Le dimissioni del Presidente Lavevaz

Si chiude l’esperienza del Governo Lavevaz, di cui ho fatto parte dall’inizio della Legislatura.
Non sono intervenuto nell’aula del Consiglio regionale della Valle d’Aosta nella discussione sulla presa d’atto delle dimissioni del Presidente Erik Lavevaz. Altri del mio Gruppo lo hanno fatto anche a mio nome.
Vedremo ora cosa capiterà nei giorni a venire per evitare il secondo naufragio in sequenza di una Legislatura. Inutile dire quanto riterrei disastrosa questa scelta e dunque bisogna adoperare i 60 giorni prima dell’eventuale scioglimento dell’Assemblea per formare una nuova maggioranza e un nuovo Governo.
Ho ringraziato in Giunta il Presidente, dicendo quanto sia stato onorato di lavorare con lui. Un’attestazione di stima sincera per la fiducia accordatami e per il lavoro congiunto su molti dossier. Si è lavorato con impegno e serietà ed è bene ribadirlo contro diverse informazioni.
Il momento è delicato e questa instabilità nuoce gravemente. Auguro davvero alla nostra Valle d’Aosta che ci sia il necessario senso di responsabilità.

La sceneggiata sull’autonomia differenziata

La triste impressione è che in troppi parlino dell’autonomia differenziata, prevista dall’articolo 116 della Costituzione a beneficio delle Regioni a Statuto ordinario, senza conoscere quanto scritto nella norma inapplicata.
In particolare questo vale per esponenti politici del Sud, che si scagliano con veemenza contro questa possibilità che il Nord ”cattivo” vorrebbe usare contro il Sud ”poverino”.
Un insopportabile piagnisteo che farebbe vergognare i padri nobili del meridionalismo e che dimostra l’adesione a un vecchio statalismo.
Chi conosce il cattivo uso dei fiumi di denaro europeo nel Mezzogiorno e guarda con stupore i finanziamenti del PNRR, che sono stati dirottati ampiamente al Sud senza esatti criteri di ripartizione, potrebbe stupirsi di certe lagne.
Più autonomia significa più responsabilità per la politica locale e regionale. Ma esiste un vecchio vizio centralista di chi preferisce vivere all’ombra di Roma e riprendere il vecchio e pericoloso vizio della lite Nord-Sud, che non porta da nessuna parte. Finisce per essere un comodo “divide et impera” per chi vuole accentrare sullo Stato poteri e competenze, tenendo al guinzaglio Regioni e Comuni, in barba alla Costituzione vigente che prevede l’autonomia differenziata per chi la domandi (lo ha fatto anche la Campania, che ora dice il contrario) e non applicare quanto previsto è un’intollerabile omissione.

Ciao, mamma

Mamma Brunilde se n’è andata e raggiunge papà Sandro in Cielo. A dire il vero il suo è stato un addio per tappe dall’alto dei suoi 92 anni. Nel senso che già da tempo viveva in un suo mondo con un filo flebilissimo con la realtà, che tanto fa riflettere sul fine vita e le sue tribolazioni.
Ci ha lasciato in una sera di Dicembre, quando ormai era davvero sfinita al capolinea di un’esistenza lunga e felice.
Il destino aveva fatto incrociare una giovane donna di Imperia con un giovane valdostano. Avvenne in quel dopoguerra pieno di speranze, dopo le cupezze della guerra. Brunilde era venuta a Pont-Saint-Martin per trovare la sorella più grande, Floriana, che aveva spostato Ulrico, veterinario già capo partigiano. Anche mio papà era veterinario e si conobbero e si sposarono. Anche la sorella più giovane, Agostina, trovò l’amore in Valle d’Aosta.
Mamma era una donna molto bella e mi ha ferito profondamente vedere quella sua decadenza sotto il peso dell’età. C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel fatto che gli ultimi ricordi dei nostri cari, quando vivono a lungo, sia quella triste della vecchiaia che deforma e spesso spegne anche lentamente e con crudeltà la loro mente.
Ora con mio fratello Alberto siamo più soli: le nostre radici non ci sono più ed è ineluttabilmente il ciclo della vita, che aspetta tutti noi.
Ciao, mamma, per fortuna tante fotografie del nostro passato ti rendono giustizia e sono un motore straordinario di ricordi della nostra famiglia. Di quando eravamo assieme tutto e quattro ad affrontare il mondo.

Il male dell’instabilità

La stabilità in politica è un bene, ma in Valle d’Aosta non si riesce più ad ottenere. Non è una questione di regole istituzionali, pur sempre migliorabili, ma di un seme della discordia ormai piantato dappertutto e che crea una continua e nociva fibrillazione.
Difficile lavorare in questa condizione, malgrado gli sforzi e i risultati che comunque si ottengono stringendo i denti. Eppure sappiamo bene che viviamo anni difficili in cui, invece che liti e polemiche, ci vorrebbe una pace ragionata, avendo in mente la “cosa pubblica” e i problemi da risolvere con pazienza, come personalmente cerco di fare e con me molto altri, pur nel clima incerto.
L’aspetto peggiore è che questa situazione fa male sia a chi fa politica, perché l’opinione pubblica fa di ogni erba un fascio, sia alle istituzioni che vengono svilite e davvero non ce n’è bisogno.
Personalmente, avendo vissuto molte stagioni della politica valdostana, ho spesso lanciato appelli a unità e buonsenso, senza venir meno alla ricchezza del confronto politico. Ma la frammentazione dentro le forze politiche e un dibattito politico che si attarda su questioni minori non aiuta di certo e la preoccupazione attanaglia anche chi è da sempre un ottimista.
Mi auguro che si comprenda la delicatezza del momento e la posta in gioco.

Alberi che consolano

Tempi grami, in cui viene voglia di isolarsi e staccare la spina per le molte preoccupazioni in politica e certe polemiche inutili che feriscono.
Colpisce sempre il tam tam della delazione, quando si costruisce su assunti sbagliati opportunamente prefabbricati. Ma certi venticelli della calunnia alla fine soffiano lo stesso, pur senza ragione.
Poi pensi che non valga la pena e senza ricorrere a chissà quale disciplina orientale di meditazione, basta e avanza l’osservazione dei colori d’autunno di questa nostra montagna valdostana.
Davvero una cura contro ogni amarezza o apprensione a costo zero nella miriade di angoli che mostrano quel “feuillage” che incanta e predispone a pensieri positivi.
Con Michel Tournier: “Les arbres sont de grands sages...bien ancrés dans le sol, ils sont à l'écoute de la terre, mais cela ne les empêche pas d'avoir la tête dans les nuages et d'écouter les histoires du vent...et toujours vouloir aller plus haut, vers la lumière”.

Ci vorrebbe un bravo cronista

Ci vorrebbe un bravo cronista per ricostruire le vicende giudiziarie di questi anni su due argomenti: la vicenda Casino-Corte dei Conti con implicazioni sul mondo politico e inchieste e sentenze sulla presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta sempre nell’impatto sui politici che vennero implicati.
Ebbene, questi terremoti veri e propri, che hanno squassato vite personali e percorsi politici, hanno dato un’immagine negativa della Valle d’Aosta ampiamente sfruttata da dentro e da fuori. Le notizie negative fecero scalpore, le sentenze favorevoli e i proscioglimenti molto meno.
La Giustizia ha fatto giustizia, ma dopo tempi troppo lunghi e con conseguenze non sempre riparabili.
Chi come me seguì all’inizio degli anni Ottanta l’”affaire Casino” ricorda bene come la montagna (di accuse) partorì topolini (condanne). Per cui è logico che le riforme della Giustizia affermino sempre meglio la presunzione d’innocenza.

Quando il silenzio è d’oro

Il Consigliere Diego Lucianaz, indipendente nel Gruppo Lega, ha esordito in Consiglio Valle, dov’è appena rientrato, con una parte del suo intervento da pervicace NoCovid e NoVax.
Sintetizzo così, senza riportare le frasi specifiche, che disegnano la pandemia come una mascarade (in italiano si può tradurre con pagliacciata, farsa).
Sue opinioni, naturalmente, che non condivido, perché considero che il Covid sia stata una cosa serissima, grave e luttuosa, con pesanti costi economici e sociali.
Chi sottostima quanto avvenuto con disprezzo per i vaccini non si sa dove sia stato in questi anni e ancora oggi bisogna stare sul chi vive per la malattia, ma anche per il proselitismo dei gruppuscoli dei negazionisti.
Dal punto di vista etico chi straparla sul tema è disprezzabile. Il suo comportamento va condannato, senza se e senza ma. Chichessia si assume sempre in libertà la responsabilità di quel che dice, ma liberi altrettanto gli altri di dire che queste esternazioni sono gravi e inconcepibili per chi siede in Consiglio Valle. Personalmente ritengo che certe sortite siano una bruttura per le Istituzioni democratiche e offensive di fronte al dramma del Covid.
In certi casi il silenzio è d’oro.

La sceneggiata del “totoministri”

Confesso che ormai trovo inutili e persino nocivi i retroscena che ronzano attorno alla formazione del Governo Meloni.
Il “totoministri”, condito di sussurri e grida della politica romana, hanno un aspetto quasi grottesco, pensando ai problemi reali che spaventano.
Se qualcosa bisogna fare in termini istituzionali è togliere questo periodo di interregno fra elezioni e formazione del Governo, che sembra un limbo inutile. Si eviterebbero queste paginate sui giornali che fanno salire o scendere Tizio o Caio con un esercizio francamente inutile.
Questo ridicolizza la politica e fa assomigliare logiche spartitorie che hanno una logica in un mercato delle vacche che non mobilità chi deve infine votare la fiducia, cioè il Parlamento. E l’impressione sgradevole è che non ci si renda conto che certi comportamenti ingrassano l’astensionismo, che è il vero dramma attuale della democrazia rappresentativa.

Togliere la voglia di votare

E se fosse che una parte di astensionisti sono stufi di una politica concentrata più sulle elezioni che su quello che viene dopo? Possibile che conti di più anche in campagna elettorale svilire le idee e le proposte del proprio avversario piuttosto che affermare le proprie ragioni?
Il dubbio su queste storture ha incominciato a frullarmi nella testa da un po’ di tempo per la constatazione che in troppi usano le elezioni come un tram su cui salire e scendere se non eletti e pure fra gli eletti c’è chi si accomoda nel suo ruolo e sparisce dagli impegni assunti.
Ha scritto lo scrittore francese Robert Sabatier: “C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare”. Certi comportamenti sviliscono le elezioni e le istituzioni in egual misura.
Il lavoro del politico, che una buona parte di elettori continuano a considerare sbagliando un “non lavoro”, dovrebbe consistere nell’affrontare e risolvere i problemi della comunità da cui è stato espresso. E per farlo bisogna crederci davvero e dimostrarlo con i fatti e non con le
parole.
Ma riconquistare al voto gli astensionisti incalliti o i nuovi praticanti del genere non sarà facile.

Il coraggio degli ucraini

Bisognerebbe pubblicare in ordine alfabetico tutti coloro che in un primo tempo annunciavano la sconfitta in quattro e quattr’otto dell’Ucraina e poi si sono assestati sul ”Ucraina, arrenditi!”.
Un giorno, quando la dittatura putiniana finirà, speriamo escano i documenti di chi, in questa schiera, ha preso soldi da Mosca.
Anzi, sarebbe interessante sapere se su questo filoni qualcuno stia indagando sul serio.
Certo necessita essere realisti su questa guerra su cui pende sempre il rischio nucleare e questo significa ribadire che la Russia resta un gigante rispetto all’Ucraina. E dunque resta la sproporzione, per quanto corretta dagli aiuti militari ingenti giunti a Kiev dall’Occidente, che suona come un riconoscimento alla combattività e al coraggio degli ucraini.
Sappiamo bene che il ricatto energetico di Mosca si abbatterà su di noi, ma è un prezzo da pagare a vantaggio della libertà e contro i filorussi nostrani.

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