Una vigna troppo concimata

La vigna estiva nelle Langhe«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Sono frasi ben note, che molti che amano la Valle d'Aosta potrebbe capire meglio di altri per quel rapporto ben noto con la propria montagna. Devo dire - ricordandone l'autore, anche se scontato - che Cesare Pavese, quando ero ragazzo, mi impressionava molto e lessi voracemente i suoi libri, perché quando sei adolescente quella storia del Pavese suicida e della sua malinconia acida lasciava il segno. Poi alcuni libri nella biblioteca di casa erano datati anni Cinquanta, con la firma di mio papà trentenne, e mi piaceva questa idea che nel dopoguerra mio padre leggesse un'autore così. Devo dire poi che le letture negli anni successivi hanno umanizzato Pavese, che fra l'altro frequentava con il gruppo dell'Einaudi la Valle d'Aosta e che incontrò per l'ultima volta l'attrice americana, Constance Dawling, per la quale decise di uccidersi come "casus belli" di molte altre vicende, proprio a Breuil-Cervinia.
Così, come mi capita in queste ore, quando sono nelle Langhe, terra natia di Pavese che pure, come tutti i grandi autori, sposa le radici con l'universalità delle sue storie, penso a lui, guardando questa terra viva di vigneti con quei luoghi che lui sapeva narrare e che si capiscono meglio con qualche visita dal vivo.
Ricordo che Davide Lajolo, amico e biografo nel libro non caso intitolato "Il vizio assurdo", ricorda nelle prime pagine cosa gli disse in un parallelo fra la sua vita e le Langhe: «L'unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei libri c'è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che ogni giorno sento marcire in me anche le parti che ritenevo più sane».
Un uomo come una vigna, un'espressione che solo un langarolo poteva adoperare e così, in questa terra di colline e di gusti superbi di vino e di cibi, ci si ritrova a pensare a quanto ci possa aiutare nella nostra vita la letteratura.
Ieri mio figlio Laurent mi ha scritto, in questi dialoghi con "WhatsApp" in cui bisogna essere avari di parole, «ho capito quanto è bello leggere».
Per un padre che ama i libri è una grande gioia. Vale un buon bicchiere di Barbaresco.

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