Addio, Obman

Silvius MagnagoMi era capitato in alcune occasioni di parlare con Silvius Magnago, leader ("Obman") per molti decenni della "SVP" e figura essenziale nella storia contemporanea del Tirolo del Sud, scomparso a 96 anni.
Mi aveva ricordato i rapporti con la Valle d'Aosta e con mio zio Séverin e trovavo interessantissime le spiegazioni del lavoro svolto per chiudere il "pacchetto" delle norme d'attuazione, che diedero un'avanzatissima autonomia speciale alla Provincia autonoma.
Lo ricordo arringare gli iscritti al partito di raccolta del Südtirol in un congresso a Merano: il suo carisma avvinceva la sala, mentre parlava ritto sull'unica gamba (l'altra l'aveva persa in Russia combattendo con le truppe tedesche) con una dialettica secca e efficace.
Metteva assieme le ragioni del cuore e le motivazioni giuridiche, in un mix efficace che ha forgiato le scelte in favore della sua Heimat.

Commenti

Personalmente...

provo simpatia e ammirazione per il popolo altoatesino (meglio dire sudtirolese).
Gente di montagna, con il carattere di gente di montagna. Sovente sento dire dagli italioti «dato che sono italiani, devono parlare italiano». Per carità, che continuino pure a parlare la loro lingua e a difendere con i denti la loro cultura. Mi piace accomunare la loro particolarità alla nostra, anche se la nostra ormai è una particolarità quasi prettamente culturale, dato che linguisticamente il francese in Valle d'Aosta è in disuso, anche se ritengo si debba coltivare e preservare anche come dono per le nuove generazioni.
In Valle d'Aosta l'unico ambito in cui il francese va di gran moda è nei nomi dei bambini, specialmente se di origine valdostana o calabrese. Accanto ai gradevoli "Thierry Péaquin" appaiono degli improbabili "Mathieu Imposimato".
Un simpatico tentativo di integrazione multiculturale...

Conosco l'ambiente...

l'ho frequentato per un po' di anni. Il problema linguistico in Alto Adige risiede in un vecchio retaggio da "conquistati".
Territori arrivati in Italia e mantenuti in malo modo. Molti anziani raccontano delle vessazioni linguistiche degli italiani, arrivati al punto da "italianizzare" anche le lapidi nei cimiteri. Colpire il culto dei morti lascia il segno.
Siamo nel 2010, molte cose sono cambiate, ma neanche troppo. Non sentirsi italiani è anche frutto di uno sbaglio nei tempi, magari a causa di patti per evitare il peggio, ma questa potrebbe essere fantapolitica.
Per quanto riguarda il francese, ritengo che sia una risorsa comunque, anche se non lo parlo correntemente, apre orizzonti culturali e sociali.

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