blog di luciano

Sécessionisme

Capita che spunti nel linguaggio politico un’espressione che potrà diventare importante e significativa in una certa temperie e mi riferisco ai terribili fenomeni del terrorismo islamista, tramontato nella percezione generale per via dell’affermarsi drammatico della pandemia. Ma non abbassare la guardia e continuare a affrontare ili tema è indispensabile. Mentre scrivo so bene come continui in molte parti del mondo un proselitismo incessante i cui esiti terribili colpiscono senza pietà sull’onda di quel male oscuro che è l’integralismo religioso.
La parola secessionismo da noi indica con chiarezza la strada intrapresa da coloro che, viventi dentro uno Stato, agognano ad andarsene da questo stesso Stato cui appartengono o per farsene uno proprio o per andarsene con un altro e ciò può avvenire con la violenza o con procedimenti democratici come il referendum.
In francese, invece, accanto a questo significato se n’è aggiunto un altro, ripreso dal Presidente Manuel Macron e il dibattito che ne è scaturito è interessante.
Trovo la descrizione sul sito di RFI: « La République indivisible n’admet aucune aventure séparatiste », a déclaré le Président de la République Emmanuel Macron, à Paris, lors de la célébration au Panthéon des 150 ans de la Troisième République le 4 septembre 2020. Depuis son introduction dans le débat public par le chef de l’État, en octobre 2019, le terme « séparatisme » est régulièrement employé par la presse et le monde politique, notamment lors de l’évocation de la défense des « valeurs républicaines » et de la laïcité. Porté par le ministre de l’Intérieur Gérald Darmanin et par Marlène Schiappa, ministre déléguée chargée de la Citoyenneté, il sera même bientôt à l’agenda de l’Assemblée nationale, qui discutera cet automne d’un projet de loi «de lutte contre les séparatismes»”.
E più avanti: ”Mais le mot fait débat au sein même du champ politique. Selon Jean-Michel Fauvergue, député La République en marche en Seine-et-Marne et ancien patron du RAID (unité d'élite de la police française), le terme «séparatisme » a l’intérêt d’avoir une définition bien précise, et renvoie à «l’idée de se séparer, par un moyen ou une idéologie quelconque, des valeurs de la République» « .
Spiega un articolo su Le Télégramme: ”«Séparatisme», c’est le mot qu’il a trouvé pour qualifier ce que l’on appelait jusqu’alors « communautarisme » ou encore « islamisme radical ». La déclaration, c’est celle qu’il fera, ce vendredi. Quant au projet de loi, il actualisera la loi de 1905 qui, fixant la séparation des Églises et de l’État, pose les principes de la laïcité. Dans son article 35, par exemple, elle sanctionne fermement tout propos et affichage contenant « une provocation directe à résister à l’exécution des lois ». Certes, l’Église catholique qui était alors visée n’est plus en cause. Pour autant, la laïcité, au cœur de notre pacte républicain, a-t-elle aujourd’hui surtout besoin d’un nouveau cadre législatif ou d’une ferme volonté politique dans l’application des règles en vigueur? La question se pose ainsi pour certaines associations musulmanes qui dépassent gravement les pratiques cultuelles en se livrant à un dangereux prosélytisme”.
Trovo che l’argomento sia meritevole di grande attenzione e non è solo sull’onda degli attentati terroristici che bisogna rifletterci.
Non può infatti concepirsi l’idea di accettare lo svilupparsi nella società di mondi separati, in cui l’estremismo islamista prosperi e si alimenti. Vale per questo, in analogia, l’avvelenamento derivante in Italia dal prosperare e diffondersi di fenomeni di infiltrazione mafiosa con l’idea di un vero e proprio insieme di poteri alternativi a quelli pubblici e alla società degli onesti. Anche questo è separatismo e indigna nello stesso modo di chi vaneggia attorno a Stati teocratici e ad uso violento, discriminatorio e divisivo attraverso la propria religione.

Il cielo in una stanza

Ragnar Kjartansson durante 'A sky in a room'Mi spiace di non essere andato a vedere questa bizzarria realizzata dell'artista islandese Ragnar Kjartansson, che nasce dall'ascolto casuale da parte sua alla radio - così ha raccontato - di una canzone carissima per la mia generazione e che non invecchia. Una performance che si svolge a Milano e vi dirò perché il tema mi diverte.
La sostanza è questa: ogni giorno cantanti professionisti si stanno alternando, uno alla volta, all'organo della Chiesa di San Carlo al Lazzaretto, detta anche San Carlino, a Milano, per eseguire un arrangiamento "spirituale" della celebre canzone di Gino Paoli, "Il cielo in una stanza", che si ripeterà ininterrottamente per sei ore al giorno, come se si trattasse di una ninna nanna infinita.
«"Il cielo in una stanza" è l'unica canzone che conosco che rivela una delle caratteristiche fondamentali dell'arte: la sua capacità di trasformare lo spazio», spiega l'artista. «In un certo senso - continua Kjartansson - è un'opera concettuale. Ma è anche una celebrazione del potere dell'immaginazione, infiammata dall'amore, di trasformare il mondo attorno a noi».
Bravissimo! Ha capito tutto.
Quando eravamo assieme alla Camera dei deputati, dissi a Gino Paoli, mio collega allora, quanto amassi le sue canzoni e quella in particolare. Evitai di dire che le rare volte in cui ho cantato al karaoke ho sempre scelto "Il cielo in una stanza", interpretata indegnamente. Ma ero sincero perché scalda il mio cuore.
Scrive su "GQ" Valentina Giampieri: «Gli alberi infiniti, il cielo, l'organo che vibra... Non siamo a un concerto in mezzo al bosco, ma è "Il cielo in una stanza", la stanza - seppure senza pareti - con il soffitto viola resa celebre da Mina. Testo e musica li scrive Gino Paoli, ma sarà la Mazzini a incidere il brano per prima, nel 1960, facendone il disco in assoluto più venduto di quell'anno. Tra le canzoni più romantiche e sicuramente più note di Paoli, "Il cielo in una stanza" non è stata apprezzata sin da subito però e per tanti anni si è portata dietro un segreto. "Era il 1959 - racconta lui stesso - avevo venticinque anni e fino a quel momento avevo scritto solo altre due canzoni, "La gatta" e "Grazie". Ma anche un capolavoro può avere un percorso travagliato per arrivare al successo". E il successo può durare per sempre, come dimostra la presenza di questo brano in "Summertime", la serie giovane "Netflix" del momento. Il brano inizialmente uscì senza il suo nome: "Non furono i dissidi il motivo per cui il 45 giri non portava la mia firma, ma quella di Mogol - Toang (pseudonimo del compositore e pianista Renato Angiolini), semplicemente non ero ancora iscritto alla Siae"».
Più avanti: «"Il cielo in una stanza" racconta l'orgasmo, lo ha confermato di recente lo stesso Paoli: "E' una canzone dedicata a un gesto umano, ma mistico, che proietta in una dimensione dove sei tutto e niente. Descrivere l'atto è praticamente impossibile, così ho trovato questa tecnica: ci giro intorno e il non detto arrivo a suggerirlo con l'ambiente". In quanto alla dedica, Gino ha svelato un segreto: "Era per una puttana della quale mi ero innamorato, perché a quei tempi le ragazze non te la davano. E poi chi ha detto che non si può amare una puttana? Per me il sesso è come un sacrificio umano, qualcosa che ti scaraventa in una dimensione mistica. Se non c'è amore, lo chiama, lo fa nascere, magari anche solo per quel momento"».
E infine: «"Le parole mi vennero improvvisamente un giorno che mi trovavo in un bordello e sdraiato sul letto ne fissavo il soffitto color viola. Con "Il cielo in una stanza", sentivo il bisogno di dire che l'amore può nascere in qualsiasi momento e in qualsiasi posto, per proiettarsi ovunque superando ogni confine e barriera". La suddetta casa chiusa era il "Castagna" a Genova, in vico dei Castagna 4. La zona è quella di Porta Soprana, a pochi passi da piazza delle Erbe, proprio lì lavorava la signorina per cui il cantautore perse la testa e a cui dedicò alcune tra le sue parole e note più belle».
Vedi come si passa dalle nuvole romantiche alla concretezza carnale. Ma resta la poesia, che ricordo:
«Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti.
Quando sei qui vicino a me, questo soffitto viola no, non esiste più, io vedo il cielo sopra noi, che restiamo qui abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al mondo.
Suona un'armonica, mi sembra un organo che canta per te e per me, su nell'immensità del cielo.
Per te, e per me, per te, per me, nel ciel»
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Torna la disputa sul Monte Bianco

Il libro di Laura e Giorgio AliprandiPremessa: con il "Trattato di Utrecht" del 1713 nasce l'idea dei bacini idrografici e dei confini sulla cima delle montagne. Criterio meccanicistico rozzo e punitivo per le popolazioni alpine, che prima degli Stati nazionali andavano e venivano senza frontiere. L'Europa unita insegue questa stessa situazione di cancellazione delle "ferite della Storia", come si definiscono le frontiere.
In queste ore torna viva la questione dei confini sul Monte Bianco, irrisolta da tutti i Governi di ogni colore succedutisi a Roma, con buona pace di chi vuole manifestare con spirito anti-francese, piuttosto grottesco al tempo dell'Unione europea e risolvibile mettendosi attorno ad un tavolo diplomatico e non con invettive e proteste per farsi pubblicità.
Anni fa, ricevetti un biglietto di Laura e Giorgio Aliprandi, i coniugi esperti e studiosi di cartografia, sul tema "proprietà" della cima Monte Bianco. Con mia viva soddisfazione proprio loro, nella fondamentale pubblicazione del 2007 di Priuli e Verlucca "Le grandi Alpi nella cartografia 1482 - 1885", mi davano il merito, come deputato, di aver sollevato con due interrogazioni parlamentari, una nel 1996 e una nel 1999, un tema di cui in Italia - in sedi ufficiali come da loro stessi ricostruito - nessuno si occupava da ben 130 anni!

Un ritorno

L'aula del Consiglio Valle all'avvio della XVI LegislaturaOggi è una data interessante per la mia vita e qui l'annoto senza troppi giri di parole con un'azione verità e più passa il tempo e più dire le cose come stanno mi appartiene. Come si dice: pane al pane e vino al vino.
Ricordo di aver passato gli ultimi sette anni senza aver alcun ruolo elettivo. Un periodo sabbatico, in cui sono tornato al mio lavoro in "Rai" perché bisogna sempre avere un lavoro cui tornare perché è una forza. Ho vissuto senza ansie o problemi, dopo ventisei anni di cariche ottenute fra Roma, Bruxelles ed Aosta.
Bella esperienza davvero fra Camera, persino con un passaggio al Governo, poi il Parlamento europeo, anche presidente di Commissione, ma anche al "Consiglio d'Europa" con un bel ruolo e idem al "Comitato delle Regioni" ed in Valle D'Aosta assessore e pure presidente della Regione. Sempre fiero di esserlo e, immodestamente, ben considerato perché ho sempre lavorato duro, ma sorridendo. Poi ovviamente ho i miei difetti, alcuni di cui vado persino fiero ed altri no.

Il professore francese decapitato

Un cartello durante la manifestazione per Samuel PatyFaccio un post su "Twitter", dicendo che moralmente mi sentivo partecipe della manifestazione pubblica che a Parigi ha ricordato la morte di Samuel Paty, povero professore francese ucciso e decapitato da un diciottenne ceceno islamista.
Mi risponde una donna indignata: «Non capisco perché si debba sottolineare di che religione sia... Che con la religione non ha niente che fare... Non si sente mai arrestato mafioso di religione cristiana ortodossa che sia... tutto per aumentare odio. Vivi e lascia vivere ma col massimo rispetto verso tutti e tutto».
Roba da non credere! Islamico ed islamista hanno una bella differenza semantica e resta la circostanza, evidente per chiunque, ma non per la mia interlocutrice, che Abdoullakh Abuyezidvich Anzorov, accolto in Francia con lo status di rifugiato dalla Russia, ha decapitato il professore con un coltello gridando «Allahu Akhbar!»...

Scurati torna su Mussolini

Il secondo libro di Antonio Scurati su MussoliniAvevo riassunto in queste pagine, consigliandone la lettura, il romanzo storico di rara profondità scritto per la Bompiani da Antonio Scurati "M. Il figlio del secolo". Una storia straordinaria per la lucidità del racconto, che spazza via certa scrittura polverosa degli eventi storici, nel farci vivere la parabola ascendente (1919-1925) del Duce, uomo baciato dalla fortuna e dagli eventi nella sua ascesa verso la dittatura. Con crudezza nella descrizione si parte da questo disperato che sale i gradini del potere per una serie di combinazioni e le note storiche accompagnano il lettore nei diversi passaggi della sua vita piuttosto grama fino ai fasti degli anni Venti con l'incredibile compagnia di giro che lo affiancò a tour de rôle dagli esordi fino alla morte di Giacomo Matteotti ed all'affossamento della democrazia parlamentare.

Valle d'Aosta: zona rossa e brutti dati

Il posto di blocco sulla ss26 all'inizio di VerrayesIn queste ore la Valle d'Aosta torna ad avere livelli record di diffusione del "coronavirus": per essere precisi è la regione con l'indice di trasmissibilità (Rt) del coronavirus più alto in Italia. Il coefficiente - secondo il monitoraggio settimanale dell'Istituto superiore della Sanità (periodo fra il 5 e l'11 ottobre) - è 1,53.
Tre Comuni sono stati "chiusi" con conseguenze per tutti, visto che la Statale 26 è stata interrotta per alcuni chilometri, obbligando a prendere un tratto di autostrada. I disagi sono evidenti per chi è in quarantena con frontiere e già si sa bene che eventuali allargamenti della zona o ulteriori focolai circoscritti potranno esserci ancora altrove.
Sono stupefatto di leggere di persone di elevato livello culturale che inseguono, anche in Valle d'Aosta, teorie complottiste a diversi livelli di gravità e credo che sulla questione vada fatta un minimo di pulizia per non lasciare margine al dubbio.

Il poeta e il ciclista

Alfonso Gatto al 'Giro d'Italia'Leggo incuriosito un articoletto sulla "Gazzetta dello Sport" che racconta di come il campionissimo del ciclismo, Fausto Coppi, un mito del pedale alimentato dal gossip sulle sue vicende familiari e soprattutto dalla sua morte prematura, avesse cercato di insegnare ad andare in bicicletta al poeta Alfonso Gatto, che seguiva il "Giro d'Italia" per il quotidiano "L'Unità".
Trovo sul Web l'articolo originale del racconto, non mediato da chi si limita a riferire i fatti. E' un pezzo esemplare: "La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l'occhietto, io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. Perfino i ragazzi all'arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell'orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. «Sembra un vecchio campione» dicono «ed è soltanto un posapiano. Lui a casa ha il triciclo» e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no".

Calamandrei sulla Scuola

Piero CalamandreiPovera Scuola, vittima più di altre del "covid-19" e di una gestione sanitaria che, piano piano, sta svuotando le aule e porterà ad un tracollo ed al generalizzarsi, ma con mille difficoltà, della "Didattica a Distanza". La situazione di "vuoto politico" in Valle e la disastrosa Ministra Lucia Azzolina (una perla il suo concorsone) non aiutano, malgrado gli sforzi di tanti insegnanti di buona volontà, cui fanno purtroppo da contraltare quelli che non ce l'hanno affatto.
E pensare che la scuola conta e conta più che mai e non è la questione di "parcheggiare" i nostri figli, ma pretendere invece che la Scuola funzioni perché senza di essa la società viene privata di un servizio pubblico.
Mi veniva in mente, avendolo visto citato, il discorso pronunciato da Piero Calamandrei al terzo Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale ("Adsn") nel lontano 1950.

Le trattative

Un momento delle trattative politiche in onda sul 'Tgr'Non ho mai parlato qui delle trattative politiche in corso per la formazione del prossimo Governo regionale in Valle d'Aosta. Non per una scelta omissiva o per chissà quali aspetti di segretezza oscura, ma perché credo che, quando ci sono accordi politici da stipulare, certi passaggi prevedano riunioni riservate, che consentano di parlarsi con franchezza e con una ragionevole tranquillità e ciò prescinde dai toni, spesso concitati, di momenti come questi. Lo dico per vita vissuta in tanti anni di impegno politico.
Invece - e pur essendo giornalista me ne dolgo - spuntano colleghi, telecamere e macchine fotografiche ad ogni appuntamento e soprattutto leggo, quasi durante le riunioni, resoconti più o meno credibili di quanto avvenuto. Ricordo che persino i "grillini", assurti al potere, hanno capito che la logica di riunioni in streaming non sono per nulla un'esaltazione della democrazia, perché si finisce per parlare ai propri accoliti e non si mira a sviluppare un dibattito fecondo che porti a risultati concreti. Lo si vede anche dalle sedute del Consiglio Valle con consiglieri che in certi casi non parlano fra di loro nell'agone parlamentare per la semplice ragione che puntano la telecamera accesa a beneficio dei propri elettori o per farsene di nuovi.

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