Contro la standardizzazione

autogrill_panini.jpgIl "Camogli" è un simbolo nazionale. Chi ignora il paese ligure conosce, invece, il panino della gamma "Autogrill", che è ritrovabile lungo le strade dalle Alpi alla Sicilia.
Questa standardizzazione culinaria, che ha nel "Big Mac" di "McDonald's" l'ispiratore imperialistico, appare rassicurante e inquietante. Piace non dover fare lo sforzo di scelta, turba la logica di cancellazione dei territori.
Avevo già segnalato la battaglia per il panino di qualità del bar dell'area di servizio di Carcare, sull'autostrada, poco dopo Savona, in direzione Torino. Nell'altro senso di marcia, poco prima dell'uscita di Marene segnalo ora l'area di sosta Rio Colorè Ovest, dove in una miriade di panini con gusti locali o meno si conduce una battaglia contro "Camogli" e i suoi fratelli.

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Tra Rustichella e Royal Deluxe

Per chi ha sognato di gestire la roulotte-chiosco da cui tutto iniziò per i fratelli McDonald, magari non lontano dalla base di Fightertown, in California, con “Maverick” e “Iceman”, stretti nelle loro tute da “Top Gun”, intenti a sorseggiare due “Coke” al bancone (ghiacciate, perché il limone è una fighetteria tristemente europea), la standardizzazione è fascino assoluto, non qualcosa contro cui scagliarsi, al grido di “un altro mondo è possibile”. In fondo, c’è della magia nel trovarsi indifferentemente a Guam, o a Dublino, e poter ordinare, in un Burger King, un Whopper (nato nel 1957, mentre Big Mac arriverà “solo” nel 1968), sapendo che mani, magari di colori diversi, lo prepareranno seguendo un’identica ricetta, per offrirci la stessa esplosione di gusto (e calorie, ahimé). Concedersi un fast-food americano, o un “Fattoria” (con bibita “regolare”) lungo le autostrade italiane, non è perdere una battaglia per la libertà, sotto i colpi dell’imperialismo economico. Almeno, non è una resa incondizionata delle armi. La possibilità di andare a mangiare altrove esiste sempre, concreta, ed è comunque frutto di una scelta. Con tutta probabilità, è più il fatto che, in molti di noi, la comodità prevale sulla curiosità, sul salto nel vuoto culinario. Ecco allora che, tra un piatto di riso rosso cucinato con semi di Achiote, o una “Lamb soup”, prevale un più neutro McChicken, che mai regalerà sorprese e la cui croccante polpetta di pollo è nei secoli fedele al nostro palato. Lo stesso vale, peraltro, per diversi altri settori della vita quotidiana. Tra un hotel “Ibis” e la locanda del luogo, sicuramente a sfavore del primo pesa l’impersonalità della gestione, ma la certezza delle dotazioni della stanza (e delle sue dimensioni reali, visto che le foto degli alberghi, in Internet, sono rigorosamente scattate con grandangoli che li fanno sempre apparire delle piazze d’Armi) è impareggiabile e consente di dormire sonni tranquilli già prima di mettersi in viaggio, sapendo che si soggiornerà colà. In fondo, un trucco c’è ed è non lasciarsi prendere in ostaggio dalla standardizzazione, perché altrimenti sì che ci si arrenderebbe incondizionatamente alle truppe imperialiste. Oggi sono a Saipan, non ho voglia di rischiare? Benissimo per un Big Mac. Domani, al mio tavolo all’ombra di piazza del Duomo, potrò sempre rifarmi con un ossobuco, o una cotoletta alla milanese. La differenza è dentro ognuno di noi e risponde al nome di cervello.

Spero che

Saveurs du Val d'Aoste sia un segno di una standardizzazione locale e che un sistema di classificazione europea degli alberghi sia alternativa alla necessità attuale di garantirsi con le catene alberghiere, cui ricorro anch'io per ovvia sicurezza!

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