Moschee

moschea_tappeto.jpgLa Lega propone una moratoria sulle moschee, creando qualche imbarazzo al suo Ministro dell'Interno Roberto Maroni. Ma l'occasione riapre un tema delicato.
Da una parte il rispetto di tutte le religioni e le libertà connesse sono un valore costituzionale (anche se manca un'intesa fra il variegato mondo islamico e lo Stato italiano), dall'altra l'idea che le moschee possano avere imam che predichino odio o organizzino cellule terroristiche fa rabbrividire.
L'intesa dorebbe offrire quel quadro di certezze che eviti proprio che edifici di culto legittimi diventino altra cosa.

Commenti

Non cattolici

Il problema nasce quando lo Stato italiano non vuole affrontare il problema delle religioni diverse dalla cattolica. Molte sono state le iniziative parlamentari mai soddisfatte in questa materia. Se ci fosse una presa di coscienza che esistono altre realtà degne di tutela che, nel rispetto della legge, offrono alternativa ai canoni tradizionali, non avremmo problemi di ordine pubblico. Non serve una moratoria senza affrontare una esigenza sociale. Facciamo nascere moderne catacombe? Anche se (probabilmente, nda) per evitare il problema ci si nasconderà dietro il dito della crisi o dell’allarme terrorismo. Lo stesso padrone di questa virtuale casa, scrive in altro post, che l’islamico che vuole vivere integrato in una comunità allontana il fanatico e, soprattutto, il terrorista. Ebbene, facciamo in modo che sia così: affrontiamo il problema e facciamo tesoro di altre realtà. Ribadisco che “l’altro” spesso è italiano da generazioni solo che il suo culto non è riconosciuto come Chiesa dalla legislazione non laica attuale. Ma il mio non è un ragionamento semplicistico, abbiamo bisogno di sicurezza e di convivenza e, uno Stato attento, ascolta le esigenze dei cittadini.

Non è così

Lo Stato italiano ha già raggiunto intese con molte confessioni religiose, ma gli islamici sono troppo divisi per concordare un testo fra loro.

Concordo

con la realtà delle intese particolari. Ma manca una linea generale che non faccia identificare un culto diverso come un movimento poco "legale". E non mi riferisco solo all'Islam. in questo particoare frangente è vero che ancora molta strada deve essere fatta.

In effetti

Se separiamo l'aspetto giuridico (penso a importanti sentenze della Corte Costituzionale) dalla percezione popolare, che resta legata alla "propria" religione (quanto sia di facciata lo sappiamo) e dunque intrinsecamente sospettosa degli altri culti, allora concordo. Ricordo tuttavia un certo cinismo di un vecchio missionario valdostano, l'Abbé Lavoyer, che mi aveva detto: «Giusto aprire le moschee da noi: è segno di civiltà e dovere giuridico. Sarebbe bene avere la reciprocità: a Beirut la mia chiesa l'hanno bruciata e non ho potuto ricostruirla».

Certo

l'Abbé Lavoyer non ha torto. Ma il nostro segno di civiltà deve essere inciso sulla pietra. Tutti abbiamo dei diritti e dei doveri: nascondersi politicamente e sperare nella polizia è riduttivo.
Spero davvero che un giorno, non troppo lontano, ognuno possa pregare come vuole senza sospetti alcuni.

Dalla mia...

vedo che l'integrazione sarà molto molto difficile in quanto non esiste la stessa larghezza di vedute; dalla nostra concediamo spazi per pregare, per socializzare ma dall'altra riceviamo rifiuti senza possibilità di appello.
La chiesa distrutta e mai ricostruita a Beirut è un esempio dell'arroganza di questa (non tutti sono così, sia chiaro) cultura. Il fatto che all'interno del nostro paese ci sia una loro giustizia parallela (sharia) per alcune questioni, non mi sembra un bell'esempio di convivenza.
Vivo in un paese in cui tutti i giorni spunta un marocchino, o algerino che sia, nuovo. Non c'è integrazione, non la vogliono come non vogliono accettare tante regole del paese che li ospita, conoscono molto bene le leggi quando servono a loro ma le ignorano quando devono rispettarle.
Ci lamentiamo quando passa il "Tour de France" perché chiudono le strade per un paio di ore ma non diciamo nulla quando le stesse vengono occupate quotidianamente per le preghiere collettive. Siamo dei "cagasotto" da questo punto di vista e caliamo le braghe ogni volta.
Scusate ma la vedo così e siamo in tanti a pensarla a questo modo.

Ma se io adesso

ti dicessi che esprimendo il tuo pensiero sei razzista? Ti arrabbieresti e a ragione. Dobbiamo anche demolire il luogo comune che se sei immigrato hai sempre ragione. E che se io mi schiero per il rispetto della convivenza sociale per tutti sono un cittadino e non un membro del KKK.
Lavoro, lavoro, lavoro e non arenare, arenare, arenare in varie commissioni. Gli accordi di pacifica convivenza si facciano con chi ci vuole stare gli altri verranno.

Può darsi...

che sia razzista, ma più che altro ne ho un po' le scatole piene di tante parole vuote dette solo per circostanza.
Siamo deboli, a parole accettiamo il diverso (è una brutta parola ma non me ne viene in mente altra) ma poi nel nostro intimo vorremmo non ci fosse. Accade quello che si è verificato quando c'è stata la migrazione dei meridionali, subito sono stati uno shock ma ci servivano per fare lavori che molti di noi non volevano fare, abbiamo avuto momenti di intolleranza ma poi bene o male ci siamo sistemati tutti anche se la vera integrazione ha richiesto qualche lustro; ora c'è la stessa migrazione ma con gente che per mille ragioni non vogliamo ma che a qualcuno di noi fa comodo lo stesso.
Non parliamo la stessa lingua, non abbiamo la stessa religione, gli stessi usi e gli stessi costumi e soprattutto non siamo forti allo stesso modo. Può darsi che sono razzista ma circa 25 anni fa sono venuto in Valle per lavoro ed è toccato a me fare il primo passo per farmi accettare perché nonostante sia della Granda ero un foresto. Ho imparato il francese ma prima di tutto ho dovuto dimostrare ad un mio collega, un po' conservatore, che non ero un "terun" (come mi ha apostrofato un paio di volte) per cui ho imparato a capire il patois anche se non lo parlo, (vi ammazzerei dalle risate se lo facessi).
Invece vedo che l'imperativo quando si tratta con gli extracomunitari e "non bisogna urtare la suscettibilità... i costumi... le abitudini..."?!? Forse sono meno evoluto di te (nel senso che invidio la tua apertura mentale) ma non la vedo così semplice.
Il tempo poi farà il suo corso ma personalmente sono un po' scettico.

Scusami

ma non volevo accusarti e soprattutto sminuirti in e di nulla. La mia era solo una segnalazione su come poteva (e in genere succede) essere interpretato il tuo, ma anche il mio, intervento.
Tu hai fatto quello che ho fatto e sto facendo io. Non sono nato in VdA ma amo visceralmente questa terra e le sue tradizioni. Per un motivo molto semplice, che ricordo spesso ai miei figli. La nostra identità è culturalmente specifica e si fa in modo di non perderla. Il nostro essere legati al territorio ci fa essere ghiotti di altre conoscenze. E siamo pronti al confronto.
Ovviamente la reciprocità in un paese democratico (Beirut non lo è) è condizione indispensabile e irrinunciabile. Se si rinuncia succedono i problemi come a Milano con i milanesi della Cina (così si sono definiti). Mi ripeto: se si volesse si avrebbero risultati.

Ti ritengo troppo intelligente...

per accusarmi di essere razzista ed a ragione mi sono espresso in questi termini; troppo spesso si demandano ai cittadini decisioni che dovrebbero essere prese in sedi un po' più importanti e soprattutto si chiede di essere pazienti e tolleranti.
Ma ti sei mai chiesto quanti migranti ci sono nello Stato del Vaticano? penso neanche uno e credo tu capisca anche il perché.
Ti racconto una storiella vera di tre anni fa: in palestra chiedo ad una mia allieva di portare avanti il programma ad un gruppetto di allievi mentre io lavoro con gli altri.
Dopo una manciata di minuti mi viene a dire un po' sconsolata che c'è un allievo che non «riceve ordini da una donna»... l'uno è un ragazzino marocchino di dieci anni nato in Italia da genitori già da noi da una decina di anni.
Tutto ciò per farti capire che uno si sforza di intrecciare una convivenza ma che spesso ci si scontra con un retaggio culturale arcaico. Sono un maschio e parlo coi maschi. Questo era il concetto che traspariva da quel rifiuto.
Ma quando fa comodo ci parlano con le donne, che siano assistenti sociali o funzionari pubblici od avvocati . Questo è opportunismo e noi diamo ancora retta a quattro pellegrini a cui fa comodo dividere il mondo in due, perché fondamentalmente siamo dei "cagasotto"...
Non la vedo diversamente. Lottiamo e ci imponiamo con i deboli e con i forti cerchiamo la via che ci lascia meno cicatrici.

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