blog di luciano

Ridere per pensare contro le Mafie

In questo periodo ed ormai da qualche settimana sono senza televisione. Mi sono trasferito di casa e - per via di una storia di allacciamenti alla fibra ottica - non ho ancora collegato l'apparecchio. Ragion per cui guardo la televisione su un tablet, comportandomi cioè come fanno molti ragazzi, che si costruiscono la loro programmazione personale via Internet nella logica del podcasting con cui si rivedono - in un "on demand" casalingo - le registrazioni delle trasmissioni.
Così - per caso, grazie alla segnalazione di mio fratello - sono finito su di una sitcom geniale.
Una premessa, però, è d'obbligo. C'è un celebre motto che suona così: «Una risata vi seppellirà». Anzi, a dire il vero, l'espressione è più complicata: «La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà!». Lo slogan sessantottino compie cinquant'anni, ma a essere precisi era già motto anarchico di fine '800 (pare usato come slogan dagli anarchici arrestati), venne all'epoca riesumato per la prima volta in Italia sui muri della facoltà di Lettere dell'Università di Roma, diventando virale e poi traslato infine come mot d'ordre dal movimento studentesco del 1977.
Seconda premessa: la criminalità organizzata in Italia è una questione serissima. mafia, 'ndrangheta e camorra hanno storie secolari modernizzatesi con efficacia, cui si sono aggiunte altre "mafie" di diversa provenienza, che hanno messo radici e queste radici si intersecano fra di loro. Nel caso dei malavitosi tradizionali del Sud va ricordato come abbiano trovato, purtroppo, terreno fertile nel resto d'Italia e anche nel mondo.
E' un fenomeno serissimo e grave, in gran parte ben presente e fa sorridere quando ci si concentra su questioni piccole (pensiamo al caso dei migranti nel piccolo comune calabrese di Riace, per quanto simbolico), quando invece il cancro della criminalità organizzata inquina intere Regioni italiane.
Qui entra in scena la situation comedy di cui parlavo, grazie alla genialità di Antonio Albanese. Traggo da "Coming Soon": «Nato a Olginate, in provincia di Lecco, il 10 ottobre 1964, Antonio Albanese ha dapprima lavorato in alcune radio locali, decidendo di intraprendere la strada della recitazione solo più tardi, quando si iscrive alla "Scuola d'arte drammatica Paolo Grassi" di Milano. Diplomatosi nel 1991, si indirizza verso la comicità, esibendosi in monologhi di questo genere sui palchi di alcuni locali tra Milano e Bologna.In televisione approda con il cabaret su Canale 5 con il "Tg delle vacanze", per poi essere ospite fisso al programma satirico "Su la testa!" (1992). Il successo Albanese lo raggiunge in "Mai dire gol", dove porta in scena una serie di personaggi comici, maschere divenute celebri grazie ai loro monologhi pieni di satira e humor. Nel 1993 esordisce al cinema con un piccolo ruolo in "Un'anima divisa in due" e, dopo essersi concentrato maggiormente sul teatro, riceve il suo primo ruolo da protagonista nel drammatico "Vesna va veloce" (1996), per il quale viene nominato ai "David di Donatello" e ai "Nastri d'argento". Nello stesso anno debutta alla regia con la commedia "Uomo d'acqua dolce" (1996), di cui è anche il protagonista, esperimento ripetuto nel 1999 con "La fame e la sete", dove Albanese interpreta tre personaggi già presentati in televisione negli anni precedenti.
Negli anni Duemila continua a prendere parte a programmi satirici, così come intraprende il filone di film comici, fra i quali spicca nel 2011 il personaggio lanciato a "Che tempo che fa" (2007), Cetto La Qualunque, prima con "Qualunquemente", poi con "Tutto tutto niente niente"»
. Negli anni successivi prosegue il suo cammino artistico sempre al cinema con pellicole di successo.
Com'è avvenuto per il Fantozzi di Paolo Villaggio, anche Cetto La Qualunque - politico meridionale arruffone, disonesto e furbo, oltreché ignorante come una scarpa - è diventato proverbiale e mai come di questi tempi questo suo idealtipo risulta efficace perché aderente alla realtà (reddito di cittadinanza?).
Ma eccoci a "I topi", graffiante comedy, che racconta con un tono grottesco che fa pensare la vita dei latitanti di mafia raccontata utilizzando il ridere amaro o di gusto, con l'intento di far emergere il ridicolo e l'assurdità di quella condizione sugli schermi di "Rai3". Albanese interpreta Sebastiano, latitante che trascorre le sue giornate nascosto in una villetta del nord Italia (dove però è capobastone di una folta comunità di immigrati con la complicità di politici locali, cioè la fotografia della Lombardia), dotata di molte telecamere, passaggi segreti e l'immancabile bunker interrato.
Grazie a questa abitazione strategica, Sebastiano è da anni invisibile alla Polizia e porta avanti i loschi traffici della sua impresa edile grazie alla complicità della famiglia composta dalla moglie Betta (una lunare Lorenza Indovina), la primogenita Carmen (Michela De Rossi), studentessa universitaria poi prima laureata della famiglia, spesso in conflitto col padre (si fidanza con un magistrato!), e Benni (Andrea Colombo), il diciassettenne un po' stupido e con velleità culinarie (e la paura del padre che sia gay). Nel bunker ci sono anche i surreali zii Vincenza e Vincenzo, accanita scommettitrice sulle corse di cavalli lei e capostipite mafioso lui che vive da dodici anni nascosto nel sottosuolo all'ascolto di "Isoradio", come unico collegamento con il mondo, oltre ad un citofono con i piani superiori.
Albanese ha studiato con attenzione queste "maschere", nate in sostanza da una di quelle scoperte di case di mafiosi che contenevano passaggi segreti e nascondigli ricavati in intercapedini o sotto le cantine, dove vivevano i latitanti, spesso ricercati in zone remote, quando invece restavano - come topi - in casa loro.
«Sono partito da un fatto di cronaca per raccontare attraverso l'ironia e il paradosso questa famiglia ignorante - ha spiegato infatti il comico in un'intervista - mi interessava dare solarità a questi personaggi che vivono al buio, e senza accorgersene, in prigione». Aggiungendo: «Sebastiano non è nulla: è un uomo rassegnato a vivere come un reietto, che manda avanti gli affari di famiglia da una casa blindata. E' stupido, maschilista e maleducato. E' un uomo che formalmente non è in galera, ma è come se lo fosse ».
Ridere per pensare, come può avvenire con una recitazione magistrale, che mette alla berlina manie, tic, vizi e la pochezza culturale di un mondo meschino e violento fatto di dominatori e dominati, colpendoli tutti al cuore.

La politica valdostana e l'impasse

Chi mi conosce sa che non fanno parte del mio carattere né il pessimismo né la demoralizzazione, ma questo non vuole dire mettersi la "pelle di salame" sugli occhi quando le cose si complicano con il rischio di ingripparsi. Così sta avvenendo nella complessa vicenda politica valdostana, avviluppatasi su sé stessa in una crisi in Regione che causa un serio rischio di impasse. Ne osservo da settimane gli sviluppi con una buona dose di preoccupazione e persino qualche lampo di stupore, specie quando sento scricchiolare il "minimo sindacale" della ragionevolezza. Aggiungerei anche che compartecipo alla fatica di larga parte dell'opinione pubblica valdostana ormai stufa di un clima di incertezza, fluidità e ambiguità.
Segnalo in aggiunta come non si debba mancare di senso pratico o essere ipocriti, per cui certuni che oggi in politica fanno gli indignati e si atteggiano a "salvatori della Patria" ben sapevano che alcuni meccanismi causa/effetto esistenti (partendo dalla legge elettorale) ci avrebbero portati sino a qui e scaricare la responsabilità sugli altri non è mai un gesto nobile e neppure assolutorio. Ma conviene non perdersi in queste storie, usare il cancellino e guardare avanti per evitare un cortocircuito e fare anche ogni necessario atto autocritico per avanzare piuttosto che attardarsi in polemiche, che alimentano altre polemiche ed intanto si perdono tempo ed energie e si sta fermi.
E' normale che in ogni maggioranza, specie se risicata, ci sia chi alzi il prezzo per il suo voto. E' comprensibile che in una maggioranza chi non ha posti di responsabilità agogni ad averne. Ci sta che chi è all'opposizione possa aspirare ad entrare in una maggioranza per avere un ruolo apicale. E' appurato che in comunità ristrette, quindi anche in Politica, si alternino odi e amori, incomprensioni e alleanze, antipatie e simpatie, che influenzano le scelte. Ci sta che ci sia chi trasforma certe decisioni da assumere in calcoli elettoralistici e che i "social" siano un palcoscenico su cui bisogna stupire per emergere. Aggiungo, infine, che nessuno nasce "imparato" e bisognerebbe avere l'umiltà di chiedere a chi ha esperienza e mai spaventarsi del confronto come lievito per trovare le soluzioni migliori.
Mettete tutto questo - ed altro che si poteva dire su caratteri, ambiguità, calcolo e pure sulla stupidità - dentro un mixer e avrete situazioni difficili in cui trovare la sintesi è più complesso del dovuto, per la semplice ragione che le soluzioni di mediazione intelligenti le si trovano solo se lo si vuole fare e se non ci si impunta considerandosi i più furbi della compagnia, sapendo muoversi e non piantandosi sul sentiero come fanno i muli quando si intestardiscono.
In sostanza nulla di nuovo sotto il sole, ma la miscela che ne deriva, se non ci sveglia, può davvero bloccare tutti i meccanismi democratici, quando non si guarda al quadro più ampio, rimuovendo ostacoli e non costruendone di nuovi.
E allora? Non so bene come scriverne, perché già esprimersi si presta a commenti della serie: «Cosa vuole?», «Da che pulpito!», «Ma chi si crede di essere! Guardi in casa sua...», «Il solito vecchio trombone frustrato!».
Non mi impressiono affatto perché sono tranquillo e rilassato e con questo stato d'animo invito al dialogo, che è più faticoso delle liti, perché presuppone rinunce, pazienza, ascolto e capacità di trovare forme di compromesso senza le quali cresceranno difficoltà e incomprensioni. C'è chi avrà - se invece si restasse sul terreno dello scontro perpetuo - il premio del gallo più coraggioso del suo pollaio, chi la gioia dei complimenti dei suoi quattro amici al bar, c'è chi sarà convinto di avere fatto la mossa vincente grazie a qualche "like" su "Facebook".
Ma il rischio è che manchi la soluzione per dare alla Valle d'Aosta quella maggior stabilità politica indispensabile in questa Legislatura regionale, perché in un'epoca situata in un incrocio di situazioni italiane ed europee, se non mondiali, che fanno venire i brividi e - senza una quadra - si sommeranno difficoltà a difficoltà e non è davvero il caso di aggiungerne al conto finale.
Altrimenti che si torni alle urne, confermando i meccanismi di segretezza del voto e modificando quelli premiali per avere una maggioranza dopo le elezioni.

Una cabinovia per Aosta

Quando nella primavera del 2008, nel quadro dei fondi comunitari, spuntò l’ipotesi del Cablò ci furono favorevoli e contrari. Si trattava di una cabinovia della Leitner che avrebbe consentito di superare in poco tempo la barriera costituita dalla stazione ferroviaria di Aosta che, ancora attualmente, blocca un collegamento diretto fra il centro cittadino e gli immobili e le aree ex Cogne e anche dai parcheggi di quesa vasta area da valorizzare a peno, nota come F8 adiacente allo stabilimento vero e proprio. Compreso il grande parcheggio pluripiano, oggi realizzato ma poco utilizzato. La logica era quella di riavvicinare la città alla vasta zona oggi troppo “isolata” dalla vecchia viabilità e creare così anche un unico sistema di trasporto integrato che, nel raggio di poche centinaia di metri, avrebbe legato autostazione, ferrovia e telecabina per Pila. Già si ragionava anche ad abundantiam con progetti di massima – pensando che dalla parte della città si sarebbe partiti dal Parco pubblico davanti alla Regione - sull’utilità di quest’opera rispetto ad una nuova uscita autostradale “Aosta Centro”, che non prevedeva un’uscita fisica vera e propria, ma un parcheggio di attestamento (da cui ripartire nella direzione preferita senza ostacoli) per auto e pullman per rendere più fruibile la città senza auto e facilitando soste dei turisti in transito. La Giunta Rollandin cassò l’idea e immaginò – vero paradosso – una…metropolitana, poi gper fortuna sparita dai progetti da presentare a Bruxelles.
Cablò - che sarebbe stato costruito in tempi rapidissimi - avrebbe avuto una portata oraria di 2.200 persone, viaggiando – del tutto automatizzato - alla velocità di 5,5 metri al secondo, coprendo in poco più di un minuto il percorso previsto in linea d'aria di circa 400 metri. Oltre alla velocità negli spostamenti, la cabinovia a trazione elettrica avrebbe presentato, tra gli altri vantaggi, anche quello di ridurre la necessità di cercare parcheggio in centro e, di conseguenza, il traffico veicolare, contribuendo al rispetto dell'ambiente, oltre a incrementare la vocazione turistica, accorciando il tragitto per gli sciatori verso la funivia per Pila.
Da anni annoto tutte le città del mondo che si stanno dotando di questo sistema di trasporto e trovo su Libération un articolo di Sibylle Vincendon, che così inizia: “Des téléphériques dans nos villes ? Ne riez pas, l’idée n’est pas plus absurde que ne le fut la réintroduction des tramways dans les années 80. Considéré comme un vieux machin bruyant et déglingué, le tram est aujourd’hui le signe extérieur de réussite des villes françaises. Le «transport par câble», comme disent les spécialistes, pourrait prendre le même chemin d’estime.
Avec Poma, la France possède déjà le leader mondial des téléskis, télésièges, télécabines et autres remonte-pentes. Né dans les Alpes, le groupe est tellement associé à la montagne que toutes ses tentatives pour planter ses pylônes dans une ville en France ont été regardées jusqu’à présent de haut, si l’on peut dire, par les autorités organisatrices de transports. Mais depuis septembre, la RATP et Eiffage, major du BTP, ont créé un consortium avec Poma pour commercialiser des solutions de «mobilité aérienne urbaine». Dès lors qu’un opérateur de référence comme la RATP se mouille, plus personne ne renvoie le constructeur de téléphériques vers ses pentes enneigées”.
Poma fa parte del gruppo Leitner, ma vediamo cosa dicono i concorrenti più importanti sul tema: “Gli innovativi sistemi funiviari Doppelmayr/Garaventa presentano numerosi vantaggi per le aree urbane. Essi superano con facilità centri abitati, corsi d'acqua e le infrastrutture esistenti e sorvolano tutti gli ostacoli presentati dal traffico. Perfettamente integrata nel piano urbanistico, ad una soluzione funiviaria urbana non si pongono limiti: in funzione della cultura, condizioni e preferenze locali dei clienti, design e dotazione vengono adattati individualmente. Nel più sicuro dei mezzi di trasporto, i passeggeri godono di nuove prospettive sulla città, il massimo comfort e collegamenti veloci. Salita e discesa prive di barriere architettoniche rendono le funivie un'esperienza accessibile anche a passeggeri su sedia a rotelle, carrozzine e biciclette. Unendo ecologia ed elevate prestazioni gli impianti a fune risolvono in modo convincente i problemi di traffico urbano presenti e futuri, rappresentando un vantaggio per ogni città.
Attualmente, il 50% della popolazione mondiale vive in città e questo numero è destinato a salire al 70% in meno di una generazione. In conseguenza del crescente allontanamento tra le abitazioni e i luoghi di lavoro e dell'incontrollata espansione delle aree urbane, le strutture residenziali diventano sempre più complesse e le infrastrutture di trasporto esistenti raggiungono sempre più spesso i propri limiti di capacità”x
Tornando a Libé, ecco cosa dice l’articolista: “En France, le téléphérique a déjà fait la démonstration de ses qualités urbaines. A Brest, le nouveau quartier des Capucins, développé sur une friche portuaire, n’aurait pas pu être désenclavé sans cet engin, qui a coûté trois fois moins cher qu’un pont-levant. Et qui procure trois minutes de paix. Partout dans le monde, la télécabine a conquis des villes. Trams du ciel, l’atlas mondial des téléphériques urbains qu’a compilé Jean-Robert Mazaud, en a fait le recensement. Le plus célèbre, le Métrocable de Medellín grimpe à 1 400 mètres et s’est révélé un outil de lutte contre les narcotrafiquants en survolant leurs fiefs”.
Resto convinto, visto che scavare per metropolitane in aree archeologiche come quella aostana è un azzardo, che il trasporto su cavo resti interessante e si manifesti anche come una attrazione turistica, oltre a tutti gli altri pregi.

Il sapore del "Pan ner"

La storia del pane - parola che deriva dal latino "pascere", cioè nutrire, da cui originano anche "pasto" e "pastore" - ha accompagnato da sempre quella della civiltà umana fin dai tempi più remoti. Ottenuto grazie alla cottura delle farine derivate dai diversi cereali impiegabili che erano legati alle condizioni delle coltivazioni e all'espandersi dei semi delle diverse specie, questo alimento ha rappresentato nei secoli la base dell'alimentazione, tanto che il controllo dei forni è stato spesso un aspetto essenziale del potere e ha caratterizzato molte ribellioni popolari.
Naturalmente - ma credo che sia un'esperienza comune per chiunque abbia viaggiato - questo significa molte varianti, che hanno basi simili ma seguono le condizioni locali e le varianti dell'ingegno delle popolazioni. Trovo che sia interessante assaggiare i prodotto più vari e già solo in Italia basta spostarsi di poco per vedere come ci siano sotto lo stesso nome prodotti per tutti i palati.
In Valle d'Aosta - prima che l'emigrazione e persino la globalizzazione fornisse pane di diversissima tradizione - dire pane significa dire "pan ner", "pane nero".
Per chi non lo conoscesse, esiste un descrittivo "ufficiale" nell'elenco dei prodotti agroalimentari valdostani ufficialmente riconosciuti, che così recita: «Pane ottenuto dall'impasto di segale e frumento in percentuali variabili. Si presenta di forma arrotondata, una crosta di colore bruno e di una pezzatura variabile mediamente fra 0,8 e tre chili circa. Per la preparazione vengono utilizzati per l'impasto farina di segale in quantità non inferiore al sessanta per cento (percentuale sulla farina), di frumento in percentuale variabile, lievito di birra, sale ed acqua. Un tempo era preparato utilizzando esclusivamente farina di segale, ma già alla fine del diciannovesimo secolo vi sono fonti che descrivono l'aggiunta di frumento, in percentuale variabile a seconda della zona di produzione, come una consuetudine per ottenere un pane conservabile fresco (morbido) per più giorni.
In particolari periodi, legati alla tradizione e alle zone di produzione, potevano essere aggiunti all'impasto delle parti di piante o frutti (noci, uvetta pinoli...).
Tradizionalmente il pane veniva essiccato in fienile su dei "ratelé", apposite rastrelliere atte allo scopo, per essere utilizzati durante l'anno ed entrare a far parte degli ingredienti di numerosi piatti tradizionali (tipici). Oggi la vendita del prodotto fresco al banco rappresenta il normale consumo»
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Ma esiste anche un addendo fatto di storia e di curiosità: «La produzione del "pan ner" fa parte della tradizione locale da diversi secoli ormai e diverse possono essere le tecniche di produzione. Varie sono le pubblicazioni specifiche o generali che trattano questo tipo di produzione tra i quali si citano a titolo di esempio non esaustivo, la pubblicazione "Du blé au pain" realizzato dall'associazione degli "Amici del museo di Etroubles" (1987), il libro sulla "Ventesima fehta del pan ner" della Pro Loco di Perloz (1994) e il "Contributo allo studio etnografico della Valle di Cogne" del 1938 (edizione del 2005) dove è possibile trovare un ampio vocabolario di termini inerenti la coltura e raccolta della segale e la produzione del "pan ner".
Nella raccolta degli atti del convegno "Alimentation traditionelle en montagne" (alimentazione tradizionale di montagna) del dicembre 2004 si rileva la presenza del "pan ner", in alcuni inventari familiari, risalenti agli anni 1681, 1699, 1702, 1704, eccetera inventariati mediante l'utilizzo di diverse terminologie: "pain dur", "pain de seigle", "pain cuit".
Un'altra delle fonti attendibili che attesta la produzione di questo prodotto è la raccolta dei quaderni di agronomia di Argentier della "Scuola Pratica di agricoltura" della fine del diciannovesimo secolo. Nel trattato oltre al "pan ner" prodotto esclusivamente da farina di segale, si parla già della possibilità di aggiungere della farina di frumento per rendere il pane più morbido»
.
Oggi è un giorno particolare: i forni dei villaggi di oltre cinquanta Comuni della Valle d'Aosta si accendono per cuocere il tradizionale pane nero in occasione della festa "Lo Pan Ner". Visto che ormai la vulgata anti-europiesta dilaga, vorrei ricordare come molti di questi forni a gestione collettiva, nella logica di villaggio, o meglio consortili perché legati a usi fra le famiglie del paese, sono rinati grazie a fondi comunitari e la stessa prima edizione de "Lo Pan Ner", nasce, in Valle d'Aosta, nel 2015, grazie ai finanziamenti ottenuti nell'ambito del programma di cooperazione territoriale transfrontaliera Italia-Svizzera ("Alcotra") nell'intento di valorizzare un sapere popolare di cui è bene mantenere l'esistenza e non solo con aspetti museali ma mantenendo in funzioni i forni non più in logica di sussistenza e di autoconsumo ma per mantenere tradizioni e anche a beneficio della curiosità dei turisti.
L'eco di questo evento ha successivamente varcato i confini regionali suscitando l'interesse della Regione Lombardia e della Val Poschiavo nel Cantone dei Grigioni (Svizzera) - partner della Regione autonoma Valle d'Aosta nell'ambito di progetti comunitari - che hanno deciso di organizzare, nel 2016, una festa analoga, svoltosi in contemporanea nei tre territori interessati, e che ha di fatto assunto le caratteristiche di un evento interregionale e transfrontaliero.
Dal 2017 ad oggi, la rete di Regioni e Paesi partecipanti si è consolidata ed ampliata accogliendo la Regione Piemonte per l'Italia, il "Parc des Bauges" per la Francia ed Upper Gorenjska in Slovenia. Quel che trovo davvero interessante è questa eco attraverso il massiccio alpino, che conferma come anche a distanze notevoli si ritrovino usanze e costumi che si somigliano perché aderenti alla condizioni di vita e culturali simili.
A chi oggi impasterà e cuocerà i pani e a chi lo consumerà dedico questa "Ode al pane" di Pablo Neruda:
«Del mare e della terra faremo pane,
coltiveremo a grano la terra e i pianeti,
il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà perché andammo a seminarlo
e a produrlo non per un uomo
ma per tutti,
il pane, il pane
per tutti i popoli
e con esso ciò che ha
forma e sapore di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l'amore,
tutto questo ha sapore di pane»
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Ad un secolo dalla fine della Grande Guerra

Si avvicinano quelle date che portarono un secolo fa alla fine della Prima Guerra mondiale. Solo 100 anni – che sono una bazzecola con i tempi della Storia – ci dividono da quegli avvenimenti ed invece, morti i protagonisti di quella guerra irta di battaglie terribili con armi nuove assolutamente letali e con le popolazioni civili colpite dalle nuove modalità del conflitto, sembra che la celebrazione sia rimasta solo in termini ufficiali, direi retorici, senza suonare come un ammonimento nel ricordo dei fatti e soprattutto delle tragedie. Una mancanza di memoria collettiva che, invece, sarebbe stata preziosa e non andava sprecata, come avvenuto, in questo periodo in cui l’Europa rischia grosso, disgregandosi in nuovi nazionalismi roboanti e talvolta aggressivi, che rischiano di minare alle sue radici il percorso che – dal 1918 in poi – grazie anche alla capacità visionaria dei federalisti ha portato a un processo d’integrazione europea, acceleratosi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Altro conflitto che fu anche sul Vecchio Continente ripetizione di ostilità, diventate ancora più feroci con l’arrivo sulla scena di orrori come l’Olocausto con il folle genocidio e la Bomba Atomica, elemento centrale della successiva “guerra fredda”.
Ricordo in parte il contenuto di un documento ufficiale di chiusura vera e propria delle operazioni belliche.
Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268 firmato da Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito:
“La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente (…)”.
Nella smemoratezza “popolare”, ma anche di gran parte del mondo intellettuale italiano, ammesso che ce ne sia ancora uno visto che ormai aleggia un silenzio su fatti attuali ancora più gravi, c’è la fortunata eccezione di un fotografo valdostano, che mi onora della sua amicizia, Stefano Torrione, che vien da una vecchia e prestigiosa famiglia della Valle. Stefano – e chiude domenica al Forte di Bard dopo un grande successo a Trento – è stato protagonista, come autore, di una mostra fotografia (ora libro grazie al successo di un crowfunding, cioè una raccolta di fondi online) su “La Grande Guerra Bianca”. ll reportage è stato appunto realizzato in occasione del centenario della Grande Guerra e pubblicato da National Geographic Italia nel numero di marzo 2014 (il primo servizio di un’edizione straniera a essere tradotto e ripreso dal sito internazionale nationalgeographic.com). La mostra ideata e realizzata da National Geographic Italia con la curatela di Marco Cattaneo, amplia e completa questo straordinario lavoro. Il fotografo ha dedicato quattro anni a percorrere la linea del fronte, sulla lunga cresta di confine tra il Passo dello Stelvio e l’altopiano carsico, dove le truppe austro-ungariche e italiane si affrontarono in zone impervie in cui mai si era combattuto, fino a 3000 metri di altitudine, tra le cime e i ghiacciai delle Alpi centrali e orientali. L’itinerario del fotografo, accompagnato dall’alpinista della Commissione storica della Sat Marco Gramola, segue le tracce lasciate dalle migliaia di uomini mandati a combattere e a morire in condizioni proibitive: trincee, baracche, gallerie scavate nella roccia, postazioni di combattimento, ma anche armi e oggetti personali ritrovati in quota, testimonianza di uno degli eventi più tragici della storia dell’umanità.
Ne parla anche, in un bel articolo, Francesco Battistini – con foto dello stesso Torrione – sul settimanale 7 ieri in edicola con il Corriere della Sera, che ricorda – fra l’altro – quanto scritto nella prefazione del libro: “Non un sasso si è mosso da certi luoghi in un secolo, dice lo scrittore del Premio Strega, “e questa è la malinconia e la consolazione di noi che andiamo in montagna: ragazzi, uomini, vecchi ritroviamo ogni cosa uguale, camminiamo fra i nostri ricordi e impariamo che la vita di un uomo dura quanto il cadere di una foglia per il tempo della montagna. Perfino gli alberi lassù crescono più lentamente e un cembro di cent’anni può avere l’aspetto di un arbusto”.
Dice Torrione al giornalista del Corriere: “Ho sempre fotografato le persone, non la loro assenza. Ma quando scali dieci ore ed entri in una camerata scavata nella roccia, coi letti e gli oggetti tutti lì, la presenza c’è. Eccome, se c’è. E senza la fatica bestiale del costruire, lo sforzo enorme del sopravvivere, il coraggio che ci volle a rimanere mesi in posti dove quasi nessuno era mai passato prima. Quei luoghi così irraggiungibili non avevano alcun interesse, prima del Quindici-Diciotto. Non importavano nemmeno alla gente di montagna, che infatti non ci andava: a cosa serviva costruire qualcosa in cima alla Marmolada?”.
Insomma: prima che la Natura cancelli, con il tempo, le tracce di quei soldati e di quegli avvenimenti, nel lavorio continua delle montagne, Torrione ha lasciato la sua testimonianza, meglio di molti discorsi rievocativi, più efficace – per chi vorrà scorrere il libro – su quelle trincee sulle Alpi, luogo di dolore e di paura.
Ricordo cosa pesò sul futuro della Valle d’Aosta di allora l’esito della Grande Guerra, quando i valdostani erano circa 80mila: 8.500 giovani inviati al fronte, 1.557 caduti, 3.600 finiti in ospedale per ferite o malattie (ed in tanti rimasero invalidi permanenti), 850 fatti prigionieri. Molti dei caduti furono Alpini del "Battaglione Aosta", unico tra tutti i battaglioni alpini cui venne conferita la "Medaglia d'oro al valor militare" per le azioni sul Monte Vodice e sul Monte Solarolo con azioni di una violenza e di un coraggio indicibili.
Stefano mi ha ricordato un giorno come ci fosse nella sua scelta anche una ragione familiare: un cugino di suo nonno, il soldato Valentino Torrione, classe 1896, morì appena diciannovenne proprio in quella guerra il 3 settembre 1915 per le ferite riportate in battaglia. C’è in suo ricordo un albero nell’impressionante Parco delle Rimembranze del cimitero di Aosta, dove si vede - come avviene anche nei monumenti ai Caduti in tutta la Valle - quale gravoso tributo di vite umane costò quella strage dall’altra parte delle Alpi. Una terribile ferita ancora aperta per chi ne voglia avere una storica consapevolezza.

L'oblio sulla politica per la montagna

La politica per la montagna è sempre stata un mio rovello dovunque abbia avuto un ruolo istituzionale e, visto che non si vive solo di cariche elettive, continuo ad occuparmi di questa questione. Ciò avviene - e penso di non doverlo dimostrare perché preclaro - per la semplice ragione che chi è valdostano sa come, prima che emergesse il problema linguistico, a partire dal Regno d'Italia in poi (il bilinguismo valdostano era precedentemente francese-francoprovenzale), questo era dato fondante dell'Autonomia valdostana. Questa fu tema centrale nel rapporto millenario con Casa Savoia di cui seguimmo i destini politici sino alla nascita della Repubblica si basava su "privilèges" che avevano in larga parte - come ragion d'essere - il particolarismo di un territorio interamente montano.
Questo tratto distintivo di essere nel cuore delle Alpi (la geografia non cambia e vale ancora l'Intramontanismo espresso sin dal Medioevo "Vallis Augusta... est provincia non ultra nec citra, sed intra... Alpium montes collocata") ci pone al centro di questa necessità di capire come chi amministri risolva il problema di azioni che tengano conto di questo fattore alpino, territoriale come riflesso sulla "civilisation", come elemento che influenza tutta la vita quotidiana. Non si tratta né di un capriccio né di un'invenzione: chi come me ha avuto il privilegio di vedere la Valle da Roma, da Bruxelles e da Aosta potrebbe moltiplicare gli esempi di scelte politiche, normative nazionali e comunitarie, atteggiamenti verso la nostra comunità che disattendono questa logica di adesione con decisioni che possano essere efficaci e rispettose del territorio particolare in cui viviamo e delle attività, qualunque esse siano, dei suoi abitanti.
Ma questo deve avvenire, specie sulle Alpi, fucina di idee e punto di riferimento per tutte le montagne europee e persino del mondo, in una logica di interscambio e di dialogo fra le vallate alpine per avere linee comuni di intervento e di indirizzo.
In questa fase storica, il clima non pare buono: il centralismo statale è evidente (di regionalismo nessuno parla più, figurarsi di federalismo), le frontiere si irrigidiscono e questo è un dramma per chi si sente transfrontaliero per natura, si diffonde un nazionalismo fascistoide che nuoce ad ogni apertura, si ragiona sempre di più in termini di voti e non di eguaglianza e questo colpisce comunità demograficamente minori e con peculiarità investite da conformismi planetari con modelli urbani prevalenti.
Noto con dispiacere che molte istanze della montagna si sono rifugiate in modelli convegnistici a perdere e a getto continuo, così come alla filosofia del comunicato stampa (una montagna di comunicati stampa...) come elemento ossessivo per far sapere di essere vivi. Mi sembra una specie di rifugio, forse comprensibile in una fase di difficoltà, ma da certe forme di sopravvivenza non scaturisce neppure una scintilla.
Sul tema, periodicamente, mi scrivo con il mio amico intellettuale occitano Mariano Allocco, che di questi tempi mi ha rievocato in una mail scritta «dopo essere andato a raccogliere le patate» il più giovane dei presenti a Chivasso per la celebre "Dichiarazione dei Popoli alpini" del dicembre del 1943: «Caro Luciano, nel lontano '94 avevo incontrato Gustavo Malan a Torre Pellice, abitava sopra il ristorante "Flipòt", eterodosso lui in una valle eterodossa.
Discutevamo del programma della giunta di c.m. che stavo preparando e lui mi aveva raccomandato di proporre un "Patto di sindacato", così lo chiamò, tra montagna e pianura perché "altre vie non ci sono".
Il "Patto delle Alpi Piemontesi" che avevamo presentato al Forte di Bard con te presidente derivava da quella idea. Non se ne è fatto nulla, la pianura non ha capito l'importanza di un confronto alla pari. Le regole di un "mercato" che ha orizzonti immediati e una politica che li pone non oltre le elezioni prossime, hanno portato ad un rapporto finalizzato ad arraffare quanto di redditizio quassù è rimasto. La forza lavoro è stata presa, ora rimane ambiente, dislivelli, risorse rinnovabili.
Per me è evidente la deriva di "colonialismo interno" nei confronti delle Alpi, parlo solo delle Alpi perché qui ci sono ancora risorse e si può raschiare il fondo del barile.
Qui c'è l'acqua e ci sono dislivelli che la rendono preziosa, ci sono boschi che non valgono solo come legname e energia, tra poco saranno "piazzabili" come riserve di carbonio.
Poi c'è la necessità di avere un parco giochi per masse alienate...
Se negli anni '50 si erano fatte fallire migliaia di aziende trasformando in operai quelli che erano imprenditori sui monti senza problemi (bilancio economico rimane da fare), ora le cose sono state organizzate meglio. Si sono fatte implodere le istituzioni locali, le Comunità Montane sono state sostituite da improbabili e impresentabili accrocchi organizzativi, si stanno soffocando i piccoli Comuni, sono stati recuperati nelle valli i "nativi" a cui far luccicare un conato di carriera politica in cambio di un atteggiamento "collaborazionista", si è messo in un cassetto la legge delle montagna, la numero 97 del '94 che all'articolo 1 parla di "insopprimibili esigenze di vita civile delle popolazioni residenti". Quella legge poneva al centro delle politiche montane l'uomo che le abita, ora al centro si è posto l'ambiente, l'uomo pare un impaccio.
Quello che è più significativo e che "marca" l'approccio coloniale però è l'atteggiamento ecumenico alle Alpi da parte della politica. La parte egemone sul piano politico confligge anche in modo duro, nei confronti delle Colonie, che sia una parte o l'altra a gestire il potere verso il Monte non cambia nulla. La parola "montagna" non si è sentita prima in campagna elettorale e ora è la grande assente. La cosa che più mi lascia perplesso è che se qualcosa possono ancora arraffare quassù, a breve termine si accorgeranno che l'anello debole è Torino, è il modello organizzativo basato sull'urbanizzazione che arriva dalla prima industrializzazione denuncia limiti evidenti e allora il patto di sindacato di cui parlava Gustavo dovrà essere messo sul tavolo.
Questione antica, nel 1902 l'onorevole Luchino Dal Verme diceva che "in Italia non è solo questione di Nord o di Sud, ma di Monte e di Piano"»
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Grazie, Mariano!

Quando l'informazione è sotto attacco

Uno striscione dedicato ai giornalisti durante una manifestazione di 'grillini'Sono ormai - maledizione! - uno dei più vecchi giornalisti professionisti della Valle d'Aosta, visto che faccio questo lavoro dal 1979, anche se l'esame di Stato arrivò qualche anno dopo.
Ho dunque quasi - mancano tre mesi... - quarant'anni di lavoro e anche se per ventidue anni ero stato in aspettativa politica dalla "Rai", fra il 1987 ed il 2009, avevo continuato a scrivere ed a fare radio ed ormai da quasi vent'anni ammorbo i miei lettori nell'impegno quotidiano sul mio blog caveri.it, che mi dà molte soddisfazioni.
Quando ero ventenne, fui il primo presidente della "Associazione Stampa Valdostana", staccatasi dalla "Subalpina" di Torino e modificai la legge ordinistica da deputato per dare vita all'Ordine della Valle d'Aosta. Solo per dire dell'affezione che ho sempre avuto non solo per questo lavoro ma anche per la comunità di colleghi di cui faccio parte. Di fare il giornalista lo sognai fin da ragazzo durante i primi cimenti al microfono e ricordo le prime emozioni di vedere le proprie cose stampate. Non santifico la categoria professionale cui appartengo: un pochino di sano spirito corporativo ci sta ma i giornalisti appartengono alla categoria "esseri umani" e come tali ce ne sono di vari tipi, compresi buoni e cattivi, capaci e incapaci, onesti e disonesti.
Da politico - dall'altra parte della barricata - ho apprezzato molte volte la competenza e anche lo spirito critico di colleghi che scrivevano di quanto facevo nella mia attività, ma talvolta - sarebbe ipocrita non riconoscerlo - ho avuto esperienze sgradevoli con chi intingeva la penna nell'inchiostro della malevolenza o manipolava - a beneficio di altri - quanto io facevo, distorcendo la realtà. Quando ho querelato - cosa che non farei più, perché preferisco il disprezzo - ho visto scelte della magistratura incomprensibili nella sostanza e persino nella forma, perché la libertà di stampa è sacrosanta, ma credo che ci siano limiti nel rispetto delle persone e ci deve essere un'oggettività nell'attività informativa proprio per la sua delicatezza.
Scriveva Gaetano Salvemini, che fu giornalista ed anche politico: «Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L'imparzialità è un sogno, la probità è un dovere». Ciò detto seguo con viva curiosità e apprensione certi attacchi virulenti che, con particolare forza da parte dei pentastellati al Governo, colpiscono gruppi editoriali e singoli giornalisti in un clima di eccessi verbali ed atteggiamenti minacciosi che non mi piacciono per nulla.
Scrive su "L'Espresso" - uno dei giornali più "odiati" - il giornalista Marco Damilano: "Alla fine, è tutta colpa dei giornali. Lo ha scritto il vicepremier del governo Giuseppe Conte, il manciuriano Luigi Di Maio sul blog del "Movimento Cinque Stelle": «"La perfetta manovra maldestra", "Sull'euro una partita pericolosa" (Corriere), "Mattarella, primo stop al governo", "I diritti dopo di noi" (Repubblica), "La classe media dimenticata" (La Stampa), "La tassa di cittadinanza" (Il Giornale). Tutti i giornali di partito hanno dichiarato guerra alla "Manovra del Popolo" perché fissa il deficit per il prossimo anno al 2,4 per cento. Il PD e Forza Italia non riescono a fare un'opposizione politica e quindi con i loro giornali creano terrorismo mediatico per far schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario: sono degli irresponsabili nemici dell'Italia». Ecco dunque svelati i veri nemici del popolo, i nemici dell'Italia: i giornali, anzi, "i giornali di partito", tutti insieme. In questa convinzione il ministro e numero due del governo, di cui il numero uno Conte è in realtà sottosegretario dei suoi vice, come ha detto l'anziano saggio Rino Formica, conferma di essere un politico di vecchio stampo e di scarsissima fantasia. Arrivati dalla parti di Palazzo Chigi, furono contro i giornali e il loro disfattismo tutti i suoi predecessori o quasi, compresi i più recenti, a partire dall'odiatissimo Matteo Renzi che invocava la categoria del disfattismo per bollare gli avversari. In questo caso, il "Governo del Cambiamento" non ha cambiato nulla, come in tutto il resto, a parte alcune argomentazioni da Ventennio che mettono in rete i volenterosi candidati al neoministero della Cultura popolare: «Da giorni i giornali paventano bancarotte ed abissi, denigrano i capi politici gialloverdi per minarne la credibilità. Gli investitori non conoscono lo stato da terzo mondo in cui versa la stampa italiana e non sanno che se i fascisti non stanno affatto tornando nel Belpaese, in compenso gli sfascisti non se ne sono mai andati... Il compito degli sfascisti della stampa è quello di raccontare la svolta gialloverde italiana per quello che è invece di spargere badilate di concime ai quattro venti...», scrive uno di questi aspiranti Starace, instancabile distributore di veline agli odiati giornali".
A peggiorare il quadro la ola di cattiverie e vituperi che si sviluppa attraverso i "social", che non è sempre la spontaneità dei cretini del gregge, ma ormai segue logiche molto attente - davvero da algoritmi - che consentono la diffusione di cattiverie e notizie false con il solo intento di far male ai bersagli e creare sconcerto in quella parte di opinione pubblica che non ha gli strumenti per distinguere le cose.
Talvolta basterebbe - per non cadere nella... Rete - avere sale in zucca.

I danni della maleducazione e dell'aggressività

Antonio Albanese nei panni di Cetto Laqualunque, il prototipo del politico maleducato, arrogante ed ignorantePartirei da una frase di Italo Calvino: «Ciò che i genitori m'hanno detto d'essere in principio, questo io sono: e nient'altro. E nelle istruzioni dei genitori sono contenute le istruzioni dei genitori dei genitori alla loro volta tramandate di genitore in genitore in un'interminabile catena d'obbedienza».
Il termine "Educazione" è in realtà un tema molto complesso e bisognerebbe forse occuparsene in un momento storico in cui - circostanza che spicca nei modi e nelle modi di molti politici con responsabilità di governo in Italia - del suo contrario, vale a dire la "Maleducazione", che poi - nel dizionario dei sinonimi - ci aiuta, con sottigliezza linguistica, a scegliere fra "malacreanza", "ignoranza", "inciviltà", "rozzezza", "grossolanità", "cafonaggine".
Le parole sono interessanti per questo, perché si può trovare - come in un gioco di pazienza - l'espressione giusta al momento giusto, non esattamente sovrapponibile ad altra.

"Tribù" non è un'offesa

Sebastian Junger, autore di 'Tribù - Ritorno a casa e appartenenza'Molti anni fa scherzai, ma anche per dire la verità si può usare il sorriso, sul fatto che nella politica valdostana si adopera troppo spesso un meccanismo tribale della ricerca di un Capo da esaltare e poi, prima o poi, da abbattere. Modello che poi vale per la politica anche di grandi Paesi: pensiamo a cosa ruoti attorno ad un Donald Trump ancora stabile o ad un Emmanuel Macron già in picchiata, ricordando il destino di Matteo Renzi, che ha volato nei sondaggi prima di cadere nella polvere. Dovrebbero rifletterci i due Capi in auge: Matteo Salvini e Luigi Di Maio, perché il passaggio da "Capo" a "capro" (espiatorio) è rapido e arriva qualcuno in fretta a sostituirti.

Un manovra finanziaria da... paura

Maurizio Crozza che imita il ministro Giovanni TriaPer capirci sin da subito: il "Def", di cui tanto si discute, è un documento mostruoso nella sua complicazione - ad esempio scorrendo i numerosi file con velocità non ho ancora trovato riferimenti alla Valle d'Aosta ed alle Autonomie speciali - che va perciò studiato in profondità, anche se è solo la premessa indispensabile per l'insieme di leggi che compongono la manovra finanziaria propriamente detta. Infatti il "Documento di Economia e Finanza - Def" è fatto di testi e tabelle all'interno dei quali vengono messe per iscritto tutte le politiche economiche e finanziarie selezionate, decise ed proposte dal Governo per l'anno successivo e quelli seguenti. Sottoposto al Parlamento, viene poi trasformato, come dicevo, in una legislazione articolata che - fatti salvi i saldi e le impostazioni generali - viene anch'essa sottoposta all'iter parlamentare durante il quale, con apposita copertura finanziaria, possono essere approvati emendamenti modificativi.

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