Il dito e la luna

Un classico esempio di dito che indica la lunaCapisco quanto sia legittimo vedere la stessa cosa in modo diverso, a seconda delle proprie prospettive. Ma non bisogna tirare troppo la corda, perché c'è un confine fra malafede e buonafede. E io, purtroppo, in malafede ne vedo parecchi. Anzi, come scriveva il poeta Arturo Graf: «Se tu discuti con uomo di mala fede, quanto più avrai ragione, tanto più ti sentirai dar torto». Andrebbe spiegato questo comportamento a chi sui "social" si sforza di convincere chi è saldamente ancorato ai suoi pregiudizi ed è, di conseguenza, sleale nella discussione.
Allora partiamo da qui: "Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito".
E' questo un proverbio cinese ben conosciuto, che mostra come si debba mirare al contenuto vero delle cose. Troppo spesso in politica si tende a non farlo, specie se si deve fare in modo di distrarre l'opinione pubblica dalla serietà dei problemi indicati da questo famoso dito.
Questa storia ha in Valle d'Aosta una chiarezza esemplare. La Legislatura regionale in corso nasce sotto il segno di una difficoltà per la maggioranza di governare per un esito delle urne che assegna diciotto seggi alla maggioranza e diciassette alla minoranza. Situazione che si incrina a marzo, quando vengono a mancare i diciotto, che si ricompattano poche settimane fa attraverso un rimpasto "pacificatore".
Come diceva la canzonetta napoletana:
"chi ha avuto, ha avuto, ha avuto:
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdammoce 'o passato".

Il paradosso sta nel fatto che questi avvenimenti - cagionati da franchi tiratori e dai cosiddetti "responsabili", che a un certo punto preparavano una "rottura" con il Governo regionale per poi tornare, soddisfatti o obbedienti, nei ranghi - vengono alla fine letti come se fosse l'opposizione "ad aver fatto perdere tempo". Ovviamente una tesi speciosa e propagandistica, che fa leva su aspetti fantasiosi e scarsa conoscenza dei fatti, che viene "venduta" alla parte meno avveduta dell'opinione pubblica e qui tocca evocare il famoso dito del proverbio cinese. Oggi, infatti, c'è da chiedersi se questa lettura politica del "crucifige" verso la minoranza perdigiorno non sia una scelta ad effetto che mira a nascondere il vero oggetto di interesse: la luna.
Quale sia la luna è presto detto, perché mi riferisco alla miriade di problemi che si affollano, irrisolti o male affrontati. Su questo è bene discutere e non sul giochino fra guelfi e ghibellini, fra pro-Rollandin e anti-Rollandin: questo buttare tutto in battaglie di potere e sottogoverno o in rivalità personali o di clan finisce in sostanza - con responsabilità per chi ci gioca - per svilire la politica, trasformando tutto in rissa.
Il gioco, però, non è rozzo come sembra, perché prevede in realtà sottigliezza. Tende a dimostrare che lo status quo è l'unico a dare sicurezza, della serie che "si sa che cosa lasci ma non si sa che cosa si trovi". Questa logica del presunto "horror vacui" fa sorridere, perché del tutto infondata. In democrazia il cambiamento e l'alternanza non sono una patologia, ma segno di buona salute.
E lo è anche indicare problemi e priorità, specie quando cresce la consapevolezza di una macchina amministrativa paralizzata e di una politica che non segue più gli avvenimenti. Il de Profundis - il salmo penitenziale che si recita per i defunti - in politica non è consolatorio.

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