Quel che mi diverte

pub_ciao.jpgGuardavo ieri sera Barack Obama al culmine del suo successo e pensavo che siamo davvero ad un cambio di generazione.
Quel che mi diverte è che, in questo mondo globalizzato, con lui - avendo il nuovo Presidente americano tre anni meno di me - potrei ricordare avvenimenti, parlare di musica, di libri, di televisione, di modelli di auto in una vicinanza che nasce dalla temperie di avere vissuto come coetanei il medesimo periodo.
Poi, per caso in una associazione di idee, trovo in una rivista la storia del motorino "Ciao", uscito quando Obama aveva 6 anni e che ha caratterizzato molti episodi della mia giovinezza.
Non credo venisse commercializzato negli USA, ma ad esempio son certo che Obama appartiene alla generazione che anche in America avrà usato l'espressione italiana "ciao", entrata nel linguaggio comune del mondo, e che diede il nome al cinquantino!

Commenti

Si accorciano e compensano i tempi.

Ho un fremito quando guardo le felpe portate, prettamente, da mio figlio. Avete presente quelle simil pubblicità, americane of course, dove campeggia la scritta "Since" e la data?
Bene! Notavo come sono cambiate!!! Adesso si scrive "Since 1968"come se fosse la preistoria e io... sento freddo! Mi metterò una felpa datata 1873 e mi sentirò al sicuro :-)
Tornando a Obama (al quale un fatterello curioso mi lega) è vero che la percezione è il cambio generazionale. Una nuova politica, che ha avuto la fiducia da gente che non lo avrebbe mai pensato: un nero, simbolo di schiavi importati, al timone! E' bello tutto ciò.
Al di la di tutto quello che farà o non farà è l'uomo di una nuova era.

Due ruote di libertà

Chiunque crede che un messaggio pubblicitario come quello del "Ciao" fosse ingenuo, visto che risale a tempi in cui la pubblicità era decisamente meno spietata di oggi, quanto al sobillare bisogni non realmente avvertiti, incappa in un tale granchio che manco su uno scoglio di Key West.
Gli "advertisers" sapevano benissimo di vivere anni in cui la semplicità aveva il potere di stupire e come, per svegliare la voglia di due ruote nei giovanissimmi, delle parole immediate, e nella nostra lingua, rappresentassero l'optimum. "Ciao", "Sì", "Bravo". Nomi facili e dal senso amichevole e positivo, per mezzi alla portata di chiunque. Salivi, pedalavi come su una bicicletta e te la cavavi aprendo o chiudendo il gas con la mano destra (e quando rompevi la manetta, legavi il filo dell'acceleratore a un cilindro in legno e, a parte somigliare a un puparo, andavi in giro lo stesso). Freni a manubrio. Non Dennis Hopper o Peter Fonda in "Easy Rider", quello no, ma i tre litri di miscela (e quanto si gonfiava il petto, nel dire al benzinaio «la facciamo al 2, eh...») bastavano per andare a scuola e, nel week-end, a ballare nei dintorni della città.
Epperò, non mancavano gli estrosi. Sì, perché "Ciao" e i suoi fratelli erano poco più che biciclette anche nel peso, per cui se ci prendevi la mano e non trovavi il semaforo rosso in viale dei Partigiani, impennavi davanti all'ex Questura, subito dopo la stazione di Aosta, e riportavi la ruota anteriore a terra dinanzi all'attuale sede della Polizia di Stato, là dove si concludeva l'allora seconda corsia di Corso Battaglione. Si è andati avanti per anni, con gli "estrosi" che alla fine avevano scoperto pure le varie elaborazioni "Pinasco" e "Giannelli", in bella mostra sugli scaffali di "Lucchini Cicli", per far rumoreggiare i loro ciclomotori come degli "F16" e guadagnare dieci chilometri orari sul solito rettilineo. Mica dei novelli Jimmy Dean, per carità, ma dalle nostre bici bmx non potevamo che invidiarli.
Poi, non solo quello ha smesso di essere il controviale, ma la mia generazione ha raggiunto quota quattordici (anni), affacciandosi al mondo delle due ruote. E allora, con "Burghy" fluorescenti piantati come chiodi nei cuori delle grandi città, ecco che le quotazioni pubblicitarie dell'italiano erano precipitate come quelle della "Telecom" nel giorno della liberalizzazione del mercato telefonico. Benvenuti "Oxford" e "Fifty". Marce a pedale. Bisognava capire cosa fosse una frizione, ma ben prima della nozione tecnica si prendeva confidenza con il fatto che rilasciandola di scatto, e accelerando nel contempo con convinzione, ti sembrava di decollare. Era importante un minimo di prestanza fisica, tuttavia, sennò l'atterraggio di fortuna risultava una conseguenza naturale... Comunque, spacconerie a parte, c'era chi era riuscito ad arrivare a "Les Trompeurs" o alla "Niche", partendo da Aosta, e questo bastava per volerne uno. Eppoi, se quello nero era da vero corsaro, con quello rosso, o blu, difficilmente una ragazza avrebbe resistito al chiederti di portarla a fare un giro, operazione facilitata pure da quella sella lunga che tendeva più al chopper, ma resa tremendamente problematica dal pattugliamento urbano da parte di figure tutte verbali e distintivo, quali il Brigadiere Danese, o i vigili Riello e Sartori.
Ai momenti ilari corrispondevano però i primi contatti ravvicinati con l'asfalto. Ne ricordo uno, che amor proprio vorrebbe censurabile, ma chi è senza peccato (motoristico, bien sûr) scagli la prima pietra. Ore 18.30 di un sabato di primavera. Giù lungo via Xavier de Maistre, direzione piazza Chanoux, ancora aperta al traffico. Via Hôtel des Etats, eccoci nel salotto cittadino. Gasato davanti al "Boch" dal "Testarossa" di un noto playboy cinematogra-fico di quegli anni, non vedo più differenze tra me e "Maverick" di "Top Gun", la mano destra "apre" fino a fine corsa e arrivo "lungo" alla curva di avenue Conseil des Commis. Il piede picchia sul freno, ma la sabbia sul porfido è lì a rendere la fisica tutt'altro che un'opinione e finire a guardare la piazza da sotto in su è il fotogramma successivo del film. Il cappannello-giuria sul sagrato davanti all'Hôtel de Ville, con coretto polifonico qui irripetibile, vota all'istante per lo stile di guida di colui che voleva essere Vasco Rossi, ma finì con il ricordare da vicino Bombolo.
Il primo pensiero da rialzato fu: «il casco non si toglie e se non riparte, si scappa a piedi...». Fortunatamente, per quanto li chiamassero "motorini" erano muli d'acciaio e il ritorno a casa per disinfettare un paio di tagli sulle braccia riuscì in pochi minuti.
Lezione di vita immensa, che rese rarissimi altri capitomboli. Anni dopo, ai tempi del "Manzetti", l'evocazione del fascino africano e del mistero che da quel continente promana da sempre erano le rotte battute dai signori della pubblicità. "Tuareg" e "Teneré" erano le moto (con la M maiuscola, stavolta) che potevi cavalcare con la patente "A", sentendoti come un paladino solitario della Dakar e andandotici a divertire sui cumuli di terra dei "Tiri", giù "in Dora", o a "Quota BP".
Però, a quel punto, in tanti avevamo ormai scelto di tradire quel mondo, aspettando la patente "quella vera". "Parisienne 2" era il nome della mia conquista a quattro ruote e, una volta salitoci per la prima volta (per coprire l'immane distanza tra via Parigi e via Torino), non avrei più calcato una sella, ma sempre e solo un sedile.
Oggi, nonostante di anni non ne siano passati poi un'infinità, guardo i "T-Max" dei ragazzi che sciamano al mattino verso la scuola e mi sento un "T-Rex", ma va benissimo così.

Già...

ogni periodo ha avuto un mezzo distintivo con le relative scoperte e furbate, al tempo dei miei, inizi anni '50, si gironzolava con la "Lambretta", gioiosi d'aver potuto raggiungere un traguardo importante, primo mezzo a motore per raggiungere il lavoro, prime gite fuori porta, prima indipendenza economica dopo la guerra.
Tanti i loro ricordi che raccontati ancora oggi danno un enfasi simile al loro vissuto.

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