Morin contro la regressione

Edgar Morin«L'avant garde qui préparait un autre futur est devenue l'arrière garde qui essaie de retarder la régression».
Trovo questo pensiero di Edgard Morin su "Twitter", che seguo proprio per questi suoi flash d'ingegno sulla situazione della democrazia fattasi spesso insondabile. Immaginare un quasi centenario che usa con destrezza, nel dispensare pillole di saggezza, uno strumento moderno scalda il cuore.
Edgard Morin è un sociologo e filosofo francese, classe 1921, che ha attraversato un secolo, scrivendo in modo fecondo di tante cose, come un savant del passato quale è stato.
Ebbene quella frase mi sollecita, pensando proprio ai temi umanisti cari all'autore, che ho letto spesso proprio per quel fondo di speranza che alimenta con espressioni sintetiche. Ricordo quella del cerino nel buio, quando dice che non è solo la fiammella che colpisce, ma l'oscurità che l'avvolge. Oppure quando ricorda che sono le sorprese, anche le brutte sorprese, che ci obbligano ad evolverci. O ancora il ruolo di collante della cultura come sintesi dei tanti saperi.

Morin penso voglia dire una cosa che condivido. Siamo in tanti nelle diverse generazioni ad aver condiviso l'idea di poter lavorare per migliorare le cose a favore della nostra vita e - detto senza enfasi - a beneficio delle generazioni future, che nel mio caso hanno il volto dei propri figli e della propria comunità.
Questo spinto, che nel mio caso mi ha portato in politica, oggi si scontra, ma non in una logica nostalgica e giovanilista del "come eravamo", di fronte ad una realtà palpabile di arretramento colorato persino dai colori cupi dell'ignoranza e della disonestà, che sono virus che contagiano.
Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da aggiungere. Lo stesso Morin segnala come la democrazia ateniese fosse nata come reazione per non farsi mangiare da un impero come quello persiano.
Ecco dunque quell'appello a impegnarsi a «retarder la régression» da parte di chi ha vissuto nella speranza di un mondo che camminasse verso nuovi traguardi e vede ora una retromarcia ben visibile e non per un pessimismo da invecchiamento, ma per la lucidità che deriva dall'esperienza.
Vale anche per la Valle d'Aosta e per quella necessità di illuminare con una luce potente quei mali da cui, nelle difficoltà crescenti, può nascere una reazione in cui ognuno, con uno spirito descritto da Morin, faccia la sua parte.
L'ambiguità di ogni "chiamata alle armi" sta nel rischio che ci siano obiettivi poco chiari e l'entusiasmo e la passione vengano spenti se la grande causa si trasforma in una logica di sopravvivenza di quanto in un sistema politico e in una società deve essere cambiato. Io stesso molte volte mi sono rimesso in gioco per poi capire, a posteriori, che qualcuno aveva usato questa mia disponibilità. Forse è questo per molti la ragione di una indisponibilità di ragionare sul futuro per contrastare arretramento e barbarie. Non solo l'idea che le cose non si possano cambiare, ma che ogni azione e impegno possano finire per essere delusi ed essersi dimostrati "ad usum Delphini", cioè per interessi di parte e per disegni tutt'altro che nobili.
Ma quella frasetta di Morin, "cinguettata" su "Twitter", è come quella lucina che serve a ragionare contro le tenebre.
Tanti luci assieme sconfiggono il buio.

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