Banalità

monte_bianco_e_aiguille_du_midi.jpgNon bisogna essere degli indovini per sapere che domani sui giornali, rispetto alla brutta notizia dei quattro morti piemontesi sul Monte Bianco, si aprirà di nuovo la corsa alle banalità, accentuate dalla circostanza della domenica sul lunedì e dunque dalla scarsità di notizie.
Rispunteranno i soliti discorsi e le ripetitive interviste. Speriamo solo che qualcuno ricordi che chiunque pratichi l'alpinismo deve fare i conti - come in tutte le attività oggettivamente a rischio - con la possibilità, più o meno remota, di lasciarci la vita.
Non è cinismo ma rappresentazione della realtà.

Commenti

Percezione dei propri limiti.

Non conosco le persone e le modalità dell’incidente sul Bianco e quindi non entro nel caso specifico. Anzi, mi inchino al lutto che ha funestato quattro famiglie.
La cosa che salta all’occhio è la mancanza di conoscenza di se stessi e dei propri limiti. Questa è un’epoca strana, tutti siamo qualcosa in più di quello che dovremmo essere. Abbiamo tantissime infarinature enciclopediche, poca esperienza diretta e molta presunzione. Ci si rifugia ciecamente nella tecnologia, invece di usarla come supporto e, quando manca, ci perdiamo. E a questo punto: “basta una giacca tecnica per essere alpinisti?” Direi di no. Io amo la montagna, sono molto prudente, sarà perché “ho assaggiato la pelle dell’orso” di Leviana memoria, mi danno molto fastidio i titoli che colpevolizzano la natura. A questo punto faccio una proposta. In Svizzera, ci sono stati molti incidenti mortali tra biciclette e camion, hanno organizzato dei corsi di formazione per ciclisti. Può sembrare banale, fa sorridere o scuotere la testa, ma hanno diminuito sensibilmente gli eventi. Allora, mi domando, la nostra RAVA ha voglia di fare corsi per vivere la montagna in sicurezza armonizzandoli con il turismo? Abbiamo l’esperienza dei campi avventura, degli esperti che ci invidiano, una rete di rifugi… basta lo studio dell’evento.

In effetti...

La vicenda di ieri è stata - leggendo le agenzie - agghiacciante. La cordata sembra essere rimasta appesa da qualche parte prima di precipitare. Sapremo nelle prossime ore.
Quel che tu proponi è sostanzialmente una modalità più aperta alla ricerca di nuova clientela del mestiere della guida, purtroppo in crisi nella sua tradizionale declinazione.
Un ruolo interessante per la formazione e l'avvio alla montagna lo stanno svolgendo gli accompagnatori della natura più accorti.

Praticamente sì: insegnare a godersi un ambiente montano.

I risvolti in termini economici e di immagine gioverebbero a questo comparto dei professionisti della montagna oltre che per la regione: investire in cultura della sicurezza e non solo, per il dopo, in mezzi di soccorso.

Libertà...

quello che temo sempre è che quando succede una tragedia (stradale, sul lavoro, sulle piste, in montagna, ecc.) si trovi il sistema di limitare la libertà degli altri, più prudenti, tramite delle leggi o norme.
Molte volte le norme sono decise da persone che poco hanno a che fare con il settore specialistico e vengono varate solo sull'onda emotiva.

Infatti

Oggi già parlano di cose tipo "numero chiuso" in alta quota! Davvero obbligatoria dovrebbe essere l'assicurazione per gli alpinisti per sgravare i costi dei soccorsi oggi compresi nella sanità pagata dal pubblico.

Metto assieme...

l'ultima affermazione di Luciano, secondo me ampiamente condivisibile, all'esperienza di un parente impegnato, in un capoluogo di provincia del nord, nel settore del Pronto intervento.
Uno si fa l'idea che in una "big city" il centralino sia rovente per cose maledettamente serie e invece non è proprio così. Certo, quando il gioco si fa duro, la musica cambia molto da ciò che si vede dalle nostre parti, ma un numero incredibilmente elevato di interventi scaturisce da problemi che sarebbero più confacenti al ruolo di un artigiano di fiducia, anziché alla funzione pubblica.
Eppure, quando arrivi sul posto, tutti impazienti, tutti con un pressoché ringhioso «allora, vogliamo far qualcosa?!» sulle labbra, incapaci di distinguere tra un sifone intasato e l'esondazione di un canale industriale. Sembra quasi che il vero male del mondo d'oggi sia una inquietante quanto pericolosa carenza di senso della responsabilità.
Lo stesso problema che, senza entrare nel merito del tragico episodio odierno, pare cogliere in misura crescente coloro che si rapportano con la natura. Appare in effetti diffusa oltre i livelli di guardia, a giudicare da determinati comportamenti, un'inspiegabile difficoltà ad accettare che sia lei, e non noi, a tenere il "banco" nella partita costituita dalla scalata di una cima, o dall'arrampicata su una parete ghiacciata. Eppure, partendo da presupposti diversi, purtroppo, si può solo finire su un crinale molto pericoloso. Perché, volenti o nolenti, nella maggioranza delle "mani" è il banco a vincere.
E, in fondo, chi ama la natura lo sa bene, è giusto che sia così.

Non si può che essere...

d'accordo con Luciano: il rischio in montagna è reale e l'incidente fatale è una possibilità. Qualsiasi persona che pratica l'arte dell'alpinismo lo sa e ne è conscia.
Ciò non significa che l'alpinista voglia morire ma significa semplicemente che si rappresenta questa possibilità. Quando i fatti tragici rimbalzano sui media i non alpinisti o i digiuni di cultura alpinistica lanciano strali contro la montagna assassina o l'alpinista imbecille.
Molte volte tornando a casa dopo avere arrampicato o fatto ascensioni in montagna ho rischiato la pelle per i comportamenti scriteriati e distratti di altri automobilisti eppure la comunissima morte per incidente automobilistico fa poca notizia e nessuno scandalo.
La maggioranza degli alpinisti è tesserata "Cai" proprio per la copertura di eventuali spese di soccorso e molti pagano quote annuali ad "Air Zermatt", "Rega" ed altri enti per incidenti sul versante elvetico delle nostre montagne.
La stragrande maggioranza di interventi del soccorso alpino riguarda "mal di montagna" nei rifugi, cercatori di funghi, pescatori ed escursionisti occasionali anche se la ribalta mediatica tocca i rari casi di recupero in parete, forse per la spettacolarità dell'intervento. Una cosa che forse sarebbe utile diffondere sono le risultanze degli accertamenti tecnici relativi agli incidenti perché da eventuali errori altrui ognuno di noi può trarre norme di esperienza per non ripeterli.
Un pensiero ai caduti ed alle loro famiglie.

Quando leggo...

queste notizie purtroppo ritorno, in un lampo, con la memoria ad una trentina di anni addietro quando alla fine di una meravigliosa giornata su un canalone di ghiaccio una ragazza della nostra compagnia è scivolata e purtroppo è deceduta.
Senza presunzione dico che tutti noi eravamo e siamo abbastanza esperti e prudenti, con noi c'era una guida , che è un caro amico, ma purtroppo è accaduto l'imponderabile.
Mi rimarrà sempre negli occhi la scivolata, il tentativo di aggrapparsi a qualcosa, il mio amico Marco che ha cercato di fermarla e non c'è riuscito, la neve che ha cambiato colore di colpo,e nelle orecchie l'urlo disperato prima di fare quel maledetto salto che l'ha portata via. Ricordo i singhiozzi che mi hanno, anzi ci hanno accompagnato tutti quanti, fino al ritorno alle auto.
Ma peggio di tutto ciò è stata la morbosità della gente al ritorno dell'elicottero che voleva vedere il morto, che voleva sapere chi c'era per far foto alle nostre facce.
Non credo che uno vada in montagna per morire ma spesso si sottovaluta la possibilità che accada una qualsiasi sciocchezza che, in centro ad Aosta sarebbe una banalità, ma che in alta montagna potrebbe essere causa di una tragedia.
Si può chiudere l'accesso alle vette, si può rendere obbligatoria la guida, si potrebbe fare di tutto ma la montagna è di tutti e non penso sia la strada giusta.

Mi associo e mi permetto...

un pensiero sentito all'amico Enrico Maule in queste ore di immenso dolore per la perdita del suo caro e galantuomo papà Mario a cui molti valdostani "devono" la patente di guida.

Una vicenda dolorosa

Concordo e compartecipo al lutto.

Vi segnalo...

e la trovate sulle agenzie, la proposta provocatoria di Messner - il grande alpinista sudtirolese che ho conosciuto piuttosto bene quando ero suo collega al Parlamento europeo - che di fronte alla tragedia di ieri mette in dubbio un caposaldo dell'alpinismo: legarsi in cordata.
La logica della proposta è: «ognuno si prenda il suo rischio, citando proprio i quattro morti sul Bianco, legati sino a nefasto destino nella scivolata letale».
Leggerete che in generale le reazioni sono assai negative. Francamente resto dell'idea che legarsi resti un elemento di sicurezza, ma siamo sicuri che in certe situazioni estreme, quando si lotta per sopravvivere magari a fronte di situazioni soggettive assai diverse nel pericolo, ciò abbia sempre senso?

Come contro...

non sapremo mai quante persone si sono salvate grazie alla corda legata al compagno. In questo momento si stanno materializzando gli effetti delle onde emotive evocate da tognibolognino.
Non le cavalchiamo benissimo e spesso ci travolgono facendoci dare ricette, di tutti i tipi.
Cosa fare in quelle situazioni? Possono esserci dei principi generali ma tutto è lasciato all'istinto e alla forza.

Messner, in verità...

con quel suo anticonformismo, tocca un tabù e per questo crea clamore.

Messner, non ha detto...

niente di nuovo, sovente quando si passa sotto seracchi od in altre situazioni si va slegati, ci si tiene d'occhio ma si va in giro slegati. Stupisce perché questa frase le dice un alpinista di un certo rilievo e da cui ci si aspetterebbero frasi un po' più posate ma sappiamo bene che Messner con le sue frasi spesso ha fatto discutere, e non poco.
Che piaccia o no ma anche questa è una delle regole che chi va per monti conosce bene.
In quanto alla corda, sacrosanta compagna di arrampicate, qualcuno si ricorda del film realtà (mi sfugge il nome) in cui la corda è diventata il confine tra la vita e la morte di entrambi o la salvezza per solamente uno dei due. Certe affermazioni fanno discutere, ma...

Scusate ma...

l'alzheimer sta avanzando... il titolo è "La morte sospesa".

Messner ha chiarito...

Non ha mai detto di non legarsi con la corda, ma di assicurarla per evitare di cadere nel caso uno precipiti, spiegando che non si riesce a tenerlo se la corda non è fissata.

Esatto...

ha detto che è meglio non legarsi se non vi sono punti di sosta intermedi, che la corda non serve se non si utilizza questo modo di procedere (appunto detto in sicurezza).
In lunghi traversi sul facile, o relativamente facile, la corda può essere un impiccio specie perché se si cammina uno dietro l'altro con metri di canapone in mezzo ai piedi e uno scivola.
E' fatale che l'altro lo segua nella caduta. E' altresì normale invece che ci si leghi in tratti impegnativi o su cascate o su creste. Purtroppo però, corda o non corda, quei quattro sventurati sono deceduti per una fantastica passione!

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