I "frammenti" di Fulvio

La copertina del libro di Fulvio Augusto MarcozUna frase famosa de "La luna e i falò" spiega tutto nella controcopertina: «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Io avrei aggiunta un’altra citazione dello stesso Cesare Pavese: «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi».
Questo per raccontare di un libro appena uscito con le edizioni "Le Château" dal titolo "Frammenti", autore Fulvio Augusto Marcoz, ottantenne quest'anno con una bella barba bianca. Si tratta di una biografia romanzata, prevalentemente del periodo aostano, visto che l’autore, fra i primi laureati in ingegneria elettronica nel 1961 a Torino, ha vissuto poi tutta la vita a Roma con incarichi di prestigio in "Finmeccanica".

Lo considero un amico, di quelli che per distanza si vedono poco, ma abbiamo passato belle serate romane, in cui - a dispetto della sua "erre francese" alla valdostana - lo sfottevo, dicendogli che, malgrado la prestigiosa famiglia valdostana, si fosse ormai "romanizzato" pure nell'accento. E si fosse anche rassegnato a pronunciare lui stesso il suo cognome «Márcoz» con la "zeta" in evidenza per evitare ogni volta di fare lo "spelling". Fulvio - e dal libro si capisce anche il perché - è un "savant" d'altri tempi, amante della letteratura, che mischia una profonda cultura scientifica ad una consapevolezza umanistica molto solida. Trovo una sua intervista di qualche anno fa, che inquadra il suo lavoro, scosso da continue rivoluzioni tecnologiche: «Inizialmente, per quanto riguarda l'innovazione, le aziende italiane dell'elettronica per la Difesa erano subalterne alle analoghe americane. L'elettronica era nata e si era sviluppata negli Stati Uniti, specialmente a Boston, nei complessi di ricerca intorno alla "mitica", per noi ricercatori del settore, Strada 128. Tuttavia, poco per volta, con una notevole intraprendenza, tali aziende si resero autonome sia tecnologicamente che come offerta di prodotti, anche se gli Stati Uniti e le Università americane restavano sempre punti di riferimento. Le collaborazioni erano puntuali, di tipo "one way", nel senso che i ricercatori italiani andavano ad imparare ed acquisire tecnologie, sempre pagando in qualche forma. Però, con il tempo, nelle aziende nacquero dei centri dedicati alla ricerca od alla progettazione di sistemi avanzati e si costituirono, intorno ai primi grandi calcolatori, reparti dedicati al calcolo scientifico. Lo sviluppo dei minicalcolatori, la diffusione delle capacità di calcolo nei reparti e la possibilità di gestione autonoma della stessa, modificarono profondamente l'organizzazione aziendale, relegando i grandi mainframe al solo settore gestionale. Ogni reparto di ingegneria era in grado di gestire autonomamente le proprie risorse di calcolo. Nel frattempo, l'informatica prendeva coscienza di sé e della propria importanza come disciplina e come settore tecnologico. Il massimo dell'entusiasmo si raggiunse a metà degli anni '80 con il boom dell'intelligenza artificiale. Contemporaneamente la Commissione Europea, scommettendo sulla possibilità di uno sviluppo tecnologico autonomo dell'informatica europea, lanciava il progetto "Esprit" e i primi Programmi Quadro per la ricerca, che negli anni sono diventati il vero riferimento europeo per l'innovazione. Le aziende ed i ricercatori impararono a lavorare in gruppi interaziendali e con le Università italiane e straniere, con una forte crescita culturale. L'ultimo grande cambiamento fu provocato dalla diffusione di internet e della nuova "cultura delle reti", che rese possibile il lavoro senza la necessità della presenza fisica e dello scambio di documenti cartacei, facilitando enormemente l'attività di gruppo e in gruppo».”
Scopro che Marcoz ha già scritto dei libri: "Ricordi di un ufficiale dei bersaglieri", "La Guerra di Spagna", "Tobruk", "El Alamein", nati dalla registrazione dei resoconti delle vicende vissute da un ufficiale dei bersaglieri - padre della moglie dell'autore - durante gli anni della Seconda guerra mondiale.
Questa volta i ricordi sono tutti suoi e ruotano attorno alla sua famiglia, all'infanzia ed alla giovinezza. Ne esce un'Aosta del passato - che in pochi purtroppo hanno sinora raccontato - a cavallo fra gli anni Quaranta e il dopoguerra. Sono davvero frammenti, come cartoline illustrate, argute e minuziose, fatte di personaggi, luoghi, affetti, che ci fanno entrare in punti di piedi nella sua vita, creando poi in noi un effetto di ridondanza che - come avviene in una catena - fanno aggiungere ai suoi pezzi anche dei nostri pezzi. Così la sua emozionante rievocazione serve come miccia al frullare dei nostri pensieri sui nostri analoghi momenti di vita, sepolti nella memoria, che hanno concorso a formare quelli che siamo.
Colpisce sempre la banale constatazione di come in noi, come scintille residue, restino ancora le tracce di chi ci ha lasciati da molti anni.

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