blog di luciano

Rassegnarsi allo “stato d’eccezione”?

È sempre difficile capire dove andrà la democrazia. Se ci si guarda attorno non c’è da stare allegri: dal livello comunale su fino alle Nazioni Unite i meccanismi democratici paiono inceppati. Il futuro del mondo è in mano a personaggio come Donald Trump e Vladimir Putin, in Italia regna la confusione è peggio ancora potrebbero essere le decisioni capricciose di Beppe Grillo. L‘Europa vivacchia senza linea e aspetta l’esito delle elezioni tedesche, il Regno Unito decide la Brexit ma poi ne allunga i tempi, in Francia si sceglie di governare con ordonnances ma gli insoumis non sono meglio, la Spagna nega il referendum alla Catalogna e mostra il volto feroce, dittatori governano e insanguinano decine di Paesi e la povertà spinge una larga di umanità verso un Occidente in crisi.
Nel nostro minuscolo la democrazia valdostana è inceppata: da 5 anni si susseguono Governi diversi con avversari che diventano alleati e poi cambiano ancora. Intanto l’autonomia speciale è soffocata dal venir meno di risorse economiche e poteri e competenze statutarie languono senza visione di lungo periodo con inchieste giudiziarie che sembrano bombe a orologeria. Un giorno o l’altro, se andrà avanti così, l’Autonomia speciale si estinguerà per sfinimento o più semplicemente da Roma si dirà: ragioni di buonsenso devono far cessare la specialità di fronte alla sua crisi interna. e in nome di ragioni di omogeneità al ribasso. Sappiamo bene che molti pregiudizi rendono un peso ogni differenza istituzionale. Un processo facilitato se le cose non funzionano e le ragioni della difesa si indeboliscono.
Mamma mia, ma che fine ha fatto il mio proverbiale ottimismo?
Sono reduce dalla lettura di quanto mandatomi dal mio amico occitano Mariano Allocco: questo il suo amaro insieme di riflessioni, che vi propongo, sapendo che la lettura non è banale: «Nel 1922 Carl Schmitt definì il Sovrano “colui che decide in stato di eccezione”, il termine ora indica provvedimenti eccezionali presi in periodi di crisi e che vanno compresi alla luce dell’antica massima secondo cui “necessitas legem non habet”.
Lo “stato di eccezione” nel secolo scorso accompagnò le derive che portarono ai totalitarismi.
Non è un diritto speciale, è la sospensione più o meno modulata del diritto e ora si presenta sempre più come tecnica di governo attuata con l’estensione man mano crescente dei poteri dell’esecutivo attraverso l’emanazione di decreti e provvedimenti.
L’esercizio di questa prerogativa erode necessariamente la democrazia , a Roma l’attività legislativa si fa sempre meno significativa, mentre sui monti il potere decisionale dei consigli comunali è ormai un simulacro di quello che era alcuni decenni fa.
Lo “stato di eccezione” sta entrando nell’ordine giuridico partendo da un principio secondo cui la necessità caratterizza una situazione singolare in cui la legge perde la sua potenza e man mano la necessità sta costituendo il fondamento e la sorgente della legge imponendo lo “stato di eccezione”.
Il diritto non ammette lacune e se il giudice deve emettere un giudizio anche in presenza di vuoti legislativi, per estensione quando emerge una lacuna nel diritto pubblico il potere esecutivo ha l’obbligo di porre rimedio: è lo “stato di eccezione” che sta affermandosi.
Leggi non scritte, quelle del mercato, stanno prevalendo sul diritto che reagisce di conseguenza , ma è in posizione di difesa denunciando la fragilità che caratterizza l’Occidente.
Nello “stato di eccezione” la decisione sospende o sorpassa norme, ritualità, tempi e procedure che in democrazia sono sostanza.
“Ciò che l’arca del potere contiene al suo centro è lo “stato di eccezione” (Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, 2003) , ed è una macchina che ha funzionato attraverso fascismo, nazionalsocialismo e regimi comunisti giungendo fino a noi in modo ovattato, ma efficace.
“In tempo di crisi,il governo costituzionale deve essere alterato in qualsiasi misura sia necessaria per neutralizzare il pericolo e restaurare la situazione normale….il governo avrà più potere e i cittadini meno diritti…la democrazia è figlia della pace e non può vivere senza la madre” ( C.L. Rossiter, Constitutional Dictatorship, Princeton, NJ, 1948) , parole scritte nell’immediato dopoguerra, ma sempre attuali ora che lo stato belligerante non è detto sia cruento .
Brevi riflessioni su una questione che si è prepotentemente riaffacciata in Europa governata da un impianto istituzionale fragile, sotto attacco da parte del mercato e dove Destra e Sinistra sono evaporate sul piano ideologico.
Nuove aggregazioni stanno costituendosi in un Occidente caratterizzato da una fragilità che è stata evidente dopo l’11 settembre 2001.
Ecco perché occorre al più presto mettere mano all’impianto istituzionale alpino e a farlo devono essere i cittadini delle valli (definirsi cittadino e montanaro sta diventando un ossimoro, ma questa è un’altra storia).
Se non saremo in grado o capaci di farlo si deciderà al “centro” e lì su questi temi si procede in “stato di eccezione”.
Anche quanto sta succedendo in Catalogna ha queste caratteristiche e Madrid alla richiesta di autodeterminazione risponde di fatto con lo “stato d’eccezione” ».
Concordo: la crisi economica, la minaccia islamista e quella criminale, la rapidità di un mondo digitale, la partecipazione calante, un crescente analfabetismo di ritorno ingenerano questa assuefazione alla eccezionalità fatta di decisioni d’imperio non più mediate dagli ordini strumenti democratici. Un quadro cupo ma per fortuna non irreversibile. Nell’oscurità vedo molte luci di speranza, perché sono le difficoltà che permettono le reazioni migliori.

Quando tocca scrivere di politica

Ne scrivo o non ne scrivo? Ogni tanto mi capita di trovarmi di fronte a questo interrogativo. Specie quando mi accorgo che un certo argomento si è talmente avvolto su sé stesso, che si stenta a trovare la via di ingresso o di uscita e finisce per esserci una sorta di rigetto.
Così è per la “Casa degli autonomisti” o “Rassemblement”, secondo le diverse dizioni di una lunga trattativa – fatta di alti e bassi – fra gli esponenti dello zoccolo duro dell’autonomismo valdostano, vale a dire – in ordine di apparizione - Union Valdôtaine , Alpe, Union Valdôtaine Progressiste e MOUV’. Ognuno ha la sua storia: da un lato ci sono quelli che se sono andati dall’UV, altri da UVP, ma vi sono anche – perché quando ci sono delle novità capita – persone che hanno aderito ai singoli Movimenti provenendo da altre appartenenze, ma anche in certi casi da nessuna militanza politica attiva pregressa.
Quando è uscita questa idea del dialogo non avevo alcun pregiudizio, se non ovviamente che non potesse trattarsi di un “torna a casa Lassie”, vale a dire - come fece il cane - un semplice ritorno all’UV, rimasta esattamente come personalmente l’avevo lasciata nel 2013 e che la casa comune fosse niente altro che la palazzina tipo western di Avenue des Maquisards. Se di questo si fosse trattato e uno a questo avesse aderito sarebbe stato più semplice chiedere di essere tesserato lì e fine della storia senza tanti giri.
In verità le ambizioni parevano essere “alte” e cioè – a fronte di una situazione difficile che non sto a descrivere perché ben nota – si trattava di fare uno sforzo corale e mettere da parte elementi di divisione e personalismi e trovare una quadra per il futuro. Scottato da precedenti esperienze in cui fra il detto e il non detto esisteva un abisso e c’era chi immaginava percorsi, ma la destinazione era già stata decisa altrove, ho pensato subito che l’importante fosse non mettere il carro davanti ai buoi. E cioè che fosse solo un escamotage per far cadere il Governo Marquis e per posizionarsi bene per elezioni politiche e per raggiungere alle elezioni regionali il 42% del premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale, che in soldoni dà più consiglieri regionali a chi raggiunge quella quota. Intendiamoci: non che questi punti siano osceni. Le alleanze elettorali sono importantissime e sono la prova che un certo progetto piaccia o meno ai cittadini (la cui volontà espressa nelle urne è stata spesso negletta in questa legislatura giunta alla fine) e – poiché MOUV’ non è nel Governo Marquis, che pure ha votato sulla base di alcuni punti della mozione di sfiducia costruttiva che ha fatto cadere il Governo Rollandin - non esiste nessuno scandalo per un Governo in prospettiva con diverse geometrie politiche da quello attuale. Magari che perimetri meglio l’area autonomista storica e abbia come punto di riferimento la competenza delle persone, ultimamente non molto di moda. Ma si trattava, con buonsenso, di capire che allo stato attuale far cadere il Governo, sostituirlo e preparasi alle elezioni era un collante piuttosto inconsistente, specie se non supportato da scelte coraggiose e leali su punti forti che facessero da fondamenta.
Capisco che qui si entra in apparenti sottigliezze, ma non lo sono affatto. L’idea, condivisa in primis con Alpe, di effettuare un percorso vero e proprio, che partisse da quelli che personalmente ho battezzato Etats généraux des Autonomistes non era una questione di lana caprina. Perché nelle cose è sempre bene capire quale debba essere il punto di partenza. Esisteva – è vero – un documento che si sarebbe dovuto sottoscrivere che prevedeva il passaggio degli Etats généraux, in cui almeno apparentemente si glissava abbastanza sul cambio di Governo, ma la realtà spesso è diversa dai documenti, perché ci sono altre cose e dialoghi paralleli che consentono che l’immagine sia messa bene a fuoco e non risulti sfumata per vederci meno. Ora, senza fare un processo alle intenzione e notando che l’alternarsi di odio e amore nell’area autonomista rischi di fare affondare ogni credibilità, quel che conta è proprio il calcio d’inizio. E’ giusto che un certo processo inizi dal vertice, sottoscritto dagli organi direttivi, per poi discendere come un atto di fede su grandi assemblee che si trovano la pappa pronta? Oppure, vista la posta in gioco, non sarebbe stato giusto, come non è stato, affrontare il popolo autonomista riunito e chiudere la porta, lavarsi il muso e costruire davvero l’avvenire su fatti concreti e non su quei documenti che sanno di vecchio, trito e ritrito, con una retorica che rischia di proporre una Valle d’Aosta in cui si soppesano solo aggettivi e avverbi?
Questo per dire che, chiariti tutti questi limiti, il gioco sarà sempre quello di gettare la croce su chi non c’è stato non per partito preso o per aver furbeggiato al tavolo, ma ha cercato di levare quella cortina di fumo che esisteva attorno al progetto. Non si può fare il conto senza l’oste, mossi da una fretta sospetta e dal rischio appunto che decisioni affrettate non siano comprese da chi conta: i cittadini valdostani, ormai straniti da questa sorta di ballo della scopa in cui chi si trova con la ramazza in mano, quando cessa la musica, si trova a subire la penitenza. Per cui, in un momento di già scarsa fiducia verso la politica, giochi come questo spingono verso scelte astensionistiche o protestatarie, che finiscono per mettere tutti sul carro dei perdenti, altro che vincitori!
Tanto per dire – con chiarezza a chi vuole ascoltare, perché certe tifoserie sono pronte a digerire tutto – che chi pontifica o semplifica lo fa disegnando una realtà dei fatti a proprio uso e consumo, sempre avvolta da quell’elisir di lunga vita che è “l’interesse della Valle d’Aosta”, che dovrebbe aiutare a digerire tutto.
Eppure una “réunification” avrebbe un suo perché ma dovrebbe avvenire su basi nuove, immaginando che potrebbe funzionare solo con logiche di pluralismo interno di un futuro soggetto politico magari preceduto da meccanismi federativi, avendo in testa anzitutto i problemi della Valle con modalità di confronto vero, che pure non allunghino i tempi di decisione, facendo dell’onestà in politica un caposaldo. Ma con questi chiari di luna c’è poco da sperare in un processo “costituente”.

L’autunno della montagna

Arriva l’autunno e personalmente lo vivo – come ogni distacco dall’estate che lo precede – con una specie di rassegnazione. Perché l’estate, specie se piuttosto generosa come quella appena trascorsa, lascia dietro di sé il segno del rimpianto per i bei momenti vissuti, specie in vacanza ma non solo. Amo le lunghe giornate che ti accompagnano fino al tramonto e quando si accorciano stento a farmene un ragione, anche se sta avvenendo con dolcezza.
Ma poi, appunto, arriva l’autunno e devi comunque fartene una ragione nel ciclo delle stagioni. Così trovi quel lato piacevole, sia nei giorni di bel tempo ma anche in quelli di pioggia, trovando le molte ragioni per amare questa stagione. Che poi Giuseppe Ungaretti ha riassunto nei suoi versi fulminei: Si sta come | d'autunno | sugli alberi | le foglie.
La fortuna di vivere sulle Alpi ti consente di osservare soprattutto i colori partendo da cielo sino alla terra, scendendo di quota dalle cime fino alla pianura, in un tripudio senza eguale in altro momento. Di questo bisogna saper godere, senza distrazioni. Ma in fondo questa stagione, chiusa la pagina del turismo che affolla la Valle e non ancora aperta la pagina del grande turismo invernale dello sci, si presta più di ogni altra cosa ad una riflessione sulla montagna. Mi venivano in mente tre cose su cui pensare e ve le propongo, forse disordinatamente.
La prima deriva da una rilettura che ho fatto di questi tempi e che riguarda un libro prezioso che più di altri avevo amato da ragazzo – era il 1977 – “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli (1919-2004). Così lo presenta ancora oggi Einaudi: “La fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Nei racconti dei 270 intervistati da Revelli - i contadini e montanari delle valli cuneesi, i vinti di sempre - scorre una linfa poetica che affiora negli scatti della memoria, con immagini e parole capaci di lasciare il segno. A volte cariche di dolore per le sofferenze e la durezza delle vite passate, a volte cariche di ingenuità. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata”.
Scriveva Revelli nelle prime pagine: “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il week-end in campagna. Non ho mai detto a un montanaro “beato te che respiri quest’aria sana, beato che vivi delle nostre cose perdute”. Annotava Alessandro Galante Garrone: “Ha ragione Nuto Revelli. Abbiamo ammazzato la montagna ed ora non ci resta che il mondo dei vinti».
A 40 anni da quel libro si può dire che molto è perduto, ma forse non tutto è perduto.
La seconda cosa che mi viene in mente, nel medesimo filone è di come – se quelli di Revelli erano incontri con il registratore poi opportunamente sbobinati – nel 1968 uscì quel libro “Lassù gli ultimi” del fotografo biellese Gianfranco Bini (1935-1977), che raccontava per immagini quel mondo contadino oggetto dello stesso filone che fu poi del grande scrittore cuneese. Bini venne in parte rimproverato di avere proposto immagini “costruite”, ma credo fosse un giudizio ingiusto, perché in quegli scatti sono stati ritratti personaggi e il loro ambiente che risulteranno preziosi in futuro in una chiave antropologica. Altrettanto importante è il fatto che, a fronte di molti bravissimi fotografiche ritraggono paesaggi, per fortuna c’è chi scava nell’umanità e nella civiltà della montagna nel solco di Bini. Ci sono anche nelle teche Rai, ma anche in molti filmati di amatori in 8 mm o in Super8, un pozzo profondo di immagini interessanti. Di recente hio visto un 16 mm, di cui non si conosce l’origine, con immagini preziose di una battaglia delle reines, la prima estiva ad Aosta nel 1961.
Infine la terza considerazione, legata a questo stesso filone documentaristico. Si tratta del lavoro utile dell’AVAS (Association Valdôtaine des Archives Sonores), che ha accumulato – trasmettendo anche periodicamente su Radio RaiVd’A – un quantitativo enorme di testimonianze registrate, anch’esse utile per ricostruire – e così ha fatto anche nel pubblico il BREL (Bureau Régional ethnologie et linguistique) – un patrimonio del passato che serve a tracciare meglio alcuni aspetti della civiltà alpina.
Ma l’autunno più che altri momenti invita alla riflessione. E in fondo l’autunno di certa cultura alpina vale non solo per una visione nostalgica fatta da chissà quali rimpianti, perché il mondo avanza e si evolve. Ma vale il solito discorso: senza radici non si va da nessuna parte e la memoria ha valore se non diventa come i fogli di un erbario, che imprigionano le piante, ma non ci sono semi buoni da far fruttare per il futuro. Così riflettere sull’avvenire della civilisation valdôtaine e sulla civilisation alpine nel suo complesso non diventa un esercizio da moviola in bianco e nero, ma uno stimolo per capire da dove si riparte. Altrimenti non ci sarà più una primavera.

La deriva del buonsenso

Sono per natura un libertario, per cui di fronte alle posizioni più strampalate cerco sempre di pazientare. Magari – boccaccia mia! – mi può scappare qualche battuta, ma in fondo meglio usare il fioretto che la clava. Devo dire però che il troppo stroppia e ormai mi sono letteralmente rotto di chi, facente parte di qualche setta (non è un parolaccia!), diffonde notizie infondate con il tono di chi conosce retroscena di cui è depositario rispetto ad un mondo pieno di complotti e complottisti, che lo facciano per soldi o per brama di potere. Questo penchant antiscientifico ha nel Web il suo Vangelo aprocrifo e il paladino senza paura in chi ci crede, diventando un fondamentalista che ti spiega la vita. Lasciamo perdere i vaccini, perché non ne posso più e neppure più discuto, per altro non ricevendo neppure denaro dalle terribili multinazionali del farmaco, il cui unico scopo pare sia quello di uccidere i bambini. Non evoco neppure di quando scrissi la legge sulla donazione degli organi e venni accusato da una gruppuscolo di essere una specie di predatore in sala d’attesa delle rianimazioni per espiantare fegati e cuori a servizio di chirurghi avidi di sangue e di soldi. Ma incomincio ad averne abbastanza di chi sostiene il creazionismo, di chi vede alieni fra di noi, di chi indica le scie chimiche, di chi cavalca scalcagnate medicine alternative, di chi nega il cambiamento climatico, di chi sostiene che la terra è piatta e molte altre cose così.
Per cui l’altro giorno incappo in una notizia: una coppia friulana che non vuole far tagliare il cordone ombelicale al proprio neonato e interviene la Procura. E penso questa è nuova: poi cerco e capisco. Scrive Lorenzo Proia sul quotidianosanità: “Negli ultimi mesi sono aumentate le richieste di Lotus birth in Italia, alcuni ospedali la consentono, mentre altri stanno valutando la possibilità di inserirla tra le modalità previste per partorire. Il parto “Lotus”, chiamato così dal nome dell’infermiera californiana che lo ha richiesto per la prima volta nel 1974 alla nascita di suo figlio, è caratterizzato dalla mancata recisione del cordone ombelicale con la conseguenza che la placenta e gli annessi fetali rimangono attaccati al neonato anche dopo il secondamento (ultima fase del parto in cui viene espulsa la placenta)”.
Tutto chiaro: scoppia una nuova moda e bisogna seguirla!
Aggiunge Proia: “Ma la Società Italiana di Neonatologia (Sin) esclude la possibilità di effettuare la Lotus birth in Italia per diverse ragioni. Innanzitutto mancano oggi evidenze scientifiche che ne dimostrino il reale vantaggio per la mamma e per il neonato ed il pericolo di infezioni che potrebbero mettere a rischio la salute e anche la vita del bambino non è infondato. I vantaggi ipotizzati di un maggiore passaggio di sangue dalla placenta al neonato, infatti, vengono meno dopo pochi minuti, quando il cordone smette di pulsare, mentre elevato può essere il rischio di infezione. Da un punto di vista strettamente normativo, poi, nel nostro Paese le Linee Guida ministeriali sul parto non contemplano questa procedura, come tale non riconosciuta a livello nazionale. In caso di conseguenze negative per madre e bambino, si creerebbe un problema di natura giuridica per la struttura ed il medico che decidono di attuarla. Tale posizione è avvalorata anche da un dettagliato parere legale che la Società Italiana di Neonatologia ha commissionato allo studio Granata di Milano”.
Dunque non si può fare e la descrizione successiva del giornalista avvalora la tesi: “La Lotus birth prevede che la separazione del neonato dalla placenta avvenga naturalmente, generalmente tra i 3 e i 10 giorni, quando il cordone si secca e si distacca spontaneamente dall’ombelico. In questo periodo la placenta, trasportata sempre con il neonato, viene conservata in un sacchetto o in una bacinella e a volte viene cosparsa con sale grosso per favorirne l’essiccamento e con qualche goccia di olio profumato per mascherarne il cattivo odore. I fautori di questa pratica ritengono che con la Lotus birth il distacco avviene quando bambino e placenta hanno concluso il loro rapporto e decidono sia giunto il momento della separazione, considerandolo un modo più dolce, sensibile e rispettoso per entrare nella vita”.
Inutile commentare e chi ci crede ha già la clava pronta.
Fra gli esempi di chi vuole imporre il proprio pensiero, facendoti sentire un mentecatto se mangi prodotti animali, ci sono i vegani. Fantastico Matteo Leonardon che su The Vision, criticando la sottolineatura continua della parola ETICA da parte loro, mette qualche punto fermo. Tipo: ”La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate –rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro. Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale. La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente”. Segue descrizione di ulteriori misfatti, che relativizzano la famosa scelta morale contro noi onnivori.
L’autore cita poi un altro alimento alla moda per i vegani, gli anacardi, ricordando da dove arrivano: “Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs. Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani”.
Anche in questo caso segue, ben spiegata, come questa scelta etica si scontri con una cruda realtà…. Vi è poi un descrittivo delle brutture legate a mandorle, avocado e la famosa soia. Roba da incubo.
Questo per dire che ci vorrebbe sempre un pizzico di buonsenso per evitare di essere integralisti o fedeli a credo che diventano professioni di fede (e di etica) o a balle spaziali che cavalcano le peggior superstizioni.

Le buone notizie

Massimo GramelliniDa quando faccio il giornalista - e in realtà non ho mai smesso di farlo neppure quando la politica era la mia vita quotidiana - mi sono arrovellato su due temi.
Il primo - fuori tema... rispetto a quanto dirò dopo - è la convinzione che questo lavoro sarebbe di una noia mortale se nelle redazioni ci si limitasse a copiare i comunicati stampa o si fosse esclusivamente debitori di quanto scritto dalle altre redazioni, quelle delle "agenzie di stampa", oggi ampliate ai diversi e veloci strumenti del Web. Trovo che invece la gioia del giornalista è scovare le notizie, scavarci dentro e riuscire, nel limite del possibile, a raccontarle in modo efficace e comprensibile. Ricordo quando nei GR (giornali radio) nazionali mi davano quaranta secondi e mi sembrava un battito di ciglia, ma se sfrondi e vai al sodo quello basta e avanza. Oggi ci sono troppi colleghi che non cercano e ritengono la sintesi - e la notizia distinta dal commento - come un optional.
Ma il secondo punto è il tema di oggi: un giornalista, come fanno alcuni, deve solo scavare nelle cose cattive, nelle brutture, nelle inefficienze o esiste anche uno spazio per le buone notizie? Davvero una "buona notizia" non è una "notizia", come dimostra il crescente assillo per la cronaca nera più feroce e sanguinolenta?
Per questo ieri mi sono precipitato a leggere il nuovo inserto del "Corriere della Sera" intitolato "Buonenotizie": una sfida settimanale contro il prevalere delle cattive notizie, che rendono difficile - se non con lunghe spiegazioni - poter far vedere un telegiornale ad un bambino in assenza di lunghe spiegazioni. Per fortuna il mondo non è solo nero e cupo, ma ci sono anche colori, che però finiscono per essere messi in coda nei pezzi, appunto, "di colore" e, come tali, automaticamente in secondo piano.
Le ragioni della scelta del quotidiano milanese sono state affidate alla penne sagace di Massimo Gramellini, che per il "Corriere" ha tradito i lettori de "La Stampa" e non è stata una buona notizia...
Scrive Gramellini: «Ho ricevuto la lettera di un ragazzo che si lamentava per l'agenda quotidiana dei media: disastri, schifezze, storie di malessere e di scarsità. E concludeva: "Ma quando lei alla mia età sognava di diventare scrittore, avrebbe preferito leggere un'inchiesta sulla crisi dell'editoria o la storia di uno che ce l'aveva fatta?". Naturalmente ci vogliono entrambe. Ma è vero, c'è stato un tempo in cui le buone notizie non facevano mai notizia. Forse ce n'erano troppe in giro e mancava loro il requisito primario di qualsiasi notizia: l'eccezionalità. O forse quelle brutte sono sempre state più comode da scrivere e più confortevoli da leggere: paragonandosi ai cattivi ci si sente più buoni. Senza contare che la morale prevalente considerava disdicevole mettere in piazza gli slanci positivi. Quasi che il bene, come la ricchezza e la bellezza, fosse un'esagerazione di cui vergognarsi.
La crisi economica ha cambiato le regole. Il racconto del bene ha perso un po' del suo sapore dolciastro per acquisire una funzione di conforto e di stimolo. Se un meccanico lascia in eredità l'officina ai suoi dipendenti o un gruppo di giovani medici decide di trascorrere le vacanze in un ospedale da campo africano (due storie estive tra le tante), significa che si può ancora continuare a sperare. Il bene e il male si fronteggiano di continuo, spesso anche dentro la stessa persona. Ma, come mi disse una volta Andrea Bocelli, se la razza umana non si è ancora estinta è perché ogni giorno nel mondo il numero delle azioni positive supera quello delle azioni negative. Magari di poco, ma lo supera. Dai media esce invece il quadro distorto di un'umanità che pensa soltanto alla sopraffazione e al potere. Anche sui social abbondano il cinismo e l'invidia travestita da indignazione.
Un inserto come "Buone notizie" non è solo un'ottima notizia. E' la fine degli alibi. D'ora in poi nessuno potrà più dire: dateci storie positive. Eccole qui, ogni martedì. E non si tratterà di predicozzi astratti (come il mio...) ma di veri e propri racconti del bene. Il bene non teorizza. Il bene fa. La sua forza sta nei gesti. E il linguaggio dei gesti, a differenza di quello delle parole, non si ferma allo stomaco o alla testa. Trova sempre la strada per arrivare al cuore»
.
L'inserto è ricco, in effetti, di storie e di personaggi: io stesso, nel piccolo di alcune trasmissioni radiofoniche, privilegio questo filone non per buonismo, ma per reazione ad un mondo che sembra solo vittima di misfatti e mai di fatti. Non vorrei tuttavia che un giornale nel giornale a cadenza settimanale finisse per essere uno "specchietto per le allodole" per sgravarsi la coscienza da una necessità e cioè che ogni giorno, nella normale foliazione del giornale, ci dovrebbe essere qualche antidoto contro il prevalere del male. Non per partito preso o per addolcire la pillola, ma perché le buone notizie ci sono e non sono buone solo per il martedì - quando uscirà il settimanale, meritevole comunque sia per la scelta controcorrente - ma sarebbero da piazzare in bella posta sul quotidiano ogni santo giorno.

Chanoux e Lussu: destini incrociati

La copertina di libro di Roberto Louvin e di Gianmario DemuroSi potrebbe parlare di "destini incrociati", avvenuti in vite parallele che mai si sono toccate in incontri avvenuti di persona o con una corrispondenza epistolare. Eppure c'erano tutti gli elementi, affinché ciò potesse avvenire, ma non avvenne e certo il Destino ci mise lo zampino.
Mi riferisco a due personalità del federalismo novecentesco di generazioni diverse e con una differente durata delle loro vite: il valdostano Émile Chanoux (1906-1944), ucciso a 38 anni, ed il sardo Emilio Lussu (1890-1975), vissuto sino a 85 anni. Due esponenti eminenti, oggetto di studio e di divulgazione di loro scritti essenziali in un bel libro edito di recente da "Le Château", scritto - sempre in questa logica in parallelo - dal valdostano Roberto Louvin e dal sardo Gianmario Demuro, coetanei perché nati nel 1960, entrambi professori universitari di materie giuridiche, che hanno avuto esperienze politiche. Nel caso di Louvin la Presidenza della Regione e del Consiglio Valle.

Spagna insensata verso la Catalogna

Un cartello pro referendum durante una manifestazione a BarcellonaCi sono storie in giro di questi tempi talmente orribili e minacciose che quando si creano inutili situazioni di crisi - che volgono al peggio - mi indigno e mi preoccupo. Specie quando, appunto, se ne dovrebbe fare a meno, agendo sul buonsenso contro la stupidità. Non capisco di conseguenza perché la Spagna giochi con la pazienza dei catalani, buttando sul piano giudiziario - che sia la propria Corte Costituzionale o la giustizia penale - un problema che ha anzitutto un aspetto politico, poi giuridico.
L'aspetto politico è chiaro: la Spagna non è la Catalogna, che ha dimostrato due cose. La prima è la crescente fierezza di Barcellona - risultati elettorali alla mano - della propria diversità e la considerazione che il regime autonomistico non è più sufficiente.

Problemi trasportistici fermi al palo

Lavori sull'autostrada A5Nei giorni scorsi ho attraversato la Francia in auto: un migliaio di chilometri per andare e altrettanti per tornare. Utile punto di osservazione per riflettere su alcuni aspetti, che mostrano come - in questa nostra società avanzata e tecnologicamente sempre più mirabolante - ci fermiamo alla fine su aspetti che sanno di antico e soprattutto di irrisolto.
Mi riferisco a tre questioni trasportistiche che mi hanno colpito, essendomene tra l'altro occupato quando ho avuto delle responsabilità in materia e, con il senno di poi, mi colpisce come certi temi - che finiscono per avere davvero una dimensione continentale - o non si sa bene quale indirizzo abbiano preso oppure l'impressione più genuina è che ci si trovi al momento fermi al palo.

Andorra: il piccolo Stato dei Pirenei

Una vista di Andorra La VellaEra da tempo che avevo la curiosità di visitare Andorra e non solo per mettere una bandierina in più di un Paese visitato sul mappamondo. Ma anche perché, per un evidente interesse politico, quando si discute della grandezza delle Nazioni senza Stato in Europa, cioè di entità che rivendicano a vario titolo una forma di indipendenza ed anche in Valle ci sono stati filoni di questo genere e ce ne sono ancora oggi, si tira sempre in ballo la taglia come una delle ragioni che impedirebbero che fosse da considerarsi accettabile, quando ci sia appunto sostengono i detrattori - un'evidente piccolezza.
Così con l'auto, da Perpignan, la più catalana delle città francesi, mi sono letteralmente arrampicato lungo una strada piuttosto infame e minacciata da grandi frane sino allo staterello pirenaico, che vanta un'altimetria media inferiore alla Valle d'Aosta, ma che comunque è rimarcabile: 1.996 metri (la cima più alta, la Coma Pedrosa, svetta sino a 2.942 metri).

iPhone e la rivoluzione digitale

Il nuovo 'iPhone X'La rivoluzione digitale ogni tanto mi dà il capogiro. Guardavo le caratteristiche di questo nuovo "iPhone X" - erede del primo modello che mi legò al melafonino (anche se la "telefonia" è oggi una delle tante funzioni) dieci anni fa - e mi domando quanto questo concentrato di tecnologie sin dal suo esordio, meno eclatante degli attuali effetti speciali, abbia modificato le vite, i comportamenti, la socialità, facendo crescere nuovi usi e costumi e suonando la campana a morto per oggetti e abitudini pur radicati.
Negli ultimi dieci anni l'iPhone ha cambiato le nostre vite, anche se ormai scandalosamente caro, perché è stato il primo a definire - facendo da lepre - come la connettività e il mondo Web sarebbero stati un nuovo spazio di amplificazione dei sensi umani e della nostra intelligenza. Il "New York Times" ha realizzato un video dove evidenzia con garbo quanto lo smartphone di Cupertino abbia seppellito.

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