blog di luciano

La strana storia di “Bella ciao”

Quando si parla di notizie false, che finiscono per diventare patrimonio comune, c’è una storia istruttiva per chi, come me, conosce dai tempi della scuola una famosa canzone, vendutami come “canzone partigiana” e per questo ne parlo con l’approssimarsi della data che per me è davvero una Festa di Liberazione, vale a dire il 25 aprile. Si tratta di “Bella ciao”, ripresa ancora di recente da molti gruppi e assurta nella classifica dei brani più venduti, prima in Spagna come colonna sonora di una serie di Netfix “La Carta di carta”, e poi in Francia, sempre nelle hit, grazie ad una riproposizione del brano con Naestro, Maitre Gims, Slimane, Vita e Dadju, delle star Oltralpe. Ma “Bella Ciao” è stata cantata in diverse occasione da folle in protesta, come dagli indipendentisti catalani a Barcellona.
Ma una bella inchiesta dell’estate scorsa di Luigi Morrone sul Corriere della Sera raffredda gli animi sull’origine del brano e della celebre musica: “Gianpaolo Pansa: «Bella ciao. È una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare». Giorgio Bocca: «Bella ciao … canzone della Resistenza e Giovinezza … canzone del ventennio fascista … Né l’una né l’altra nate dai partigiani o dai fascisti, l’una presa in prestito da un canto dalmata, l’altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell’Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano … Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto».
La voce “ufficiale” e quella “revisionista” della storiografia divulgativa sulla Resistenza si trovano concordi nel riconoscere che “Bella ciao” non fu mai cantata dai partigiani.
Ma qual è la verità? «Bella ciao» fu cantata durante la guerra civile? È un prodotto della letteratura della Resistenza o sulla Resistenza, secondo la distinzione a suo tempo operata da Mario Saccenti?
In “Tre uomini in una barca: (per tacer del cane)” di Jerome K. Jerome c’è un gustoso episodio: durante una gita in barca, tre amici si fermano ad un bar, alle cui parete era appesa una teca con una bella trota che pareva imbalsamata. Ogni avventore che entra, racconta ai tre forestieri di aver pescato lui la trota, condendo con mille particolari il racconto della pesca. Alla fine dell’episodio, la teca cade e la trota va in mille pezzi. Era di gesso.
Situazione più o meno simile leggendo le varie ricostruzioni della storia di quello che viene presentato come l’inno dei partigiani. Ogni “testimone oculare” ne racconta una diversa. Lo cantavano i partigiani della Val d’Ossola, anzi no, quelli delle Langhe, oppure no, quelli dell’Emilia, oppure no, quelli della Brigata Maiella. Fu presentata nel 1947 a Praga in occasione della rassegna “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”. E così via.
Ed anche sulla storia dell’inno se ne presenta ogni volta una versione diversa.
Negli anni 60 del secolo scorso, fu avvalorata l’ipotesi che si trattasse di un canto delle mondine di inizio XX secolo, a cui “I partigiani” avrebbero cambiato le parole. In effetti, una versione “mondina” di “Bella ciao” esiste, ma quella versione, come vedremo, fa parte dei racconti dei pescatori presunti della trota di Jerome.
Andiamo con ordine. Già sulla melodia, se ne sentono di tutti i colori.È una melodia genovese, no, anzi, una villanella del 500, anzi no, una nenia veneta, anzi no, una canzone popolare dalmata … Tanto che Carlo Pestelli sostiene: «Bella ciao è una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore»”.
Trovo suggestiva e utile questa definizione, che mostra come la tradizione si abbeveri di diverse fonti.
Ma ecco come l’articolo entra nel vivo: “Sul punto, l’unica certezza è che la traccia più antica di una incisione della melodia in questione è del 1919, in un 78 giri del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato “Klezmer-Yiddish swing music”. Il Kezmer è un genere musicale Yiddish in cui confluiscono vari elementi, tra cui la musica popolare slava, perciò l’ipotesi più probabile sull’origine della melodia sia proprio quella della canzone popolare dalmata, come pensa Bocca.
Vediamo, invece, il testo “partigiano”. Quando comparve la prima volta?
Qui s’innestano i racconti “orali” che richiamano alla mente la trota di Jerome. Ognuno la racconta a modo suo. La voce “Bella ciao” su Wikipedia contiene una lunga interlocuzione in cui si racconta di una “scoperta” documentale nell’archivio storico del Canzoniere della Lame che proverebbe la circolazione della canzone tra i partigiani fra l’Appennino Bolognese e l’Appennino Modenese, ma i supervisori dell’enciclopedia online sono stati costretti a sottolineare il passo perché privo di fonte. Non è privo di fonte, è semplicemente falso: nell’archivio citato da Wikipedia non vi è alcuna traccia documentale di “Bella ciao” quale canto partigiano.
Al fine di colmare la lacuna dell’assenza di prove documentali, per retrodatare l’apparizione della canzone partigiana, molti richiamano la “tradizione orale”, che – però – specie se di anni posteriore ai fatti, è la più fallace che possa esistere. Se si va sul Loch Ness, c’è ancora qualcuno che giura di aver visto il “mostro” passeggiare sul lago …Viceversa, non vi è alcuna fonte documentale che attesti che “Bella ciao” sia stata mai cantata dai partigiani durante la guerra. Anzi, vi sono indizi gravi, precisi e concordanti che portano ad escludere tale ipotesi”.
Segue una minuziosa ricostruzione delle diverse e possibili fonti documentali che potrebbero attestare il contrario e invece confermano l’idea che si tratti, come dire?, di un mito aggiunto nel dopoguerra.
Insomma, la conclusione è chiara: “Come si è detto, sul piano documentale, non si ha “traccia” di Bella ciao prima del 1953, momento in cui risulta comunque piuttosto diffusa, visto che da un servizio di Riccardo Longone apparso nella terza pagina dell’Unità del 29 aprile 1953, apprendiamo che all’epoca la canzone è conosciuta in Cina ed in Corea. La incide anche Yves Montand, ma la fortuna arriderà più tardi a questa canzone oggi conosciuta come inno partigiano per antonomasia.
Come dice Bocca, sarà il Festival di Spoleto a consacrarla. Nel 1964, il Nuovo Canzoniere Italiano la presenta al Festival dei Due Mondi come canto partigiano all’interno dello spettacolo omonimo e presenta Giovanna Daffini, una musicista ex mondina, che canta una versione di “Bella ciao” che descrive una giornata di lavoro delle mondine, sostenendo che è quella la versione “originale” del canto, cui durante la resistenza sarebbero state cambiate le parole adattandole alla lotta partigiana. Le due versioni del canto aprono e chiudono lo spettacolo.
La Daffini aveva presentato la versione “mondina” di Bella ciao nel 1962 a Gianni Bosio e Roberto Leydi, dichiarando di averla sentita dalle mondine emiliane che andavano a lavorare nel vercellese, ed il Nuovo Canzoniere Italiano aveva dato credito a questa versione dei fatti.
Sennonché, nel maggio 1965, un tale Vasco Scansiani scrive una lettera all’Unità in cui rivendica la paternità delle parole cantate dalla Daffini, sostenendo di avere scritto lui la versione “mondina” del canto e di averlo consegnato alla Daffini (sua concittadina di Gualtieri) nel 1951. L’Unità, pressata da Gianni Bosio, non pubblica quella lettera, ma si hanno notizie di un “confronto” tra la Daffini e Scansiani in cui la ex mondina avrebbe ammesso di aver ricevuto i versi dal concittadino. Da questo intreccio, parrebbe che la versione “partigiana” avrebbe preceduto quella “mondina”.
Nel 1974, salta fuori un altro presunto autore del canto, un ex carabiniere toscano, Rinaldo Salvatori, che in una lettera alle edizioni del Gallo, racconta di averla scritta per una mondina negli anni 30, ma di non averla potuta depositare alla SIAE perché diffidato dalla censura fascista.
La contraddittorietà delle testimonianze, l’assenza di fonti documentali prima del 1953, rendono davvero improbabile che il canto fosse intonato durante la guerra civile .Cesare Bermani sostiene che il canto fosse “poco diffuso” durante la Resistenza, onde, rifacendosi ad Hosmawm, assume che nell’immaginario collettivo “Bella ciao” sia diventata l’inno della Resistenza mediante l’invenzione di una tradizione.
Sta di fatto che lo stesso Bermani, oltre ad avvalorare l’inattendibile ipotesi che fosse l’inno della Brigata Maiella, da un lato, riconosce che, prima del successo dello spettacolo al Festival di Spoleto «si riteneva, non avendo avuto questo canto una particolare diffusione al Nord durante la Resistenza, che fosse sorto nell’immediato dopoguerra», dall’altro, però, raccoglie svariate testimonianze che attesterebbero una sua larga diffusione durante la guerra civile, smentendo di fatto sé stesso”..
Salto qualche passaggio e vado dritto alle conclusioni inoppugnabili: “Ritornando al punto di partenza, come sostengono Bocca e Panza, “Bella ciao” non fu mai cantata dai partigiani. Ma il mito di “Bella ciao” come “canto partigiano” è così radicato, da far accompagnare il funerale di Giorgio Bocca proprio con quel canto che egli stesso diceva di non aver mai cantato né sentito cantare durante la lotta partigiana.
Perché “Bella ciao”, nonostante tutto, è diventata il simbolo della Resistenza, superando sin da subito i confini nazionali? Perché ha attecchito questa “invenzione della tradizione”? Qualcuno ha sostenuto che il successo di “Bella ciao” deriverebbe dal fatto che non è “targata”, come potrebbe essere “Fischia il vento”, il cui rosso “Sol dell’Avvenir” rende il canto di chiara marca comunista. “Bella ciao”, invece, abbraccerebbe tutte le “facce” della Resistenza (Guerra patriottica di liberazione dall’esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l’emancipazione sociale), come individuate da Claudio Pavone.
Ma, probabilmente, ha ragione Gianpaolo Pansa: «(Bella ciao) viene esibita di continuo ogni 25 aprile. Anche a me piace, con quel motivo musicale agile e allegro, che invita a cantarla». Il successo di “Bella ciao” come “inno” di una guerra durante la quale non fu mai cantata, plausibilmente, deriva dalla orecchiabilità del motivo, dalla facilità di memorizzazione del testo, dalla “trovata” del Nuovo Canzoniere di introdurre il battimani. Insomma, dalla sua immediata fruibilità”.
Mi sembra una giusta osservazione e vale dunque la pena di dire che “Bella ciao” la canto ancora volentieri, pur sapendo che la sua origine non ha nulla a che fare con la lotta partigiana, ma ne incarna in qualche modo lo spirito.

Siamo quello che mangiamo

Paul ArièsIn queste ore da "grande bouffe" pasquale e da scampagnata di Pasquetta scrivere di cibo può apparire scontato. Le feste comandate sono occasioni che iniziano e finiscono a tavola e questo è quanto è capitato anche a me in queste ore, e devo ammettere con soddisfazione e successivo sforzo digestivo.
«Siamo quello che mangiamo»: così diceva a inizio Ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, sostenendo che un popolo può migliorare con l'opportuna alimentazione. Era la sua una visione più filosofica che scientifica, mentre oggi vediamo quella frase nel solco dell'educazione alimentare. Non ci vuole molto a constatare che tutti facciamo più attenzione, compresi coloro che - e siamo la larga maggioranza - restano onnivori. Chi sceglie altre regole alimentari, anche le più bizzarre, è per me liberissimo di farlo, a condizione che non rompa le scatole a me, come fanno in particolare i vegani, quando sono troppo fissati e dogmatici e mi guardano mangiare una proteina animale come se fossi un pericoloso serial killer.
Ho letto su quotidiano "Libération" un appello in vista delle Europee che condivido pienamente nella considerazione che, se un giorno i nostri alimenti saranno solo prodotti di laboratorio come in certe storie di fantascienza, il mondo agricolo sparirebbe. Per tornare al punto: se i vegani conquistassero il mondo quel che resta del nostro allevamento di bestiame a tutela dei pascoli alpini sarebbe destinato a sparire, con un colpo mortale ad uno straordinario habitat montano. Ma dicevo dell'ammonimento di Paul Ariès ("Pour le réseau de défense de l'élevage paysan et des animaux de ferme").
Leggete e giudicate voi stessi: «Les lobbys financiers et industriels ont choisi d'imposer à marche forcée la production et la commercialisation de faux produits animaux issus de l'agriculture cellulaire et acellulaire, avec l'objectif d'abolir toutes formes d'élevage, notamment paysan que nous défendons.
Cette stratégie fondée sur le constat de l'échec du modèle productiviste en matière d'élevage représente une fuite en avant vers "toujours plus" de productivisme et d'industrialisation, un risque sanitaire et écologique effroyable et la mort programmée d'un milliard de paysans dans le monde»
.
Che il business sia considerato proficuo lo dimostra la citazione delle forze in campo: «Cette fuite en avant est portée aussi bien par la Silicon Valley, les (ex) "pdg" des plus grandes firmes comme "Google", "Microsoft", "Amazon", "Facebook", "Paypal", "Twitter", "Hewlett-Packard", "Virgin", "General-Electric", "Cargill", "Atomico", et même par les leaders de la viande industrielle comme "Tyson Foods". Les Etats-Unis ont autorisé en novembre le développement de ces faux produits animaux (fausses viandes, faux œufs, faux laits, faux fromages, fausses gélatines, fausses huiles, etc.). La production cellulaire reconstitue des tissus animaux en mettant en culture des cellules prélevées sur l'animal en utilisant des bioréacteurs sur le modèle de ceux utilisés en médecine pour fabriquer de la fausse peau. La culture des cellules se fait avec du sérum de fœtus de veau... Un seul échantillon permettrait de produire jusqu'à 20.000 tonnes de viande selon "Mosa Meat". Cette start-up affirme que 150 vaches suffiraient pour satisfaire la demande actuelle mondiale de viande».
Roba da brivido, che inquieta per le sue conseguenze. Chiude l'articolo: «La production acellulaire est une technique de biologie synthétique utilisant des micro-organismes comme des bactéries, des levures pour synthétiser des protéines et des molécules. Le gène codant d'une protéine est alors cloné dans un micro-organisme qui est ensuite en mesure de le produire. Ces lobbys se heurtent, pour l'instant, au règlement européen, dit "Inco" qui ne reconnaît pas la "viande de laboratoire comme une véritable viande, d'où des problèmes d'appellation, d'étiquetage, d'autant plus qu'elle utilise des produits interdits pour l'élevage comme des hormones de croissance, sans parler de la nécessité d'employer antibiotiques et fongicides à grande échelle". Le Parlement européen sera amené à prendre une nouvelle fois position».
Da qui l'appello che va nel senso di evitare eccessi da laboratorio del dottor Frankenstein.

Buona Pasqua!

Le uova di cioccolato del piccolo AlexisIEccoci a Pasqua! Anzitutto tanti auguri a tutti i miei lettori, sperando per loro tante cose belle.
Confesso quest'oggi la mia totale pigrizia e l'attesa, certo infantile, di un rito del tutto inventato per la mattina di Pasqua. Si mettono assieme le uova ricevute e si fa colazione con una salutare - essendo una tantum… - mangiata di cioccolato di vario gusto ed ormai i chocolatier si sono scatenati in varianti infinite e gustose.
Perché le uova? La "Treccani" per ragazzi ricorda la profondità di questo simbolo: "Per Pasqua era tradizione avere sulla tavola uova dipinte, oggi, quasi sempre, sostituite da uova di cioccolata. In molte religioni l'uovo è il segno della rinascita, della fecondità e della rigenerazione. Gli Egiziani mettevano delle uova dentro le loro tombe, i Romani usavano dire: "Tutte le cose viventi provengono da un uovo". Esistono anche antiche tradizioni pagane che festeggiavano l'arrivo della primavera con lo scambio di uova".

La lezione della Pasqua

Enzo Bianchi ai recenti 'Colloqui del Forte di Bard'Alla Pasqua ognuno può dare il significato che vuole. Per i cristiani è anzitutto la festa religiosa più importante e si ripropone quella vicenda umana e divina di Gesù sulla croce - il simbolo drammatico per una religione che ruota il suo pensiero attorno all'amore - e poi naturalmente la resurrezione, che è il momento di speranza dopo la tragedia.
Dice Enzo Bianchi, già priore della comunità di Bose: «Per i cristiani la Pasqua è il significato che fonda tutta la loro fede, perché è la memoria della Resurrezione di Gesù Cristo. E quindi del fatto che la morte non è più l'ultima frontiera. Gesù era un uomo, ma era anche il figlio di Dio: i cristiani lo confessano nel Credo, costantemente. Paolo l'apostolo arriva a dire "Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede". Quindi la fede dei cristiani si fonda tutta sulla Resurrezione di Gesù, che attualmente è vivente e presente all'interno della Storia come qualcuno che ne cambia definitivamente le sorti».

La conchiglia e il Web

Una chiocciolaGli animali nascosti nelle loro corazze mi hanno sempre fatto impressione. Come tutti i bambini ho studiato le chiocciole (dette impropriamente "lumache", che sono invece quelle senza guscio) nelle loro diverse reazioni. Dal ritrarre le "corna" (scientificamente sono i tentacoli con l'occhio sommitale) allo scomparire nella conchiglia: esisteva una sorta di gusto della scoperta per capire come funzionassero questi sistemi di protezione. Idem per gli animali marini dentro le conchiglie: il più interessante per me esploratore era il "Paguro Bernardo" (che da un'espressione scherzosa in provenzale divenne poi nome scientifico scelto da Linneo), di cui sulla spiaggia avevo approfondito i comportamenti e da adulto ho visto che in certe occasioni con i piccoli granchietti eremiti vengono persino organizzate improbabili e scherzose corse sulla sabbia.

Il civismo nel portafoglio

Il mio ritrovato portafoglioCi sono elementi quotidiani che ti fanno ragionare dal piccolo al grande. Ed è un esercizio utile quello di rifarsi anche al più minuto degli avvenimenti per chi voglia guardarsi attorno con interesse, sapendo come nella nostra umanità i comportamenti talvolta prescindono dalla proporzione cui si applicano. Ecco a voi, dunque, un episodio piccolo e personale ma significativo di questo osservare il mondo.
Ho smarrito stupidamente il mio portafoglio, scivolatomi da una tasca della giacca mentre attraversavo la strada, ed è rimasto a giacere sull'asfalto fra automobilisti indifferenti. Me lo ha raccontato chi lo ha visto: Lorenza ha accostato la sua auto ed è scesa a prenderlo, contattandomi in seguito con il lieto fine della riconsegna e della mia gratitudine.

Un matrimonio su due si dissolve

Separazioni...Essendo divorziato, sarebbe sinceramente ridicolo se mi mettessi a fare la morale a chi si separa e poi divorzia, ma credo che si debba parlare dell'evoluzione in corso in termini generali e si debba essere attenti a quanto avviene, specie per i riflessi che ci sono sulla vita delle persone e sul ruolo del settore pubblico.
Intendiamoci bene: se facessi l'ipocrita sarei in vasta compagnia. Infatti, da quando il divorzio è legale in Italia (1970, con il celebre referendum nel 1974) fior fiore di politici di area cattolica o della destra conservatrice esaltano la famiglia in termini ora melensi e ora indignati e filosofeggiano sul tema con grande piglio e con cipiglio per gli "irregolari" rispetto alla loro rigida eticità. Peccato però che la loro vita privata ed i propri costumi siano all'insegna di comportamenti esattamente contrari a quanto predicano per gli altri senza alcun senso del ridicolo. Come si dice: "predicano bene e razzolano male".

«Cosa vuoi fare da grande?»

Bimbi che parlano tra loro...Mi ha sempre divertito moltissimo parlare con i bambini, specie quando sono piccoli e la spontaneità dei loro pensieri e la freschezza di certi ragionamenti, che purtroppo si inceppano crescendo, creano delle miscele fantastiche, perché rompono certi schemi mentali che diventano insormontabili in età adulta.
Mi è capitato in passato ed anche oggi di origliare certi discorsi che fanno fra di loro ed apprezzare quel loro dialogare che appare più libero di tutte quelle sovrastrutture che noi costruiamo nel nostro conversare di adulti.
Confesso di avere sempre parlato con i miei figli piccoli senza storpiature di parole o vocine melense, considerandoli essere umani in scala ancora ridotta, come i bonsai stanno alle piante e dunque non vanno trattati come se fossero dei minus habentes.

Notre-Dame che brucia!

L'incendio alla cattedrale di Notre-Dame di ParisL'incendio alla Cattedrale di Notre-Dame de Paris è un dolore immenso: le immagini televisive che ho negli occhi paiono assurde e finisce per essere un rogo, che sembra quasi un segno drammatico dei tempi, con il fuoco che vince contro le nostre straordinarie tecnologie.
Quel luogo così evocativo, unico e straordinario è legato - per me, come per milioni di persone di tutte le epoche e di tutte le provenienze - ad un cumulo di ricordi e di pensieri così vasto da essere inimmaginabile. Mi tornano in mente attimi indimenticabili e tante visuali di quel luogo magico.
Ci sono stato, a diverse età, da ragazzo scapigliato in gita, da giovane innamorato più volte, da marito e da padre con i miei bambini, anche sulle tracce di quel cartone "Disney" - tratto dal celebre romanzo - che racconta di Quasimodo e del suo amore per Esmeralda.

La Valle dove pullulano gli autonomisti

La bandiera valdostanaHo sempre scritto che l'affollamento della ormai mitologica "area autonomista" sta raggiungendo in Valle d'Aosta livelli ormai grotteschi. Sarà necessario avere, andando avanti così, una sorta di carta geografica esplicativa con tanto di legenda, cui allegare anche un albero genealogico che illustri gli spostamenti nel tempo degli uni e degli altri.
E' indubbio che ci siano persone che si sono mosse negli anni da dov'erano in origine per nobili ragioni e non per colpi di testa, ma ci sono anche furbastri di lungo corso alla ricerca di nuove strade, perse le vecchie certezze, e spesso si accodano loro truppe mercenarie che seguono solo il filo dei propri interessi.
In più questa varietà di soggetti politici non solo fragilizza il pensiero autonomista, ma lo trasforma nella misura in cui molti che scelgono questa direzione - magari a zigzag - lo fanno solo nella considerazione che il brand autonomista piaccia e dunque si impadroniscono di idee e di pensieri nobili, ma con un loro uso spregiudicato da specchietto per le allodole, non credendoci affatto. Spesso non c'è neppure uno straccio di background per giustificarlo, se non l'ambizione di entrare nell'agone politico o di restarci ancora sine die.

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