Gioco e doping

Gli atleti russi sfilano alle Olimpiadi di Londra, nel 2012Sto facendo per radio un giro d'orizzonte di "Pensieri e Sentimenti", utilizzando come spunto delle parole simbolo. Si tratta di considerazioni generali con interviste - assieme ad Elena Meynet - e contributi sonori di vario genere, oltreché commenti musicali scelti per affinità e simpatia. Raramente incrocio la quotidianità, che appartiene ad altri.
Certo è che ogni tanto il Caso ci mette lo zampino e le notizie irrompono, malgré moi. Ieri avevo programmato "Giocosità", che è la caratteristica di chi è giocoso, cioè allegro, ma in realtà la scelta del vocabolo ha consentito di ruotare attorno alla parola "Gioco". Lo schema è abbastanza semplice: si parte dalle origine della parola, la si enuncia in italiano e in francese e poi, con qualche citazione, si viene agli ospiti in studio ed in esterna. La cosa più carina mi pareva essere il fatto che in francese, come in inglese, "suonare" usa lo stesso verbo di "giocare". Così come mi pareva interessante notare come il gioco, momento formativo essenziale per i bambini, diventasse un terribile vizio per gli adulti in una sorta di grottesco contrappasso.

Ma in realtà arriva ieri la notizia, che poi è piombata anche nella trasmissione, di come la Russia, pacioccando con il doping, abbia vinto competizioni sportive importanti e spicca come un fungo l'Olimpiade invernale a Sochi (o Soči in russo). Già il posto era nel solco di certe baggianate del Comitato olimpico, visto che la città russa è nota per essere un centro balneare, con montagne attorno in cui garantire la neve e il gelo è stata un'impresa. Ora, tra l'altro, sta diventando una capitale del gioco d'azzardo, sempre sotto la regia di Vladimir Putin, che si comporta ormai come uno Zar. Questo inquinamento dei Giochi olimpici è un ennesimo segno dei tempi, anche se - per essere onesti - scoprire che nello sport di alto livello c'è il doping è come scoprire l'acqua calda. Certo, complicità governative nei controlli elevano il livello di melma che sta ricoprendo tutto, come ben evidenziato dagli scandali del calcio e con la crisi terribile dell'atletica. Esistono davvero una serie di equivoci di fondo. Il primo è la questione del rapporto fra dilettantismo e professionismo, che viene vissuto con una gigantesca ipocrisia. Compresa la frase "L'importante non è vincere, ma partecipare", che viene attribuita al famoso fondatore dei Giochi moderni, Pierre de Coubertin, mentre la citazione era solo stata ripresa dalla predica di un vescovo della Pennsylvania durante le Olimpiadi del 1908.
Il secondo sta nel fatto che, sia per ospitare le Olimpiadi che per far vincere gli atleti, esiste - in barba a tutti gli afflati internazionalisti dello spirito olimpico - il fatto che certi nazionalismi usano da sempre lo sport per la propria propaganda. Il terzo sta nella questione del doping, che non a caso mostra di essere un problema, visto che lo si cita persino nel giuramento olimpico degli atleti. Fin dall'Antichità nello sport agonistico questa questione delle sostanze ("doping" viene dall'inglese "dope, drogare") o delle terapie che consentono di migliorare le proprie prestazioni, falsando le gare, è una guerra fra guardie e ladri. Le guardie sono le tecniche per appurare i comportamenti di chi trucca, mentre i ladri sono coloro che mettono a punto i trucchi per aggirare di volta in volta i controlli. Un inseguimento storico degli uni con gli altri.
Ogni tanto mi è capitato di discuterne con il mio amico Eddy Ottoz, che è fonte inesauribile di qualunque sfumatura sullo Sport (ed in molte altre materie, da vero enciclopedico), che - con aria seria che talvolta nasconde il suo gusto per i calembour - sosteneva che, giunti a questo punto, meglio sarebbe liberalizzare il doping per, come avrebbe detto Enzo Jannacci, «vedere l'effetto che fa».
Insomma: la trasmissione sulla giocosità è filata via con riferimenti a giochi di tutti i generi, all'educazione dei bimbi, alla teoria dei giochi, all'invasione dell'azzardo nell'Italia biscazziera e via di questo passo.
Ma come una "spada di Damocle" sullo studio radiofonico oscillava sulle nostre teste questa questione macroscopica dei giochi sportivi e della dose di corruzione e miserie che vi alberga, in spregio a tutta la retorica che spesso cola sullo sport.

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