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28 lug 2011

La centralità del lavoro

di Luciano Caveri

Il problema del lavoro resta un argomento centrale in questo periodo di crisi. Sino a qualche anno fa, il tema era soprattutto quello della "qualità" del lavoro in una Valle che aveva saputo, anche con la crescita - oggi in piena inversione di tendenza con i "tagli" resi obbligatori - dell'impiego pubblico, controbilanciare le chiusure di molte fabbriche dagli anni Ottanta ad oggi. Oggi il tasso di disoccupazione cresce anche da noi e forse non è rappresentativo, preso da solo, dei problemi del nuovo che avanza. Non trovare un lavoro è un fatto drammatico e lo è per tutti: dai livelli più bassi sino a quella disoccupazione intellettuale, che colpisce paradossalmente chi ha studiato di più.

Ma ancora peggiore è il moltiplicarsi delle modalità di lavoro "precario". Intendiamoci bene: la flessibilità del lavoro rispetto alla rigidità del passato è di sicuro un bene. Ma diventa un male quando sulla testa di molti occupati pende la "spada di Damocle" del licenziamento brusco e improvviso e la difficoltà, nelle diverse tipologie contrattuali possibili, di avere - in un contratto a tempo indeterminato - quella serenità e quella stabilità economica che consentono di guardare al futuro con una sicurezza diversa. Questo è un segno negativo dei tempi. Quando nel 1980 divenni giornalista "Rai", venni assunto con un contratto definitivo. Oggi, nella mia stessa azienda, prima di giungere al tempo indeterminato, il cammino è lunghissimo e irto di difficoltà. Ciò crea ovvie inquietudini e innesca meccanismi che obbligano alcuni ad essere "bamboccioni", cioè persone di età crescente, legate alla famiglia d'origine non solo per la scelta di essere, come avviene talvolta, "eterni adolescenti", ma anche perché per molti non esistono alternative nel mantenere il cordone ombelicale con i propri genitori per evitare di cascare nella povertà. Siamo di fronte ad un'emergenza che viene in parte sottostimata, forse perché chi - come me - è "garantito" finisce per non avere spinte reali nel riflettere su chi, invece, vive nella precarietà. A Questo garantismo non sembra corrispondere un impegno altrettanto forte nel riflettere sul precariato. Un tema - intendiamoci bene - non semplice. Penso al precariato nel pubblico, dove i meccanismi concorsuali e i blocchi d'assunzione rischiano di creare una "tenaglia" che rende impossibile la stabilizzazione. Chi semplifica certe difficoltà sbaglia. Tuttavia è bene non rassegnarsi a certi cambiamenti e il lavoro deve restare, a beneficio della dignità delle persone, un argomento centrale anche e soprattutto in una piccola realtà come la nostra, dove le difficoltà non sono un elemento astratto ma sono ben presenti in ogni famiglia.