La montagna e i suoi rischi

L'arrivo di una delle vittime a Chamonix, recuperata dai soccorritoriLa morte di nove alpinisti, a causa di una gigantesca valanga caduta sul Mont-Maudit sul versante francese del Monte Bianco, è stata la prima notizia dei telegiornali di ieri ed è sulla prima pagina dei quotidiani di oggi.
Non poteva essere altrimenti di fronte ad una vera e propria strage di questo genere e non me la sento di affrontare il tema, vecchio come il giornalismo e antico come l'uomo, di perché ci abbeveriamo più volentieri con le cattive notizie.
In queste ore, come in un automatismo, ci dovremo sorbire le solite lezioni sui pericoli della montagna, sui comportamenti da tenere, sui tristi precedenti e via di questo passo. E' un copione da rispettare specie quando questa materia finisce nella mani di inviati che non sanno un fico secco della montagna e delle sue dinamiche e agitano solo lo spettro della morte, che tanto piace nella cronaca nera in una sorta di esorcismo della serie "mors sua, vita mea", fatto anche dal voyeurismo consolatorio del dolore altrui.
Io mi sento di dire due cose. La prima è che l'alpinismo è pericoloso. Credo che in Valle d'Aosta ognuno possa fare mentalmente il calcolo delle persone conosciute che sono morte in un incidente. E' un rischio insito nella scelta di praticare questa attività e chi la fa lo accetta. La seconda è che i cambiamenti climatici accentuano ulteriormente i rischi dei terreni in cui si esercita l'alpinismo. L'aumento delle temperature obbliga a maggiori cautele e anche alla rinuncia.
Certo è terribile pensare a che cosa abbiano vissuto ieri, in quell'"ora X" della loro vita scritta nel libro misterioso del nostro destino, quegli alpinisti che hanno visto e sentito staccarsi quella massa di neve e ghiaccio che precipitava verso di loro.
Impotenza, paura, rassegnazione, disperazione, preghiera, imprecazione? Chissà quanti pensieri saranno passati nella loro mente, sapendo come in determinate circostanze è come se il nostro cervello fosse capace di mettere il rallentatore e certe tragiche circostanze diventano ben presenti in chi ne diventa vittima.
Le due componenti, quella soggettiva dell'alpinista che sceglie questa attività rischiosa con consapevolezza e quella oggettiva di uno scenario d'azione che è bellissimo ma ostile, creano un mélange che è ben noto ed è come un patto che chi ama la montagna stipula con la natura. Lei, la montagna non è né "assassina""mangiauomini", è - nelle condizioni estreme - un ambiente naturale mutevole e pieno di insidie e nell'uomo che la percorre non c'è, se non in rari casi, il gusto della sfida stolida, ma l'accettazione serena del rischio immanente.

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