Obama alla Casa Bianca

Barack Obama fotografato da Terry RichardsonIeri sera sono andato a dormire sereno e non ho passato la notte in bianco per seguire lo scrutinio delle elezioni americane. Solo questa mattina, vinto dalla curiosità, ho seguito gli ultimi istanti che hanno portato alla riconferma di Barack Obama ed alla sconfitta di Mitt Romney. Ribadisco quanto penso: che c'è un pizzico di provincialismo nel dispiego impressionante di forze dei media italiani per seguire le elezioni americane senza svilirne l'importanza. Osservo, ma capisco che è uno sberleffo, che non esiste neppure uno straccio di reciprocità.
Il testa a testa c'è stato ma il Presidente uscente ha vinto senza quei rischi di contestazione che aleggiavano. Confesso di non aver ancora capito bene se sia valido o meno questo metodo di voto indiretto con scarsa partecipazione al voto degli elettori e che si affianca al rinnovo delle due Camere, che si confermano una con maggioranza democratica (Senato) e una appannaggio dei repubblicani (Camera) e questo obbligherà Obama nel suo secondo ed ultimo quadriennio di Presidenza alla necessità dell'arte del compromesso.
Certo Obama è stato e sarà sfortunato: la sua avventura politica che resta straordinaria - un nero alla Presidenza è il simbolo della libertà - si è inceppata nella crisi economica e nelle difficoltà varie di uno scenario internazionale difficile ed è riuscito a vincere per un residuo di carisma ormai liso dalla difficoltà di trasformare le promesse e i programmi in realtà.
Per noi europei resta un interlocutore migliore del suo avversario repubblicano. E' scontato che i democratici siano più aperti al dialogo con il Vecchio Continente, nel limite tradizionale di una politica estera americana che guarda sempre prima al proprio ombelico chiunque sia l'inquilino pro tempore della Casa Bianca.
E' raro che in questo spazio mi avventuri nel mare procelloso della grande politica internazionale, ma questo non vuol dire non avere il dovere di seguirla. La nostra Valle d'Aosta è stato un problema politico all'attenzione della grande diplomazia per una piccola frazione della propria storia nell'immediato dopoguerra e ancora oggi stentiamo a capire certi passaggi che hanno segnato la nostra autonomia speciale. La mia tesi è nota: certamente il gioco fra Alleati ha avuto un peso in positivo e in negativo, ma le precondizioni politiche e la partecipazione popolare furono giocate dai valdostani.
Ma parlavo di Obama e del suo nuovo mandato. Nel breve volgere di quattro anni, quando lascerà la politica attiva, avrà un ruolo cardine nel rilancio dell'economia mondiale e nella ricerca di soluzioni intelligenti per spegnere i focolai di guerra che minacciano periodicamente di farci ripiombare in una guerra mondiale.

Commenti

Bravo Barack, ma adesso è ora di volare!

Tanto per sgomberare il campo da ogni dubbio, dirò subito che non appartengo alla schiera di coloro che hanno fatto "la notte", inseguendo i risultati. Però, mi sono concesso volentieri una serata in tema stars & stripes, aperta da un film gocciolante retorica patriottica yankee e seguita da un’occhiata ai primi numeri che rimbalzavano dagli Stati Uniti (palma d'oro, tra i media italiani online, a "Repubblica" per la comodità dell'autoaggiornmento e per i diversi ed originali punti di vista). Perché? Per il semplice fatto che se nella politica – cosa di cui resto profondamente convinto - vi è una componente di passione (sia da infondere, sia da accendere), negli States ne sono molto più consapevoli che in Italia, ove tale elemento pare essere destinato ad una prossima puntata monografica di "Chi l'ha visto?". Non è un caso, in fondo, che l'affluenza statunitense sia risultata in aumento, mentre alle ultime consultazioni nostrane abbiamo visto percentuali di partecipazione che dovrebbero scatenare riflessioni profonde, anziché far levare trasversali urla: «Al Grillo! Al Grillo!».
Cercare dei motivi per lo sforzo titanico, e tutt'altro che usuale, compiuto dalle nostre testate rispetto all'elezione del Potus non è questione banale. Alcuni sostengono di vedervi financo del provincialismo, già che non sia rinvenibile manco uno straccio di reciprocità. In realtà, l'Italia è entrata nella campagna elettorale USA. Lo ha fatto per bocca di Mitt Romney, che ha accusato il suo sfidante Democratico di voler far scivolare gli Stati Uniti nella stessa situazione economica della nostra penisola. Non un paragone lusinghiero, certo, ma che dire del nostro rapporto con quello che, condividendo con lui il lettino sotto l'ombrellone Atlantico, sarebbe un "Paese amico"? Quattro anni fa a quest'ora, il Presidente del Consiglio italiano salutava l'elezione del Presidente confermato ieri notte dandogli dell'«abbronzato». Cosa dire poi dell'attuale Premier che, ad ore dall'apertura delle urne per il conteggio dei voti (erano le 10.59 di ieri mattina), si è affrettato a consegnare alle agenzie un pensiero di profonda sensibilità politica e di palpabile vicinanza all'Amministrazione uscente: «L'attenzione sui temi della finanza pubblica americana resterà grande chiunque vinca le elezioni». Insomma, se fai di tutto per risultare antipatico, prima o poi ci riesci e certe prese di posizione fanno rimpiangere la dialettica tra Ronald Reagan e Giulio Andreotti (e, ogni giorno, torna sempre più d'attualità la citazione di quest'ultimo: «almeno noi sapevamo stare a tavola»).
Quanto al merito del risultato, una considerazione su tutte è doverosa. Malgrado si tratti dell'uomo più potente del Mondo, il Presidente degli Stati Uniti è comunque parte di un "sistema", che trova un alveo naturale nell'arzigogolato sistema elettorale nordamericano, in una politica sempre più stritolata dall'abbraccio mortale dell'economia, nonché nelle molte e temibili lobbies fondamentali, prima, per il raggiungimento della nomination all'interno del partito e, poi, per l'ingresso alla Casa Bianca. Nel mandato appena concluso, malgrado abbia raccolto risultati superiori a quelli dei suoi predecessori (che, oltretutto, non dovendo confrontarsi con una crisi di proporzioni epiche, hanno potuto concedersi il lusso di inventarsi dei nemici più o meno plausibili da ammannire alla popolazione), Barack Obama non ha saputo emanciparsi dall'immagine di meravigliosa promessa. Di gran classe (vedasi il discorso di rielezione di stamattina), ma pur sempre una promessa. Sulla fiducia, fino ad oggi, ha incassato molto, compreso un "premio Nobel". Ora è chiamato a dimostrare che il bruco è diventato farfalla, che governare è la traduzione in atti concreti di progetti e volontà e che se «we can» («possiamo») (e se la rotta di questa seconda parte di viaggio è "forward") prima della fine di questo mandato sarà bene che dica agli americani «we've done it» («l'abbiamo fatto»).
Quanto a Romney, pur riconoscendogli la dignità dello sfidante che ammette pubblicamente la sconfitta (cosa che in Italia non capiterà mai, perché ci saranno sempre delle elezioni provinciali di ventisei anni prima, cui rapportare uno score non soddisfacente), basti ricordare come avesse dichiarato di non volersi curare di quel 47 per cento di americani che non pagano le tasse (non perché evasori, ma in quanto non appartenenti a fasce di benestanti). Bene, da stanotte sa che la percentuale di quanti non si vogliono curare di lui è più alta delle sue previsioni. Peccato solo che abbia sbagliato completamente occasione per gli esercizi di matematica.

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