Uno scenario su cui riflettere

Michele Ainis«Basta con i fatti! Passiamo alle parole!». Ci vorrebbe lo spirito caustico del comico siciliano Pino Caruso per fotografare l'attualità politica.
E, invece, le parole scorrono e spesso non corrispondono neppure alla realtà. Ed è facile citare Carlo Collodi, autore del celebre "Pinocchio", quando spiega: «vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo».
Una di queste ultime è la diminuzione complessiva del peso fiscale, quando dalla legge di stabilità - come spiega questa settimana l'articolo di copertina de "L'Espresso" - emergono tassazioni nascoste fra le righe.
Ma chi questa settimana se la piglia con tutta una serie di dissonanze sul ruolo del Parlamento e le riforme di cartapesta è il costituzionalista Michele Ainis.
Comincia il professore ancora con "L'Espresso" e con un commento sull'uso eccessivo dei decreti legge («uno spazio sconfinato per le materie trattate»), dei decreti legislativi (tipo "Job act") e dei voti di fiducia (per evitare franchi tiratori). Dati alla mano, ne mostra l'uso spropositato e persino fuori dal dettato costituzionale. Conseguenza? «Una museruola in bocca al Parlamento».
Ma lo stesso Ainis ieri scriveva, occupandosi delle riforme, un editoriale ficcante sul "Corriere della Sera", sotto il titolo "Vedi alla voce riforme smarrite": «Sarà che siamo tutti un po' nevrotici, volubili, distratti. Sarà che la memoria non è la prima qualità degli italiani. Ma non ci avevano raccontato che le riforme istituzionali devono precedere quelle economiche e sociali? Non si erano impegnati a liquidarle in un baleno? Certo, ammesso che la certezza trovi spazio fra le categorie della politica. E allora perché nessuno più se ne rammenta? Perché giacciono sepolte in una bara?».
Segue l'elenco: «Legge elettorale: timbrata il 12 marzo dalla Camera, al culmine d'una maratona notturna e di molte polemiche diurne. Ma da sette mesi chiusa nei cassetti del Senato, che non l'ha mai discussa. Riforma costituzionale: promessa da Matteo Renzi entro maggio, poi per giugno, infine approvata l’8 agosto dal Senato, con la minaccia di confiscare le ferie ai senatori. Nel frattempo sono andati in vacanza i deputati, perché alla Camera la riforma è ferma al palo. Regolamento della Camera: un anno di lavoro per generare un testo, poi sommerso da oltre trecento emendamenti. La prossima seduta cadrà dopo il 15 novembre, ma i "5 stelle" e Forza Italia non ci stanno. Vogliono attendere il nuovo bicameralismo, per non rischiare incoerenze. Da qui il dubbio che tormenta la politica: nasce prima l'uovo o la gallina? Da qui la nostra unica certezza: anche per oggi, non mangeremo l'uovo e non vedremo razzolare la gallina. Non è affatto vero, però, che nel dubbio la politica stia con le mani in mano. No, su ogni riforma rimugina, riflette, ripensa. E cambia idea come san Paolo sulla via di Damasco. L'Italicum? Premio di maggioranza alla coalizione, anzi alla lista. La riforma costituzionale? Licenziata con l'impegno del Governo di modificarla su aspetti per nulla secondari, come l'elezione del Capo dello Stato. Significa che i mezzi risultati fin qui raggiunti sono in realtà falsi risultati. La revisione della Costituzione richiede quattro letture; ma se la seconda correggerà la prima, ne serviranno cinque. Quanto alla legge elettorale, se cambia il suo principio fondativo toccherà riscriverla».
Il finale è fulminante: «"Ci vorrebbero degli dei per dare leggi agli uomini", diceva Rousseau. Se ci fosse, questo dio legislatore scriverebbe prima le norme costituzionali, poi i regolamenti parlamentari, poi la legge elettorale. E magari con l'ultima riga d'inchiostro detterebbe pure una legge sui partiti. Invece quaggiù c'è al lavoro un diavoletto, che forse ha deciso d’anteporre la legge elettorale a tutto il resto. E forse il resto è un’elezione in primavera, con un sistema che presume l'abolizione del Senato, perché l'Italicum vale solo per la Camera. Dal paradiso all'inferno, ma dopotutto ci siamo abituati».
Agro, certamente. Ma non si può neppure far finta di niente.
Ieri su "La Repubblica" Eugenio Scalfari così ammoniva Renzi: «Lui è convinto di essere l'uomo della storia di oggi. Attento però: la storia si può far bene oppure male. Da soli si fa male. Ci vuole una squadra. Una squadra senza un nome non ha senso. Un nome senza squadra meno ancora».
Belle frasi anche per la Valle d'Aosta.

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