Quel nuovo marchio

Il nuovo 'brand' di CourmayeurCapisco che una caratteristica perniciosa del mio carattere è quella di essere o forse di apparire "criticone", che non è apprezzabile per chi faccia politica, dove la sincerità non è premiata, come dimostrato dalla presenza di falsi "piacioni" che dicono solo quel che uno vuole sentirsi dire, pensando magari il contrario.
Mi riferisco in questo caso al nuovo "marchio" di Courmayeur, presentato in queste ore. Avevo letto che Roberto Locatelli, presidente di "Plus Communications", società autrice del lavoro,  aveva fatto questa dichiarazione all'Ansa regionale: «Il nostro compito è di riposizionare il brand di Courmayeur e costruire un immaginario su cui puntare. Innanzitutto è stato necessario stabilire i valori del marchio per poi rappresentarlo al meglio. Il logo - una corona stilizzata in blu e oro - è accompagnato dal titolo "Courmayeur, Bianco italiano" per ribadire l'attenzione all'aspetto di italianità del prodotto e dal pay off "The sunny side" per un approccio di trasferimento internazionale con attenzione allo sport e al divertimento».
Io non capisco niente di comunicazione e mi inchino allo slogan anglofono (tradotto sarebbe "il lato al sole") che in un mondo globalizzato ci sta, ma - come valdostano ed europeista - la mia prima reazione era stata quella di pensare che si vanificava il lavoro di anni, confortato dalla filosofia a suo tempo indicata da un importante frequentatore di Courmayeur, Giuseppe De Rita, che aveva ben espresso il concetto della Valle d'Aosta come "isola" in cui il turista si sente "fuori" dai confini. "A caldo" mi pareva che quelle nostre caratteristiche "particolari" venissero alla fine uniformate al concerto assai insidioso di "italianità".
Radici corte, in uno Stato unitario che ho solo 150 anni, mentre la storia del Monte Bianco è ben più profonda e ci riflettevo - lo spiego se mai fosse necessario - non una visione ideologica di contrapposizione fra Italia e Valle d'Aosta. Ma il "Bianco italiano" mi pareva diventare una rappresentazione contraddittoria di una logica, ben visibile nell'"Espace Mont-Blanc" di una montagna comune senza confini e che ormai bisogna promuovere assieme sui mercati più complessi. 
La visione del nuovo marchio mi ha, alla fine, spento la vis polemica, visto che la dizione "Mont Blanc", pur senza il trattino, resta. Per cui il "fil rouge" transfrontaliero è intatto e garantisce continuità.
E consente di ricordare anche nell'occasione che andrebbe ripreso con i francesi - senza sciovinismo ma per amor di verità - un discorso già qui evocato e ormai sancito persino da "Google Maps". Come di recente evocato anche da un'interrogazione al Parlamento europeo che ha chiesto lumi alla Connissione europea, in barba ai trattati internazionali, la République si è impossessata, con la sua cartografia ufficiale, della cime della montagna più alta d'Europa, che in realtà dovrebbe essere lo spartiacque e dunque equamente divisa a metà.
Osservazione per condividere non per rivendicare.

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