di veleni. Poi l'espressione è diventata proverbiale di certi retroscena che a un certo punto si svelano in un concatenamento di cause ed effetti.
Ma bisogna fare attenzione, perché certe querelle non hanno solo una gusto personalistico o di scontro fra persone, perché la storia e la politica camminano sempre sulle gambe degli uomini e sono cadute le tesi ideologiche di chi voleva costruire la Storia, cancellando dalla scena le personalità che l'hanno fatta a vantaggio solo di grandi fenomeni, che avrebbero portato gli avvenimenti allo stesso identico punto. Troppo comoda questa visione meccanicistica fatta di grandi affreschi pieni di presunzione, che alla fine rischierebbe di diventare assolutoria di fatti e misfatti in capo a certi personaggi e che finirebbero per non dare un volto a certe preclare responsabilità.
E la discussione non deve mai fare paura. Diceva Luigi Einaudi, liberale e democratico: «Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l'unanimità dei consensi». Lui aveva capito per tempo, scrivendone spesso, il clima che in Europa stava portando all'epoca dei totalitarismi e aveva denunciato quanto di autoritario c'era sin dagli esordi del fascismo e che in troppi a momento debito sminuirono.
Consiglio la lettura di "Canale Mussolini. Parte seconda" di Antonio Pennacchi, romanziere che si infila in sintetica e spassose (fa parlare nel dialetto veneto degli immigrati dell'Agro Pontino anche i personaggi storici!) sintesi storiche. Tipo questa sul l'epoca fascista: "Certo c'era pure la cosiddetta "zona grigia", la stragrande maggioranza della gente che non stava, in realtà, né con l'uno né con l'altro: stava con chi vinceva. Si adeguava e diceva di sì. Ma questo - se permette - fa parte della storia umana. E' l'antropologia: l'uomo è fatto così, ha un bisogno vitale di relazionarsi con gli altri, ha bisogno -per essere felice - di sentirsi amato. E il modo più semplice di farci amare, è camminare insieme agli altri, andare dove vanno gli altri, dire quello che dicono gli altri. Se vai in un'altra direzione il flusso ti travolge, fai più fatica a camminare, sei un diverso. «Casso sito drìo fare?» ti dicono: «Non lo vedi che ci intralci?» Sono quindi pochi coloro che, quando tutti guardano da una parte, scrutano invece da un'altra, in cerca di nuovi passaggi, di nuove vie. E quando poi le trovano, allora sì che tutti gli altri cambiano direzione e gli vanno dietro; ma nello stesso identico modo di prima però: «Conformi!», come diceva mio zio Adelchi. E' per questo che nella storia del mondo non si danno dittature - a meno che non siano di brevissimo periodo - di una minoranza sulla maggioranza. Quando una dittatura resiste dieci o vent'anni, è sempre dittatura di una maggioranza sulle minoranze: la zona grigia s'è spostata tutta a favore del vincente. Sta con lui anima e corpo. E' lei che gli dà forza".
Ecco perché la discussione è l'unica risposta contro il conformismo...

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