Gli "Anni di piombo"

Giuseppe Memeo, a Milano, nel maggio del 1977, punta la pistola contro la poliziaIo li ricordo gli "Anni di piombo", che ho attraversato da bambino sino ai miei vent'anni: espressioni come «opposti estremismi» (nella galassia di sigle all'estrema destra e all'estrema sinistra) o come «strategia della tensione» (la teoria di uno stragismo di Stato) fanno parte del mio bagaglio politico.
"piazza Fontana", "piazza della Loggia", "Italicus", "stazione di Bologna", "via Fani": basta evocare questi nomi per accendere un ricordo delle notizie per radio ed in televisione, della lettura giovanile dei giornali e della frequentazione di amici che nelle grandi città partecipavano ai "movimenti", specie nella seconda metà degli anni Settanta. Ricordo le discussioni su rischi di golpe, le trame internazionali, i pericoli di un extraparlamentarismo contrapposto che era una porta aperta verso la follia della lotta armata. Con orrore non si può non pensare ai cinquemila attentati che insanguinarono come una ragnatela tutta l'Italia, uccidendo in modo cieco. Come un fiume carsico, certe vicende tornano e sembrano fantasmi.
Ci pensavo rispetto all'episodio di possibile matrice terroristica contro il giornalista Maurizio Belpietro che sembra preludere, come mostrato da tanti altri segnali, a un ritorno di una nuova stagione di violenza di cui è difficile disegnare i contorni. Vorrei che i miei figli non dovessero vivere quel senso di disagio che in certi anni ti prendeva in una piazza, in una stazione, in un aeroporto, sapendo che già il terrorismo islamico è diventato un tratto distintivo delle nostre paure odierne e non c'era nessun bisogno di tornare ad aspetti angoscianti e talvolta ancora misteriosi della storia italiana.

Commenti

Paura.

Non è che oggi siamo tranquilli, i controlli per il "rischio attentato" sono sempre serrati. Certo che l'infamia di avere in "seno" individui che vorrebbero portare la giustizia sociale con le armi...
No, non si deve ritornare a quel periodo, neanche tanto lontano, dove si viveva in un clima da Far West. Mi ricordo della rabbia di molti per controlli stradali poco "ortodossi", corsie a gimkana per rallentare le auto accolte a "M12" spianati, paura per i luoghi affollati.
La politica deve re-imparare a parlare, a mediare e a trovare soluzioni. La maggioranza faccia il suo lavoro e l'opposizione verifichi, chieda.
Semplicistico? Mica tanto.
Se entrambi rimanessero in questi binari, avrebbero addirittura poco tempo da dedicare alle conferenze stampa... altro che ribalta mediatica, urlata.

L'analisi...

di Luciano è inconfutabile, ma una rilettura dell'episodio occorso nell'edificio in cui abita il direttore Belpietro s'impone. Nell'ordine, sintetizzando ciò che giornali, televisioni ed agenzie, ci hanno raccontato, abbiamo: un caposcorta che, per la prima volta in mesi, lascia la casa del suo protetto scendendo le scale e non usando l'ascensore; un malintenzionato che tenta di sparare, ma gli s'inceppa l'arma; un agente (lo stesso di prima) che, dopo essersi visto puntare contro una pistola (e quindi trovandosi in pericolo di morte), risponde facendo fuoco sostanzialmente per aria; un malintenzionato (lo stesso di prima) che scappa in un vicolo di fatto cieco, ma nessuno capisce dove sia finito. Beh, se delle coincidenze c'è sempre da diffidare, specie se sono troppe (come ha opportunamente ricordato in questi giorni il Magistrato che si occupa della "sparizione" di Sarah), nel caso specifico, pur sforzandosi di non vestire i panni del complottista, diventa arduo non concludere con le parole di qualcuno che ha attraversato gli anni di piombo, uscendone indenne: «A pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca».

Già a leggere...

oggi il "Corriere" viene qualche dubbio sulla veridicità dell'episodio!

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