blog di luciano

Se si perde il fil rouge dell'Autonomia

Ogni generazione costruisce a sua misura gli anniversari, che sono - non ricordo chi lo ha detto - l'eco del tempo che passa, giunto fino ai giorni nostri. Per altro non fosse così ci troveremmo di fronte a dei buchi di memoria, perché certe celebrazioni sono come dei fari che lampeggiano per evitare il buio dell'oblio, in un tempo che già si distingue per la mancanza di memoria storica.
Il grande Mario Rigoni Stern osservava quanto vale per un singolo essere umano, ma anche per una comunità: «La memoria è determinante. E' determinante perché io sono ricco di memorie e l'uomo che non ha memoria è un pover'uomo, perché essa dovrebbe arricchire la vita, dar diritto, far fare dei confronti, dar la possibilità di pensare ad errori o cose giuste fatte. Non si tratta di un esame di coscienza, ma di qualche cosa che va al di là, perché con la memoria si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover'uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita».
Per cui sarà pur vero che il settantesimo anniversario delle vicende che portarono dalla Liberazione del 1945 almeno fino al primo Consiglio Valle eletto del 1949 sono una finestra temporale molto lunga, ma che offre l'opportunità di riflettere sull'Autonomia valdostana e sui passaggi fondamentali per quello che oggi siamo. Va aggiunto che quanto è doveroso in tempo ordinario diventa indispensabile in momenti straordinari, come quelli attuali, in cui alberga una grande indeterminatezza su quale sarà il futuro istituzionale della Valle. Non nascondo a nessuno la mia viva preoccupazione per un calo di tensione politica e morale, che non può essere nascosto da operazioni di cosmesi o brandeggiando spadoni arrugginiti.
Perché la sostanza - piaccia o no - è che ogni tanto o ci si abbevera alle fonti oppure si finisce per perdere quel "fil rouge" che dà continuità al pensiero autonomista. Che non è naturalmente, un sito archeologico o un museo delle cere, ma esiste nella misura in cui noi oggi sappiamo reinterpretare il percorso avvenuto e dare - hic et nunc - la freschezza necessaria per adeguarci ai tempi e non essere come dei paleontologi che osservano reperti del passato.
Riflettevo su come bisognerebbe rendere viventi, nel raffronto appunto con il quadro attuale in movimento, tutto quel percorso che si può fare iniziare dal maggio del 1945, quando monsignor Jean-Joconde Stévenin presentò, nei locali dell'"Académie Saint-Anselme", un progetto di Statuto articolato che servì come incipit al dibattito sui contenuti del regime autonomistico. Meno di un anno dopo, il 3 marzo del 1947, fu il Consiglio Valle, non ancora votato dal popolo, ad approvare all'unanimità - e ciò dimostra la consapevolezza di una coesione in un momento delicato, quando già si conoscevano i limiti dei decreti luogotenenziali in vigore - il progetto di Statuto d'impronta federalista assai dettagliato, mentre già la Costituente si occupava della Costituzione e poi lo farà con i relativi Statuti Speciali. Il passaggio essenziale è nell'estate del 1947, quando viene approvato l'articolo 116 della Costituzione della Repubblica, che così recitava: "Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto-Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d'Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali".
E' su questa base che il 10 gennaio 1948 la "Commissione parlamentare dei diciotto" inizia appunto l'esame degli Statuti speciali regionali, premessa all'iter che porterà poi alla promulgazione del nostro Statuto da parte del Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola il 26 febbraio 1948 con l'apposita legge costituzionale ancora in vigore e che è stata novellata in alcune sue parti, ma soffre di norme di attuazione sempre più rare per avere la necessaria "Autonomia dinamica". Anche il "116" - l'articolo che origina gli Statuti - è stato modificato nel 2001 e non solo con la giusta dizione bilingue, aggiungendo per noi "Vallée d'Aoste", ma anche con il verbo "dispongono" al posto di "sono attribuite", che ha un suo aspetto migliorativo, ma manca ancora un principio d'intesa sulle modifiche future che dia una certa tranquillità contro possibili colpi di mano.
L'11 marzo del 1948 - è bene ricordarlo per completezza - il Consiglio regionale votò all'unanimità un ordine del giorno in cui si ricordava che "lo Statuto rappresenta uno sviluppo dell'ordinamento autonomo concesso con il decreto legislativo luogotenenziale", ma se ne segnala nel contempo le debolezze (specie se rapportate alle promesse formulate negli anni precedenti) e dunque si diceva con chiarezza come "le rivendicazioni del popolo valdostano non siano state accolte in modo soddisfacente", dichiarando che "fino a quando non vi sarà autonomia finanziaria non vi sarà una vera e propria autonomia degna di tale nome". Vien da dire che anche oggi questa frase, con i tagli al riparto fiscale in continua progressione, resti di grandissima attualità, perché l'Autonomia la soffochi senza le risorse necessarie per esercitarla.
Naturalmente il settantesimo anniversario ha anche il senso di ricordare gli sforzi esercitati dagli allora governanti valdostani sulla Costituente - compreso Séverin Caveri, allora Presidente della Valle e fine giurista - per avere un testo il più possibile rispondente alle speranze dei valdostani, anche se poi si limitarono solo i danni, vista l'incoerenza di chi aveva fatto ben altre promesse e si deve molto al relatore alla Costituente, il sardista Emilio Lussu, che tenne duro su certi aspetti.
Certo - a distanza di tanto tempo - non si può che confermare, per chi ci crede ancora e non cede al piccolo cabotaggio, che solo il Federalismo avrebbe assicurato e potrà assicurare in futuro una vera solidità per il futuro istituzionale della Valle d'Aosta.

L'originalità di essere normali

Un tatuaggio... elegante?Gli antropologi ci hanno descritto in lungo e in largo come noi esseri umani abbiamo usato il nostro corpo come strumento socioculturale e di comunicazione. Si va dai capelli che possono essere lunghi o corti, con cappelli o senza, adornati o fasciati. Pensiamo alle orecchie o alla fronte che possono essere variamente plasmati, come gli occhi si prestano a decine di tradizioni diverse e lo stesso vale per il naso, la bocca, la lingua, il collo. I tatuaggi di diversa forgia sono usati fin dalla preistoria e anche le mani e i piedi possono essere manipolati in vario modo.
Naturalmente gli strumenti dell'antropologia del corpo, nati per studiare (quando ancora si parlava di più di etnologia) gli usi, i costumi, i comportamenti, i miti di popoli lontani, sono oggi straordinariamente utili per guardare alle nostre società.
Personalmente sono curioso per natura di tutto ciò che è insolito e singolare e forse d'estate - specie quando si ozia - esiste più tempo per le osservazioni. Trovo la curiosità una dote da esercitare. Gesualdo Bufalino ha scritto e invecchiando mi adeguo: «Non è l'affievolirsi della vista, dell'udito, della memoria, della libido che segna l'avvento della vecchiaia e annunzia la prossima fine; ma è, dall'oggi al domani, la caduta della curiosità». Non sia mai detto!
Così non finisco mai di stupirmi per la varietà odierna di fogge di capelli maschili e femminili, fatto di coloriture eccentriche e temi etnici di varia origine. Per non dire delle barbe, tornate di moda, con varianti le più diverse, che mostrano come l'umanità non butta mai via nulla, perché le mode vanno e vengono. Penso alla scelta maschile della depilazione, che pareva essere appannaggio dell'altro sesso. Osservo le unghie femminili che hanno ormai raggiunto livelli sublimi nell'estro applicato a mani e piedi, per non dire degli orecchini e dei piercing per entrambi i sessi. Straordinaria - quando vedi le persone in costume - la diffusione dei tatuaggi, che consentono di distinguere tatuatori capaci da disgraziati che non solo scrivono sui corpi dei clienti baggianate con svarioni linguistici, ma non hanno senso delle proporzioni e della prospettiva. Il cedimento dei tessuti trasformerà certi disegni in strani sghiribizzi. Ma certo la novità rispetto al passato deriva dalla manipolazione dei chirurghi estetici e spiccano nasi e zigomi, seni e sederi, labbra e liposuzioni. Anche qui la professionalità conta e ci sono labbroni che, con un piccolo motore, potrebbero prendere il largo come dei gommoni e tette su corpi cadenti che sembrano improbabili angurie più che mammelle.
Naturalmente ognuno con il suo corpo è libero di fare quel che vuole e rispetto ogni scelta, essendo per natura un libertario. Un amico ginecologo francese mi raccontava il gran lavoro che gli tocca fare per riportare illibatezza in ragazze di origine araba, che devono dimostrarlo di essere al momento opportuno che sia la... "prima volta", anche se non lo è affatto. Un mio compagno di classe ora urologo delizia le cene con noi compagni di liceo con le tecniche per una virilità sicura con "aiutini meccanici" e pure con protesi per chi ha problemi di lunghezza. Farà sorridere, ma questa è l'aria dei tempi.
Questa logica di esibizione e di manipolazione, uscita pure dalle logiche tribali, fa sì che si debba ragionare con serietà su quale sia la reale soglia dell'anticonformismo e dell'esibizionismo, passando attraverso l'ostentazione e lo sfoggio.
Mi sono convinto che oggi il modo per essere davvero originali finisca per essere la normalità.

Vicino e lontano

Imperia ai tempi delle mie vacanzeInizio anni Sessanta. Risale dalla memoria di me piccolissimo una canzone cantata da Piero Focaccia, tormentone di quegli anni e canzone di quelle diventate senza tempo.
Ricordate?
«Per quest'anno non cambiare
stessa spiaggia stesso mare
per poterti rivedere
per tornare per restare insieme a te
e come l'anno scorso
sul mare col pattino
vedremo gli ombrelloni
lontano lontano
nessuno ci vedrà vedrà vedrà»
.
Assieme ad altre canzoni di Edoardo Vianello ("Pinne, fucile e occhiali", "Abbronzatissima", "I Watussi") raccontava le estati al mare negli anni in cui il turismo diventò un fenomeno di massa.

Contro gli islamisti

A Barcellona, dopo l'attentato sulle RamblasStento ormai a fare l'elenco degli attentati islamisti in Europa, figurarsi negli altri Continenti. Questa mancata contabilità non è per limitarne l'impatto e neppure perché ci si possa assuefare, essendo che l'odio e la violenza non hanno mai scusanti ed è perciò impossibile farci il callo. E' che il grumo di dolore e di angoscia finisce per fare di ogni evento una specie di aggiunta a qualche cosa di insopportabile e soffocante, il Male che si allarga a macchia d'olio, generando un senso di impotenza e di pressione psicologica. Poi, per carità, ci sono elementi emotivi che possono svettare e certo per chi ha lavorato con i catalani quest'ultimo attentato sulle Ramblas nella mia amata Barcellona appare come un oltraggio ad un Paese che da sempre ha calcato la mano su di una vocazione mediterranea, fatta di aperture e amicizia, e si trova accoltellata alle spalle da questi invasati, che profittano delle maglie larghe della nostra comprensione e diventano jihadisti.

Un Santo, un Papa e un Comune con la faccia di bronzo

La statua di San Bernardo al passo del 'Piccolo'Sono davvero dispiaciuto di non poter essere ai primi di settembre in Val Formazza per un convegno scientifico su San Bernardo di Aosta, una personalità straordinaria, ancora molto da studiare. Ricordo che è il santo delle Alpi, patrono anche degli alpinisti e dei viaggiatori. A deciderlo fu, nel 1923, Papa Ratti. C'è un bel libro "Pio XI Achille Ratti: il prete alpinista che divenne Papa", scritto da Domenico Flavio Ronzoni, che racconta la sua vita e anche dell'eccellente curriculum alpinistico di Papa Ratti, quando era ancora Don Achille, con un'attività che si svolse tra il 1885 e il 1913.
Due sono molto importanti: la prima ascensione italiana alla Punta Dufour (4.634 metri) raggiunta dall'himalayana parete est del Monte Rosa, e l'apertura di una nuova via - percorsa in discesa - sul versante italiano del Monte Bianco, che diverrà la "Via Normale" italiana, poi chiamata "Ratti-Grasselli" o "Via del Papa".

Davvero lo stereotipo del montanaro?

Il nonno di Mariano Allocco e Mauro CoronaCi scriviamo spesso con il mio amico occitano, Mariano Allocco, grazie a quelle tecnologie che hanno accorciato i tempi altrimenti impossibili della posta ordinaria e annullate le distanze fra le rispettive vallate alpine. Basta un clic e scambiamo pensieri o sinteticissimi o attraverso quello che ognuno di noi scrive, in modo più diffuso, sui "social".
Commentavamo, tempo fa, certe "sparate" del modello televisivo del montanaro, il prolifico scrittore Mauro Corona, che conobbi tanti anni fa, quando era artigiano del legno, senza ancora questa passione per la scrittura, che lo ha reso personaggio famoso e montanaro da apparizione televisiva o sui giornali a tutto campo.

Liguria fra ricordi e realtà

Uno scorcio da ImperiaHo passato da quando avevo sei mesi per una ventina d'anni tutte le estati in Liguria. Non erano vacanze, era una villeggiatura nei luoghi natali di mia mamma ad Imperia, Riviera di Ponente, non avendo più - parte paterna - legami con Moneglia, dall'altra parte della Liguria, di cui sono originari i Caveri, valdostani ormai da 150 anni...
Per questo ho amato tante poesie rievocative di Eugenio Montale, come "Riviere", i cui primi versi sono:
«Riviere, / bastano pochi stocchi d'erbaspada / penduli da un ciglione / sul delirio del mare; / o due camelie pallide / nei giardini deserti, / e un eucalipto biondo che si tuffi / tra sfrusci e pazzi voli / nella luce; / ed ecco che in un attimo / invisibili fili a me si asserpano, / farfalla in una ragna / di fremiti d'olivi, di sguardi di di girasoli».

Eccoci a Ferragosto!

La spiaggia a FerragostoLe "feste comandate" - in origine quelle imposte dalla Chiesa, cui si sono aggiunte festività civili - sono come boe nel mare degli anni della nostra vita. Mutano significato, ma sono sempre lì in agguato e naturalmente le festeggio, anche se cerco di non essere proprio pecorone su che cosa fare. Oggi, ad esempio, non sarò stanziale, come da regole di Ferragosto, ma "on the road" per riportare mia madre dal mare.
La parola "Ferragosto" - lo ricordo a me stesso, riuscendo a dimenticarlo di anno in anno - deriva dal latino, "Feriæ Augusti", la festa pagana, introdotta in onore dell'imperatore romano Augusto (proprio lui il fondatore della "nostra" Augusta Prætoria), con cui, dal primo giorno del mese di agosto si celebrava la raccolta dei cereali.

Maniaci delle previsioni meteo

Un temporale in arrivo ad AostaOrmai viviamo tutti con una certa fissazione da previsioni meteo, che siano da leggere per sapere che tempo farà dove abitiamo o sia per capire che cielo troveremo dove andiamo. Ciò avviene molto più di quanto ci interessasse in passato e questa attenzione così forte influenza la nostra vita quotidiana e determina i nostri movimenti.
Penso di essermi abbastanza specializzato a cercarne di buone e, per esempio, se devo andare all'estero meglio affidarsi ai sistemi meteo di quei Paesi piuttosto che alle ricopiature su sistemi internazionali o ai cloni su quelli italiani. Conta l'accuratezza.
In Valle d'Aosta il tema non è di poco conto, visto che gli arrivi dei turisti, ma anche la durata dei soggiorni, possono essere influenzati dalla bontà o meno delle previsioni e ci sono centinaia di esempi disastrosi derivanti in questi da previsioni "che non ci hanno preso".

L'uomo è ciò che mangia

Le antiche 'targhe alimentari' che si trovavano fuori dai negoziNon mi infilo nella spiegazione del perché il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, ottocentesco, abbia inventato un modo di dire poi diffusosi: «L'uomo è ciò che mangia». Si sappia, però, che in lingua tedesca ("der Mensch ist was er isst") è un singolare gioco di parole, data la somiglianza tra "ist" (terza persona singolare del verbo "essere") e "isst" (terza persona singolare del verbo "mangiare"), che ovviamente in italiano rende meno.
Nella sostanza, mai come di questi tempi, siamo diventati attenti a che cosa mangiamo rispetto al passato, consci di come il passaggio tra cibo ed organismo incida moltissimo, nel bene come nel male.

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