blog di luciano

L'idea del passaporto vaccinale

Nicolas BaverezRipeterò sino allo sfinimento di quanto bisogna essere sempre avanti un passo rispetto all'attualità nella definizione delle cose complicate della pandemia e dintorni. Capita spesso di trovare chi ne scriva con sagacia e profondità. Si può essere d'accordo o meno, ma di certo sono utili per un dibattito fatto per tempo e che non risulti tardivo.
Leggo Nicolas Baverez su "Le Point" e segnalo la lucidità di alcuni suoi passaggi: «Seule la vaccination peut mettre un terme à l'épidémie de "covid-19", en l'absence d'un traitement efficace. Mais sa mise en œuvre prendra du temps et l'Oms a souligné qu'il était vain d'espérer l'immunité collective en 2021. La permanence de l'épidémie aura naturellement d'importantes conséquences sanitaires, augmentant le nombre des victimes et imposant la poursuite de mesures restrictives de plus en plus difficilement supportées par les populations. Mais les dommages économiques et sociaux ne sont pas moindres, avec le risque d'effondrement des secteurs mis à l'arrêt, la multiplication des faillites, des chômeurs et des dettes. Surtout, les séquelles psychosociales vont croître de manière exponentielle, notamment pour les plus déshérités, les précaires et les jeunes dont les études et l'entrée dans la vie active sont compromises. Il est donc vital de rétablir rapidement la vie économique et sociale sur fond d'une épidémie qui sera longue. Et notamment de permettre le redémarrage des secteurs les plus touchés, dont le blocage entrave la reprise et menace la croissance potentielle, du fait de la multiplication des entreprises et des emplois zombis ainsi que d'un endettement public et privé hors de tout contrôle. Par ailleurs, comme le montre l'Asie, la relance sera inégale et se concentrera sur les pays qui seront parvenus à rouvrir les premiers tout en assurant la sécurité sanitaire».
Poi più avanti la proposta, che spero venga colta nella sua chiarezza, come dicevo opinabile ma semplice: «La priorité consiste naturellement à accélérer la vaccination à tous les stades: homologation, production, distribution, administration. Mais elle ne permettra pas la reprise de l'économie, et notamment des secteurs sinistrés, si elle n'est pas accompagnée de la mise en place rapide d'un passeport vaccinal. Il fait pourtant l'objet d'un feu roulant de critiques, surtout de la part des autorités françaises. Les contestations du passeport vaccinal se concentrent sur son inefficacité, son caractère inégalitaire et son atteinte aux libertés et à l'éthique. Aucune ne résiste à l'examen.
1. Le passeport vaccinal n'est pas un passeport immunitaire, puisque les connaissances actuelles ne permettent pas d'affirmer que les vaccins contre le "covid" empêchent sa transmission. Destiné à permettre la réouverture d'activités clés comme les voyages d'affaires ou le tourisme, le sport ou la culture, il n'enlève rien à l'obligation de respecter les normes sanitaires en vigueur, en particulier les gestes barrières et le port du masque. À l'inverse, il apporte à tous une sécurité essentielle en permettant de certifier les institutions, les laboratoires et les vaccins fiables.
2. Le principe d'égalité impose un traitement égal à condition égale. Il est parfaitement compatible avec le fait de subordonner l'accès de certains services à la vaccination, ce qui est déjà le cas en France pour l'inscription des enfants dans les crèches ou les écoles ou pour la fièvre jaune dans certains pays.
3. Du point de vue des libertés, la mise en place d'un passeport vaccinal est infiniment moins pénalisante que le confinement à répétition de l'ensemble de la population, la mort programmée de secteurs économiques entiers ou le basculement dans la pauvreté et l'anomie d'une partie des citoyens, notamment des jeunes.
4. Au plan éthique, le passeport vaccinal n'instaure pas de discrimination, de privilège ou d'obligation cachée de se vacciner: il établit les conditions sanitaires de la continuité de la vie nationale en conditionnant l'accès à certaines activités exposées mais non essentielles aux personnes vaccinées qui protègent les autres tout en se protégeant; il crée une incitation salutaire pour les citoyens à se faire vacciner et pour les pouvoirs publics à accélérer la vaccination»
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Mi pare interessante e valido con una modellistica scelta dall'Unione europea. Nessuno obbliga nessuno, ma chi non si vaccina sa in questo caso che andrà incontro a delle limitazioni derivanti dalla scelta: un rischio calcolato.

Primum vivere

Un cartello modificato in un negozio di AostaIn questi mesi surreali, che ci hanno visto cambiare tante cose compresi noi stessi, mi è capitato più volte di citare un famoso detto: «primum vivere, deinde philosophari». Si può tradurre con «prima [si pensi a] vivere, poi [a] fare della filosofia». Preciso come la riflessione venga in genere attribuita al filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), ma probabilmente è molto più antica.
Frase che viene usata come richiamo a una maggiore concretezza e ad una maggiore aderenza agli aspetti pratici della vita per non perdersi in disegni astratti.
Ciò vale certo, molto crudemente, rispetto al rischio di lasciarci le piume a causa del "covid-19" inaspettato ospite e quel «primum vivere» è fatto di mascherine, disinfettanti, cautele ed obblighi.

Mai dimenticare i doveri

La bilancia della GiustiziaPrendete in mano la Costituzione italiana e, dopo l'inizio dedicato ai principi fondamentali, troverete elencati i diritti e i doveri dei cittadini. Si potrebbe dire, in sintesi, che con la parola "diritto" si dovrebbe indicare la libertà di cui gode ogni cittadino, mentre con il termine "dovere" si va ad indicare una precisa azione imposta, un obbligo al quale non è possibile venire meno.
Scriveva Giuseppe Mazzini: «La libertà non esiste senza uguaglianza, ma non esistono né uguaglianza né libertà senza una profonda coscienza dei doveri cui tutti siamo chiamati».
Nel riprendere certi concetti ha scritto, anni fa, Edoardo Crisafulli: «La cittadinanza è una conquista quotidiana che richiede un dare e un avere; è una adesione consapevole a una comunità intessuta di affetti, e non solo di interessi; è una compartecipazione emotiva e simbolica, il cui collante primario è la solidarietà dei doveri». Impegnativo, vero?

La paralisi è antipolitica

'Punto vendita chiuso definitivamente'Sono tante le parole che mi capita di evocare in questa situazione e le declino con casualità, incuriosito dal loro significato. Oggi vorrei parlare della "paralisi", termine medico - come dato tragico - che designa la perdita della funzione motoria o di più muscoli. Viene dal latino "paralўsis -is", dal greco "parálysis, scioglimento, allentamento dei nervi", derivato di "paralýō, dissolvere, rilasciare", da "lýō, sciogliere" col prefisso "para-, presso, vicino".
Il primo rischio che può essere targato con "paralisi" è la conseguenza della pandemia, fatta di chiusure e divieti. Non ho mai discusso gli obblighi necessari e le cautele indispensabili, quando ne ho capito la ratio. Proteggersi e proteggere gli altri in una società civile è il minimo. Per cui, soldatino obbediente, ho trangugiato anche storture giuridiche ed eccessi, spesso illogici, che hanno guidato le nostre vite. Ma mai come ora, nel caos totale di notizie contradditorie e comunicazione ondivaga, sono preoccupato dal fatto che non ci si renda conto del "rischio paralisi".

La governabilità

Gianfranco PasquinoDomenica scorsa su di un sito informativo qui in Valle d'Aosta è uscito un articolo che prefigurava nuove alleanze politiche con molti dettagli credibili ed altri meno. In sostanza, come si dice ormai comunemente, si sarebbe trattato di un "ribaltone" e cioè di un'operazione di cambio di maggioranza e di governo.
Avvenimenti del genere, prodottisi in Valle d'Aosta nel corso della storia dal dopoguerra ad oggi, si sono ormai accentuati sin dagli anni Novanta e sono diventati parossistici nel corso dell'ultima e breve legislatura del Consiglio Valle con lo stupore crescente dell'opinione pubblica e talvolta persino degli addetti ai lavori. Per cui, alla fine, per quanto molti elementi dello scoop fossero scricchiolanti, tantissimi che hanno letto del piccolo golpe in atto ci hanno creduto ed in quel pomeriggio ho dovuto - per telefono o via messaggio - rispondere a chi mi chiedeva lumi, sostenendo da parte mia l'improbabilità dell'evento.

Conoscere per deliberare

Luigi EinaudiDi fronte a certo nuovismo, che sembra credere che la politica sia come un fungo che spunta in una notte e consenta a "dilettanti allo sbaraglio", spesso senza alcuna base, di pontificare sul presente ed anche sul futuro, appartengo alla categoria di quelli che sono convinti che il passato non è una storia polverosa, ma che la cultura di qualunque genere si basi sulle radici. Spesso si tratta, ad esempio, dell'acquisizione di un metodo, che funziona in tutte le epoche. Vorrei fare un esempio concreto.
«Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». Nella più famosa delle sue "Prediche inutili", Luigi Einaudi, grande economista piemontese e secondo presidente della Repubblica italiana, poneva una domanda che ancora oggi è fondamentale per ogni buon legislatore: «Come si può deliberare senza conoscere?».

Ripartiamo dall'Autonomia

Palazzo regionale, dove si applica l'Autonomia valdostanaConfesso di non aver avuto la forza di seguire il dibattito parlamentare al Senato per un senso di sfinimento e di sconforto, in una situazione in cui appare difficile scorgere chi siano i vincitori e i vinti, diffidando delle apparenze contingenti. Per cui mi rifugio in pensieri tutti nostri, perché sarà bene ripartire da qui in un avvenire pieno di incognite.
L'Autonomia dovrebbe essere percepita dai valdostani che ci credono come un fatto prepolitico: un genius loci, uno stato d'animo, un carattere fondatore. L'elemento storico, sociale, culturale e persino spirituale dovrebbe essere l'humus su cui si fonda poi la costruzione politica. Non è questione di solisti che spiccano, ma di una logica orchestrale in cui ognuno ha un suo ruolo.
Ci penso spesso di questi tempi in cui ho ripreso la mia attività nella politica attiva e nell'Amministrazione.

Il male di vivere nella pandemia

Male di vivere...Viene in mente un celebre verso di Eugenio Montale: «Spesso il male di vivere ho incontrato».
Di questi tempi ci rimugino sopra e che ci sia questa aria lo dicono gli esperti, che di queste cose ne sanno. Esiste un malessere che si sta diffondendo dopo tanti mesi, fatto di alti e bassi, illusioni e disillusioni, aperture e chiusure.
Ho fatto diversi tamponi e l'attesa dell'esito misurava in modo diverso il tempo. Il tampone molecolare era una attesa più lunga e preoccupata in cui ti figuri i due scenari, positivo e negativo. Quelli rapidi segnano minuti nervosi con il colore che cambia con il responso.
Ma anche la socialità si è trasfigurata. Dietro la mascherina talvolta non conoscevi i volti nascosti e se li conoscevi bene perdevi quegli aspetti sensoriali di una stretta di mano, di un volto sfiorato e neppure il sorriso poteva segnare la complicità.

Discontinuità

Visitatori alla 'Foire de Saint-Ours'Ogni anno è punteggiato da appuntamenti che sono, nella loro ripetitività, del tutto rassicuranti, come fossero dei traguardi fissi nel percorso della nostra vita.
Per me, ad esempio, si comincia normalmente in queste settimane con, all'inizio di gennaio, la presentazione dei due personaggi del Carnevale di Verrès, mio paese natale. Ogni anno ci sono una Catherine de Challant ed un Pierre d'Introd diversi, che entrano nei panni di queste figure quattrocentesche che abitarono il castello-fortezza che domina il paese. L'anno scorso per un pelo la manifestazione rischiò di essere bloccata, quest'anno lo è, come gli altri carnevali valdostani.
Cambio scenario: il 30 e il 31 gennaio sono invece le date canoniche e fisse della "Foire de Saint-Ours", la grande fiera dell'artigianato valdostano, autentico bagno di folla, di gran lunga il momento più partecipato che ci sia in Valle.

La dignità da non perdere

La massima di Émile Chanoux nell'aula del Consiglio Valle'Con la chiusura dei confini regionali è morta per la Valle d'Aosta qualunque forma reale di turismo invernale tradizionale o - come piace agli ambientalisti - "dolce" (come se il resto fosse... "amaro").
Sarebbe stato meglio che il Governo Conte (rabbrividisco al pensiero di un "Conte ter") dicesse sin dall'autunno la verità, in particolare sugli impianti a fune. Invece sì sono messi a giocare con i colori, cambiando i parametri, dimostrando dilettantismo, come si vede ora dalla fornitura centralizzata dei vaccini, che non è difficile prevedere che si trasformerà in un problema serio.
Nessuno nega la drammatica situazione epidemica e nessuno è così stupido da barattare facilmente la propria vita in cambio di una sciata, di una gita in un bosco, di un pranzo in uno chalet e potrei continuare l'elenco. Ma ogni attività non può essere bloccata senza fissare un orizzonte temporale e non è concepibile che molte scelte siano state assunte capricciosamente da un manipolo di scienziati chiuso nella loro turris eburnea senza conoscenza di quanto siano differenziate le realtà locali. Quanto assicurato dai rappresentanti della democrazia locale e non da ministri ducetti protervi ed impositivi.

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