blog di luciano

Aspettando il 2 giugno

Non lo dico né per sfida e neppure per fare il beffardo, ma con un filo di dispiacere. Mi piacerebbe sapere da molti che hanno messo il tricolore alle finestre o sui balconi che cosa evoca per loro il 2 giugno, la Festa della Repubblica, celebrata domani.
L’impressione è che la memoria sia piuttosto fallace sulla storia italiana anche in epoca di sovranismo squillante in cui ci si attacca alla bandiera più come un feticcio che per il suo possibile significato. Atteggiamenti emotivi e sentimentali hanno le gambe corte come le bugie, mentre solo la consapevolezza crea il senso civico che ha radici solide. Altrimenti - lo dico con ironia - vale il detto “Passata la Festa, gabbato lo Santo”. Nel senso che piano la democrazia diventa qualcosa di acquisito per sempre, senza avere consapevolezza del fatto che è una conquista che ha avuto un percorso travagliato e nulla è mai “per sempre”. Basta guardare a noi stessi e al mondo che ci circonda per capire che il Male, così umano e non solo diabolico, incombe su di noi.
L’insegnamento della Storia, anche valdostana nella scuola pagata dalla Regione autonoma, è certo zoppicante e troppo spesso questo non dipende solo da programmi vecchi e dalla scarsa volontà di certi insegnanti (a far scattare la scintilla per una materia conta sempre un/a prof come si deve!) o anche dalla svogliatezza di troppi allievi che vivacchiano, ma anche - e lì la scuola non c’entra - da un’idea sciatta e rinunciataria della cittadinanza, che sembra in tanti non dover implicare uno sforzo personale di conoscenza. Oggi, invece, rispetto al passato, pullulano le fonti informative e anche il più ignorante se vuole può trovare un mare di possibilità per informarsi e per studiare. E invece cala la consapevolezza e le feste nazionali o comandate sono un giorno festivo nel vuoto dell’oblio.
Il 2 giugno invece è un incrocio di tante cose per l’Italia e per la Valle d’Aosta. Quel giorno a votare ci sono anzitutto le donne, che già due mesi prima avevano votato per la prima volta per le elezioni comunali e questa volta sono chiamate a elezioni generali per votare i membri della Costituente, che scriveranno la prima vera Costituzione. Ben diversa da quello Statuto albertino del 1848, che era stato octroyé dai Savoia e non aveva impedito l’affermarsi della dittatura fascista.
Una grande chance anche per la piccola Valle d’Aosta, divenuta dal 1945 circoscrizione autonoma, riacquisendo un suo ruolo istituzionale dopo l’eclisse che aveva subito tra il Cinquecento e il Settecento oscurando ogni particolarismo, sino a diventare nell’Ottocento una Sottoprefettura di Torino. Con il fascismo nasce la grottesca Provincia d’Aosta e sparisce ogni forma di democrazia comunale e, per ordine del Duce, non solo si subisce come tutti un regime dittatoriale, ma si avvia una violenta politica di “italianizzazione”.
Il dispiacere per la prima autonomia considerata deludente dai più arroventa il clima politico in quel 1946 e si affrontano sul futuro della Valle le tesi federaliste con garanzia internazionale per la Valle di Severino Caveri, fra i fondatori dell’Union Valdôtaine, erede politico di Émile Chanoux e antifascista della prima ora, e quelle favorevoli a un decentramento in un quadro nazionale del grande storico Federico Chabod, partigiano con il nome di Lazzaro, forse ad evocare un antifascismo da rinascita, perché inesistente mentre faceva carriera universitaria. Due giganti da rispettare e di cui conciliare ex post le differenze nel nome della rispettiva purezza di idee e del sincero amore per la Valle. La Storia asciuga le ferite, ma non travisa le diversità.
Questo vale anche per la scelta di quel 2 giugno dei valdostani fra Monarchia e Repubblica con il risultato eclatante in favore di quest’ultima. La verità è che il millenario sodalizio con Casa Savoia non servi a favore di una casata che aveva tradito la Valle, lasciando mano libera ai progetti del Duce e assecondandolo in scelte sciagurate come l’entrata in guerra con i nostri cugini francesi, per non dire di politiche liberticide contro il sistema scolastico locale e il tentativo di sradicare ogni particolarismo linguistico. Per non dire di scempiaggini come le leggi razziali e quelle contro la libertà di stampa ecc. ecc. Le molte ragioni, insomma, che avevano fatto salire in montagna tanti giovani e meno giovani nelle file di una Resistenza combattiva e tenace, che non attese altri per gioire per la Liberazione.
Sarà pure il mio blog solo un bignamino, ma spero dia il senso di una fierezza che, se si spegnesse, sarebbe null’altro che un oltraggio a chi ci ha preceduto.

Prepararsi agli ingorghi estivi

Marco AimeLe vacanze sono ancora un grande punto interrogativo in questo sciagurato 2020 e diciamolo papale papale, contro la retorica melensa sulle difficoltà che fortificano e che rendono migliori.
Appartengo alla categoria delle persone che prevedono cosa fare con mesi di anticipo per la destinazione marina che considero indispensabile per chi vive tutto l'anno in montagna, mentre questa volta sarò - sempre che non ci siano regole così rigide da stravolgere ogni ragionevole soggiorno - della linea "last minute".
Ma naturalmente la "soluzione B" è che le vacanze siano esclusivamente domestiche e penso che in Valle d'Aosta ci siano molte cose da fare, anche negli scenari più complicati. Non dico il peggiore, perché quello sarebbe di nuovo il confinamento. Tuttavia, non nego che emerga all'orizzonte, nei periodi più classici del turismo fra luglio e agosto, un problema serio di accesso alla montagna, come possibile scelta privilegiata per molti vacanzieri, compresi i pendolari che la mattina decidano di spostarsi dalle città verso le montagne. Nel senso che immagino che ci si troverà, pur con dei diversi gradienti di intensità, di fronte ad un vero e proprio assalto, che potrebbe assumere caratteristiche di una vera e propria invasione.
Sarà pur vero che i polmoni di zone visitabili dai turisti più stanziali che di quelli "mordi e fuggi" sono molti, ma è altrettanto vero come esistano località che già nel cuore dell'estate sono mete affollatissime, e questo contraddice certe norme sulla distanziamento che saranno in vigore di sicuro nelle settimane a venire.
Leggevo su "Il Manifesto" un articolo sul tema, firmato da un esperto di problemi della montagna, Maurizio Dematteis, che si è confrontato con Marco Aime, che lo stesso giornalista così presenta: «Marco Aime prima di essere un autorevole antropologo culturale e specialista di dinamiche di turismo responsabile è un amante della montagna in tutti i suoi aspetti. Vive a Torino, metropoli alpina circondata da 400 chilometri di montagne, e lavora all'Università di Genova, città di montanari con i piedi nell'acqua».
Prosegue poi Dematteis: «Gli abbiamo chiesto di riflettere con noi sull'attuale dibattito che vede la montagna estiva come una delle possibili mete delle vacanze degli italiani. Tra incertezze, paure e la speranza che le terre alte possano ricordarci il perduto senso del limite». L'incipit evidenzia l'approccio ambientalista, che lo stesso autore dell'articolo dimostra con chiarezza nel sito molto interessante che dirige, che si chiama "Dislivelli". Scorrendo gli articoli che si trovano si può non essere sempre d'accordo, ma nessuno può discutere la trasparenza delle idee e la chiarezza delle intenzioni.
La prima domanda è stata questa: «Che impatto ha avuto l'emergenza "covid-19" sulla montagna?». Così Aime: «Ha avuto un impatto piuttosto pesante su alcune zone montane. Quando sono state chiuse le scuole molte famiglie sono andate a sciare in montagna. Alcuni amici alto atesini mi hanno raccontato di come dalla Lombardia molte persone si siano precipitate in Alto Adige, in Val Gardena o Val di Fassa. Il risultato è stato che ancora oggi il contagio nelle valli dolomitiche è più alto di quello delle città di Trento e Bolzano. Sono valli a forte vocazione turistica e per l'estate si rischia che alberghi, rifugi e ristoranti possano aprire solo parzialmente e con numeri limitati. L'indotto rischia di risentirne parecchio».
Altrettanta chiarezza sulla prossima stagione estiva, direi in linea con quanto da me premesso: «Il turismo delle grosse concentrazioni, delle masse, è sicuramente quello che quest'estate risentirà di più, e la montagna verrà preferita al mare. Ci sono almeno due motivi che spingeranno i turisti a preferirla: il primo è un'immagine di purezza, salute, incontaminazione, che farà sì che molte persone decideranno di salire in quota. La seconda è che la montagna offre ampi spazi, con la possibilità di evitare concentrazioni in luoghi ristretti: si può camminare sui sentieri, ognuno con il proprio passo, e svolgere molte altre attività outdoor riuscendo a mantenere le distanze di sicurezza. L'emergenza del "covid-19" potrebbe premiare un certo tipo di turismo montano soft. Bisogna poi vedere come riusciranno ad organizzarsi rifugi e realtà ricettive».
Più avanti, sempre sollecitato acutamente da Dematteis, aggiunge Aime: «Quest'anno saranno poche le persone che andranno a fare le vacanze all'estero e gli stranieri non verranno in Italia. Per questo motivo ci sarà la rivalutazione di un turismo casalingo, di prossimità, che prima veniva un po' snobbato e trascurato a vantaggio di altre mete lontane, ma che oggi, gioco forza, ce lo si fa piacere. E magari poi scopriremo persino che non è così male. Non parlo del "modello Sestrière", pratica turistica in gran parte superata, che fa parte della visione degli anni '60, in un'epoca in cui tutti volevano avere l'auto e uniformarsi al turismo di massa. Oggi il turismo montano in ascesa è un altro. Col passare del tempo è nata una sensibilità diversa, la ricerca di ambienti più incontaminati, di cibo tradizionale, la ricerca di un turismo di qualità che abbia un qualche legame con il territorio e non riproponga il condominio urbano in quota, con lo stesso modello di vita della città. Oggi, in questa situazione mutata, queste forme di turismo più artigianali potrebbero ritrovare un valore».
Vorrei aggiungere che penso anch'io che la vicenda "coronavirus" sia una chance da sfruttare per un turismo alpino oggettivamente in calo, se si pensa alle stagioni d'oro di tanti anni fa. Che si debba ripensare alla modellistica è giusto e trovo che in Valle d'Aosta ci siano molti esempi di nuove proposte che possono ridare fiato al turismo. Ma intanto ci troveremo di fronte ai rischi di affollamento ed Aime così dice: «In montagna ci sono alcuni luoghi ultra sfruttati, belli e facilmente accessibili, dove si arriva in automobile o con camminate brevi, e dove nei weekend estivi si rischia di trovare le folle di turisti, cosa che quest'anno sarà sicuramente da evitare. Per questi luoghi bisogna prevedere qualche forma di limitazione, un numero chiuso. Sono delle soluzioni sgradevoli, ma è l'unico modo per evitare di ricadere nuovamente in una situazione sanitaria emergenziale».
Chi mi conosce sa bene quanto io sia libertario e abbia sempre diffidato di logiche di chiusura della montagna, ma questa volta concordo e trovo che si debba ragionare per tempo per non farsi assaltare e ogni forma di prevenzione, prima che scelte di repressione con forestali con paletta che fanno fare retromarcia alle famigliole in macchina, passano attraverso una buona comunicazione, che nel nostro caso può essere facilitata dagli accessi automobilistici ai caselli autostradali e all'ingresso della vallate. Penso, ad abundantiam, al rischio dell'esplosione del fenomeno dei camper e al fatto che bisogna a tutti costi un assalto selvaggio con questi automezzi.
Aggiunge in conclusione Aime: «La situazione in cui ci ha gettato il "covid-19" fa riflettere sulle troppe cose che davamo per scontate e che scontate non sono. L'idea che tutto sia disponibile, che si possa andare dove si vuole e quando si vuole, in realtà non vale più. Ad esempio avere una seconda casa di proprietà in montagna non significa che ci si possa andare quando si vuole. Perché la sicurezza collettiva è più importante delle esigenze del singolo. Prima viene la tutela di chi vive la montagna e poi il diritto di chi deve andarci per piacere e divertimento. Ci sono delle priorità».
Sono temi complessi e molto delicati, che riguardano anche il rapporto che deve intercorrere fra noi montanari e i turisti. Ricordo lo "stop and go" all'inizio del "covid-19", in cui si è passati dal «venite turisti in Valle d'Aosta!» ad un atteggiamento opposto, quando - poco tempo dopo - la presenza del turista rimasto in Valle dopo Carnevale sembrava una sorta di caccia all'untore da parte dei residenti.
Per evitare analoghi paradossi sarebbe bene pensarci prima.

Il bagaglio da "coronavirus"

L'ospedale dal campo installato sul piazzale della telecabina 'Aosta - Pila'Tutto avrei pensato nella mia vita, ma non di trovarmi a fare, in questi tempi strampalati del "coronavirus", il test sierologico (prelievo di sangue a pagamento a domicilio) ed a farmi fare il tampone (come dipendente della "Rai"). In quest'ultimo caso la location del fastidioso e non doloroso prelievo dal naso e dalla gola con un lungo "cotton fioc" mi è parsa surreale: dei grossi tendoni da campo piazzati in mezzo al parcheggio di partenza della telecabina "Aosta - Pila". Uno scenario inaspettato e che ricorderò nel tempo, così come le tante cose inusuali innescate dalla pandemia. Preciso che ho fatto le analisi non perché abbia chissà quale sintomo, ma perché lavorando in un servizio pubblico è stato giusto sottoporsi.

Sindromi manzoniane parte due

Don Rodrigo e... l'aperitivoA furor di popolo sono stato chiamato a parlare di nuovo sulle intelligenti e acute osservazione di Stefano Albertini, docente universitario negli Stati Uniti, sul sito "La Voce di New York", che ha scritto un articolo intitolato "Vengono da Manzoni le nuove sindromi psico-caratteriali da coronavirus".
Di Don Ferrante e del Conte Zio ho già detto, ma ne restano altri e come si fa a non evocare le sindromi di Don Rodrigo, di Fra Cristoforo, e di Don Abbondio? Sono anch'esse tipologie immortali dei caratteri umani. Ai tempi della scuola «il Manzoni»" e i suoi "Promessi Sposi" apparivano come in obbligo e dunque riscuotevano scarso interesse. Con il senno di poi quel bagaglio culturale torna utile per quel tratteggio manzoniano che rende quei personaggi valido in ogni tempo.

Il "dopo" del turismo alpino

Uno dei grafici pubblicati da 'Il Sole - 24 ore'Ho letto con grande interesse sul "Il Sole - 24 Ore" un articolo intitolato in modo significativo: "Turismo alpino e Covid: come la montagna si sta preparando alla Fase 2 e 3", scritto da Cristina Da Rold.
Tema interessante visto il conto alla rovescia, ormai imminente, che ci porterà a quel 3 giugno che dovrebbe essere lo sblocco in toto o in parte degli spostamenti fra Regioni e dunque con il ritorno del turismo nazionale. Poi, anche se al momento non esistono certezze, c'è chi dice che qualche settimana dopo - io date non mi fido di farle - dovrebbe sbloccarsi lo "Spazio Schengen", che comprende tutta l'Unione europea, cui si aggiunge la Svizzera. Sarebbe già un bel potenziale di turisti stranieri e questa circostanza eviterebbe la trappola già in parte scattata di accordi bilaterali fra Stati, che avrebbero potuto escludere l'Italia.

Come morì Émile Chanoux

La copertina del libro di Patrizio Vichi e Leo Sandro Di TommasoNon è un'operazione di archeologia storica occuparsi ancora oggi di Émile Chanoux. In un'epoca nella quale uno stupefacente entusiasmo popolare accompagna anche il passaggio in Valle d'Aosta delle "Frecce Tricolori" (cui va il mio massimo rispetto), con un’evidente logica "panem et circenses", riflettere su di un personaggio chiave dell'Autonomismo valdostano è importante. Non per assecondare chissà quale logica contrapposta ad una simbolistica "italiana" (ognuno fa quello che vuole), ma per far capire che esistono ragioni profonde per credere in aspetti identitari propri, per nulla morti e sepolti, pur in epoca di mondializzazione. Anzi, mai come ora - per chi crede nel federalismo, di cui Chanoux resta uno dei fari - le diverse identità devono convivere come elemento arricchente e la sovranità diffusa con la sussidiarietà resta fondamentale per una democrazia matura.

Il trionfo della stupidità

Il libro di Armad FarrachiQuando si legge un pamphlet, cioè uno scritto catalogabile in questa definizione per il suo tono polemico, lo si valuta per due aspetti: uno razionale e uno di pancia. Così è stato per me per il libro di Armad Farrachi "Il trionfo della stupidità" (titolo originale "Le Triomphe de la bêtise"), in cui miscelando cervello ed intestini sortisce quel che ci vuole con un libello di questo genere: una scossa elettrica, che vale per le parti condivise e per quelle sulle quali non si è d'accordo.
Farrachi, intellettuale francese, classe 1949, è professore di Lettere e lo si vede dalle citazioni, è un ambientalista-animalista che scrive con tono ora iroso, ora brioso, ma certi suoi dubbi aprono un confronto con le proprie convinzioni.

Il mare

Una panoramica di Porto MaurizioQuasi mi vergogno di scrivere di quanto mi manchi poter viaggiare. E per viaggio non intendo neppure luoghi lontani, ma anche brevi incursioni di prossimità.
Il viaggio è come una fisarmonica che può estendersi ed accorciarsi. Per me vale la curiosità di visitare luoghi mai visti e pure di ritornare a vedere posti dove sono già stato, perché loro magari sono uguali, ma ad essere cambiato negli anni sono io.
Odio la retorica patriottarda del turismo locale come inebriante soddisfazione. Conosco bene la Valle d'Aosta e capita ancora e spesso di trovare un posto, uno scorcio, un panorama ed anche delle persone che non avevo mai visto o frequentato. Ma puzza certa logica solo autarchica di chi, ogni estate, quando il settimanale "La Vallée" chiede a certi big che cosa facciano in vacanza pensano di piacere agli elettori, affermando garruli: «Qui, sempre qui, nel luogo natio!».

La storia del ribaltabile

I sedili della 'A112'Si può di questi tempi occuparsi di qualcosa di scherzoso? Oppure siamo votati alla monocultura del pensiero invadente e assolutista del "coronavirus"?
Oggi provo timidamente a reagire occupandomi di una vicenda avvincente, per quanto del tutto superflua. Mi riferisco al sedile ribaltabile, alla sua storia e ai suoi utilizzi.
Carlo Cavicchi su "La Repubblica": «Accadeva settant'anni fa in un'America uscita senza le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale. La "Nash", una delle case automobilistiche più popolari del tempo, avviata nel giro di pochi anni ad unirsi con la "Hudson" per dare vita al più importante accordo industriale degli Stati Uniti sotto il nome di "American Motors", lanciava il suo ultimo modello, la "Ambassador Airflyte". La "Nash Ambassador" era un'autovettura prodotta già dalla "Nash" dal 1927 e il modello di cui parliamo appartiene alla 3ª serie e, per curiosità, l'auto nella versione berlina - e sotto il nome di "Louise Nash" - compare nel film "Cars 3"».

Le Sindromi manzoniane e la Valle d'Aosta

Don FerranteE' bene rifarsi ai classici, intesi come libri fondamentali che vivono di luce propria, attraversando i secoli e restano sempre un bel supporto per i ragionamenti. Bisogna farne tesoro, perché ad essere onesti viviamo nella logica attuale del "mordi e fuggi", in cui molto spesso la conoscenza viene vituperata a favore di un generale e tragico appiattimento mentale e culturale.
Ho letto, nella geniale rubrica di Stefano Albertini, docente universitario negli Stati Uniti, sul sito "La Voce di New York", un articolo illuminante, intitolato "Vengono da Manzoni le nuove sindromi psico-caratteriali da coronavirus".
L'elenco godibile e sagace parla di alcuni personaggi manzoniani applicati al "coronavirus" ed alle su vicissitudini e sono Don Ferrante, Don Rodrigo, Fra Cristoforo, Don Abbondio, Perpetua, Gertrude e il Conte Zio.

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