Il 25 aprile

Un operaio mette a posto la bandiera italiana in piazza ChanouxOggi, 25 aprile, è un giorno da festeggiare. E non lo è per il solo fatto che sia una festività ufficiale per l'Italia, perché per me lo sarebbe stato a prescindere. Ricordo, per altro, che se a scegliere il giorno per ricordare la Liberazione dal nazifascismo fossero stati i valdostani, allora sarebbe stato il 28 e non il 25, visto che Aosta fu liberata tre giorni dopo quella che, invece, è diventata la data canonica.
L'antifascismo per me non è un fatto ideologico, ma - nel caso in esame - l'insieme di avvenimenti storici che non si esaurisce con i fatti di allora, ma serve come chiave interpretativa anche per il presente e riferimento per il futuro.
Una premessa prima di giungere al nodo della questione che voglio affrontare oggi. C'è stato un periodo, anche lungo, dopo il mio ingresso in politica, in cui finivo per perdere tempo nella convinzione di poter convincere della bontà delle mie idee. Mi riferisco non all'umano mondo, ma a quelli che sapevo bene che militavano convintamente altrove o peggio ancora quelli cui sapevo di essere antipatico per le ragioni più varie, comprese invidia e gelosia, brutte bestie che per altro rovinano la loro vita e non la mia. Ora penso, riferendomi a questi ultimi, che certe categorie di persone vadano semplicemente ignorate, che è poi la peggiore delle punizioni e in fondo diverte pensare che spesso finiscano per fare comunella con le loro cattiverie e sfortune.
Diverso, rispetto alla Resistenza, è il cumulo di spazzatura che nel tempo si è accumulata sulla questione e che non può lasciare indifferenti e silenti. Non ho mai compartecipato agli eccessi di retorica resistenziale, pur avendo la mia famiglia le carte in regola per farlo, ma mi indigna che pian piano si tenti di rovesciare la frittata.
Propongo qui alcuni luoghi comuni emergenti:

  • «è esistito un fascismo "buono", che ha fatto un sacco di cose giuste e interessanti, ma poi a un certo punto...». Questa vulgata si è rafforzata nel tempo, alimentata dall'oblio della realtà e dalla propaganda, ad esempio di quella parte di neofascismo "sociale" che vive di nostalgie di un "regime" inesistente, buono solo per i gonzi. Va bene che la storia la scrivono i vincitori, ma i vinti non possono cambiare la realtà;
  • «erano tutti ragazzi sia i partigiani che i repubblichini, entrambi idealisti». Non ci siamo proprio, perché con questa logica - se a vincere fossero stati i nazifascisti - avrebbe vinto il volto di una dittatura feroce, razzista e liberticida, per cui sarebbe ora di distinguere chi - con approcci diversi e pure contraddittori - combatté per la libertà e chi no. Il "volemose bene" mi repelle;
  • «ma se si condannano fascismo e nazismo va condannato anche quanto ha fatto di male il comunismo». E' un caso classico di cambio di argomento: parlo di una cosa e la forza della polemica mi porta su di un altro tavolo. Personalmente non ho difficoltà e dire e a scrivere del comunismo, ma quando parlo della Liberazione parlo di altro. Chi crede nel federalismo personalista ha sempre espresso repulsione per qualunque forma di dittatura;
  • «ma anche fra i partigiani, spesso comunisti, ci sono state violenze e ruberie». Anche questa vicenda diventa punto di forza per chi tende a sminuire la vicenda complessiva della Resistenza. Bene fa chi ricostruisce certi orrori e storture della lotta partigiana e chiede verità e chiarezza su parti oscure, ma questo non cambia l'esito finale. Il revisionismo sano non è distruttivo;
  • «è passato tanto tempo, basta con queste storie». Esemplare è questa affermazione, sempre più forte con il passare del tempo. Come se la Storia mutasse magicamente con l'invecchiamento. Mentre i fatti vanno scolpiti nella memoria proprio per non dimenticare come certe brutte bestie possono risorgere dalle proprie ceneri. Io oggi vedo in Europa fantasmi totalitari che mi fanno paura;
  • «bisogna lavorare per la pacificazione in una logica armonia fra destra e sinistra». Anche in questo caso la smemoratezza dovrebbe essere la soluzione, come se il tempo avvolgesse tutto nella nebbia. La Resistenza è stato un fenomeno che è andato dalla monarchia ai comunisti e nel caso valdostano ha assorbito un ampio mondo autonomista assente nel resto d'Italia. Ma questo non vuol dire ex post "sbianchettare" i fatti.

Mi fermo qui e chissà quanti altri punti avrei potuto aggiungere. Resta, di fondo, la consapevolezza di quanto il tempo trascorso e che trascorrerà cambierà la percezione per le nuove generazioni. Ma mi auguro che ci sarà sempre qualcuno che custodisca certi valori, perché ne va della democrazia che, tirata da tutte le parti come una coperta corta, è sempre meglio di qualunque forma di totalitarismo.
Se lo ricordi chi, in Valle d'Aosta, confonde la legittima lotta politica contro lo Stato per le molte miserie contro l'autonomia speciale - in periodo democratico - e pure le speranze federaliste annesse e connesse con la ben diversa Resistenza contro il nazifascismo. Per evitare parallelismi inopportuni sarà opportuno che, per il futuro, legga qualche libro di storia.
Aiuta.

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