Tempo di Carnevale

Un particolare del dipinto di Pieter Bruegel il VecchioTanto per capirci subito, vorrei dire che ha ragione Charlie Chaplin, inventore del lunare "Charlot", quando dice: «Chi non ride mai non è una persona seria». Calembour che condivido e applico nella mia vita. E' più facile vedermi con il sorriso che con il muso. Che si tratti di tratto ereditario o di formazione culturale non so, ma è così.
Ma sul Carnevale bisogna intendersi, perché ci sono diversi livelli di lettura possibili. Il primo, più banale, per chi ama occuparsi delle Alpi, è la constatazione, resa plastica dall'allestimento di una delle sale del "Museo delle Alpi" del Forte di Bard, che questa festa fatta di travestimenti e riti ha delle straordinarie ricorrenze e affinità lungo tutto l'Arco alpino. In particolare le maschere, i falò, costumi di animali selvatici, divise di stampo militare. Retaggio, in particolare, di un mondo contadino beffardo che, prima delle grandi fatiche con il bel tempo, si sfogava tramortendosi in un clima libertario e libertino che durava quel poco necessario per bere e mangiare. Tutti gli altri Carnevali, compresi quelli storici a cavallo fra noi e il Canavese, sono un'invenzione recente, ormai fattasi tradizione.

Il secondo è che sulle date, alla fine, non ci capisce più niente e la verità è che, passata la Befana, si è già in clima carnevalesco e con il "Carnevale ambrosiano" si "sfora" ampiamente la data canonica della Quaresima. Insomma: settimane e settimane di divertissement.
La terza è che, nel caso valdostano, si passa da chi vive il Carnevale al calor bianco a chi viene sfiorato in modo molto tiepido proprio per mancanza di una tradizione nel proprio Comune.
Io sul Carnevale, ormai in corso, ho una duplice lettura. Come nativo di Verrès, con il Carnevale dedicato alla figura di quella femminista ante litteram che fu Caterina di Challant, ho masticato pane e Carnevale con la mamma che ha fatto la "Contessa" e io stesso che ho vestito il costume di "Pierre d'Introd", marito di Caterina. Esperienza unica e faticosa, con il costume riposto in un armadio da riutilizzare per il settantesimo (facendo gli scongiuri per arrivarci). Tra l'altro mi diverte di essere finito come altre centinaia di personaggi e figuranti nelle foto-figurine, tipo calciatori con la "Panini", che in molti stanno raccogliendo - scambiandosi i doppioni - in un apposito album dalle origini ad oggi. Il Carnevale verrezziese è introverso e estroverso, nel senso che è anzitutto un divertimento per la comunità locale e poi un'attrazione per chi voglia andarci, ma direi in una logica di subordine. Poi ho una seconda anima, che tende a essere un pochino timida rispetto a certi eccessi carnevaleschi o in generale di divertimento "costi quel che costi". Esce fuori, in certi casi, una parte di me schiva quando tutto sembra piuttosto precostituito e il detto "A Carnevale ogni scherzo vale" penso vada preso sempre con giudizio.
Un giretto nei Carnevali lo farò, compreso quello di Pont-Saint-Martin, che ha il pregio di un grande ordine nelle sfilate. E soprattutto gode di straordinari fuochi d'artificio che precedono il momento clou: il rogo che avvolge il diavolo appeso sotto l'incredibile ponte romano. Questa storia del rogo purificatore, prima delle privazioni del periodo quaresimale - un tempo prese sul serio - ha un suo fascino.
Ma per capire il cambiamento va apprezzata l'incredibile tela "La lotta tra Carnevale e Quaresima", il dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1559 e conservato nel "Kunsthistorisches Museum" di Vienna. Nella pittura, che ho visto dal vivo, si confronta, in una piazza divisa a metà, la crapula di Carnevale e la compunzione della Quaresima. I due estremi nella vita.

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