Nella scia di Eataly

Oscar FarinettiIncuriosisce molto il fatto che, trovato un filone redditizio, in Italia nasca un fenomeno di imitazione e di ricopiatura (scimmie, siamo...), che alla fine rischia di creare dei veri e propri patatrac o almeno sconcerto nei cittadini clienti-utenti-consumatori.
Ci pensavo in questi giorni, vedendo quanto avviene attorno ad "Eataly", la creatura di Oscar Farinetti, imprenditore cui si deve l'intuizione di valorizzare con vendita e ristorazione i prodotti del settore alimentare del "made in Italy" con un successo che è ormai evidente, dopo alcuni anni dall'esordio. L'operazione nasce nel 2007 al "Lingotto" di Torino (nella fabbrica ex "Carpano") e si diffonde poi, visto il successo, altrove in Italia e all'estero.
Più Farinetti si allarga e più dall'iniziale, generale consenso iniziano - anche per un fenomeno di invidie e gelosie - le "voci" contrarie, culminate direi con la scelta di "Expo 2015" di affidare direttamente ad "Eataly" i ristoranti a valenza regionale nella grande kermesse milanese. Procedure di evidenza pubblica avrebbero evitato critiche, visto che un'eventuale griglia di caratteristiche avrebbero portato naturalmente alla scelta.

Ma Expo, si sa, è stata un'avventura tutta in ritardo, come si vedrà con l'apertura odierna e la scia di prevedibili polemiche in un'Italia pronta alle grandi sfide - vedremo poi la candidatura di Roma alle Olimpiadi - per poi prendere delle grandi nasate. Ma poi una sorta di oblio avvolge certi insuccessi.
Ecco, mi sono perso e torno al tema del filone farinettiano, oggi oggetto di rincorsa da parte di numerosi competitori. "Coin" si è inventato "Eat's" a Milano che già dal nome richiama il capostipite. "Lidl" inaspettatamente, visto il target di clientela di partenza, ha cominciato a percorrere la strada di prodotti di qualità italiane e poi internazionali. Stessa strada la stanno seguendo la "Conad" e la "Crai". La "Coop" (che partecipa pure ad "Eataly" con sue consociate) aprirà al centro di Torino, nella "Galleria San Federico" una sorta di boutique dell'enogastronomia. Tutti, insomma, salgono sul treno "inventato" da Farinetti e tutti mettono sul tavolo quella logica di partenza di valorizzazione di prodotti del territorio, di marchi di nicchia, di qualità. Ma certo questa "moltiplicazione dei pani e dei pesci" stride in qualche modo con i presupposti, perché ci si chiede, ad un certo punto, come sia possibile avere prodotti di un certo genere in quantitativi così copiosi, e bisognerà cominciare a leggere le etichette con rinnovato interesse e va svelata la "catena" che va dal produttore al consumatore, per capire dove esista la capacità di camuffamento delle grandi aziende alimentari. Personalmente non ho alcuna acrimonia verso le grandi multinazionali del cibo (alcune sono sponsor del già citato Expo), ma quel che non avrebbe senso è che certe operazioni di travestitismo potessero convincere che grandi imprese hanno la faccia di un piccolo produttore o una qualità di tipo artigianale. Per non dire il rischio che una pubblicità (penso al povero Antonio Banderas che fa i biscotti ormai chiuso con la gallina nel suo "Mulino Bianco") o un "packaging" finto rustico e "vintage" falsino (falsifichino?) il prodotto in esso contenuto.
Allora bisognerà incominciare a fare dei distinguo e svelare tutti quei retroscena che già da tempo fanno scricchiolare il grande business del biologico. Si tratta, in sostanza, di fare operazioni verità: sembra ormai finita la spinta innovativa delle associazioni dei consumatori, diventate di fatto una specie di babele di sigle e di facce da programmi contenitori della televisione, dove dei "signor Nessuno" urlano e sbraitano. Ma poi, nella sostanza, si fermano a comunicati stampa o a denunce varie. Ma non incidono per nulla su certe dinamiche di mercato, come quella qui brevemente descritta.

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