La Rete e Pinocchio

Un armadietto per telefoni cellulari, in un ristoranteOrmai è evidenza scientifica e dunque non è solo più un sospetto: i famosi "social" sono fautori di un cambiamento epocale nel nostro modo di essere e lo dico senza alcun intento moralistico o proibizionista. Non mi riferisco solo all'evidente tentazione di essere connessi, che ti fa dare un'occhiatina al telefono quando sei fermo a un semaforo o un giro in Internet per vedere quel che capita prima di dormire, ma a qualcosa di più profondo.
L’altro giorno ne ho parlato con il presidente degli psicologi valdostani, Alessandro Trento, nel quadro della trasmissione radio che sto facendo sui "Sentimenti" e ci occupavamo del tema – fra normalità e patologia - della "Tristezza" (scelta non a caso per la prima trasmissione in stagione autunnale). Lui stesso mi ha confermato come la socialità stia cambiando con questa fissa della "connessione" e con queste amicizie virtuali coltivate in Rete, specie per i più giovani che, come ben si sa, si trovano, specie scendendo con l'età, ad essere influenzati da un mondo digitale che li attornia sempre di più.

Per altro, con diversi ospiti, parlando di altri argomenti, è emerso - penso alle riflessioni preoccupate del decano del volontariato valdostano, Luigino Vallet - come i giovani stentino a prendere la relève in tante associazioni a scopo benefico per la difficoltà di inserimento in una società vissuta dal vero e non solo nel mondo virtuale di Internet. Mi raccontavano poi, quando commentavo il fatto di avere incontrato i "coscritti" del 1997 di Chambave in giro per far festa, come anche le celebri feste dei coscritti, un tempo nei paesi passaggio obbligato, stentano a farsi con lo sgomento dei genitori, che considerano ancora quello un rito di passaggio da non mancare, come avvenne per loro da diciottenni.
Non si tratta naturalmente di demonizzare nulla e di fare di tutta un'erba un fascio, ma di riflettere sul da farsi. Leggevo l'altro giorno alcune dichiarazioni del celebre psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che osserva: «Il paradosso di "Facebook" e della Rete è che non sono basati su un apprendimento graduale. Da sempre abbiamo pensato che la crescita di un individuo debba avvenire per tappe: un bambino di quinta elementare legge libri adatti alla sua età, non studia dai libri dell'università e viceversa. Internet ha consegnato un unico strumento che funziona allo stesso modo per chi ha sei anni e per chi ne ha novanta. Esiste per la prima volta uno strumento uguale per tutti, una sorta di falsa democrazia della conoscenza». Aggiunge poi: «I bambini sono lasciati per ore con i telefonini in mano a fare chissà cosa, scelta comoda perché così non fanno troppe domande e non disturbano durante la cena in ristorante. Si è creata una sorta di "pax familiaris" per cui ognuno si fa i fatti suoi dal punto di vista tecnologico. Non si sa più parlare, non si sa più discutere: su "Facebook" si leggono delle cose incredibili, infamie, ingiurie, non si trova più chi voglia ragionare pacatamente. E se un bambino cresce cibandosi di questo genere di cose, penserà che l'unico modo di comunicare sia quello».
C'è un'altra interessante osservazione: «Una volta Wiston Churchill ha detto una cosa molto bella riguardo il costruire la propria casa. Diceva: "Noi pensiamo di modellare le nostre case, ma poi sono le nostre case che modellano noi". Vorrei attualizzare questo pensiero: noi abbiamo pensato di modellare le nostre tecnologie ma oggi sono le nostre tecnologie che modellano noi».
E' vero che forse esiste una sorta di mano invisibile che piano piano smusserà gli angoli e ci riporterà ad equilibri meno precari di quelli di oggi. Ma non si può non pensare a regole più chiare e a percorsi formativi che evitino che l'approccio ai "Social" sia una specie di logica da autodidatta, che è quella più che ciascuno di noi ha praticato, come se fosse salito su un treno in corsa e non si poteva fare altrimenti, mentre oggi bisogna avere un approccio ragionato.
Certo il mondo che si spalanca di fronte ai nostri occhi suscita ancora oggi meraviglia, ma poi la quotidianità ti fa capire quanto questa specie di "Paese dei Balocchi" ci possa trasformare tutti - e specie chi è meno protetto - negli asinelli del luogo immaginario descritto da Carlo Collodi con il suo personaggio del bambino-burattino Pinocchio (che poi - dubbio amletico - non era una marionetta?)
Ecco, direi che verso la Rete bisogna evitare di trovarsi ad essere dei burattini più o meno consapevoli.

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