Perché gli Stati Generali portano male

Gli Stati Generali del premier Giuseppe Conte sono la quintessenza dell'inutilità. Una specie di parata per celebrarsi nella "fase 3" di quella pandemia non ancora spenta. Tentativo di affermare il suo ruolo di neofita di Palazzo Chigi da parte di sé medesimo.
Tutto improvvisato nella logica di quella propaganda di radici "grilline" di cui Conte è espressione somma, anche se ora cerca uno spazio tutto suo, giocando a tutto campo con ambizione sfrenata e vanità magniloquente. Ma i riferimenti storici sono inquietanti e foriere di guai.
Ha scritto Mario Ajello su "Il Messaggero": «Un'idea creativa, recuperata da una storia tumultuosa. Ed ecco allora gli Stati Generali. Intento nobile quello di Giuseppe Conte, che chiama a raccolta le migliori energie per dare una scossa di futuro. Ma riuscirà? Tutti se lo augurano, e però il ricordo degli Stati Generali del 1789 a Versailles - ben più maestosa di Villa Pamphilj che pure è un gioiello secentesco - con la convocazione da parte di Luigi XVI dell'aristocrazia, del clero e del popolo diventò l'origine della rivoluzione».

«Nella quale perse sia il trono che la testa (finì ghigliottinato) il sovrano che aveva promosso quell'iniziativa - continua Ajello - senza accorgersi che la situazione economica e sociale era più grave di quanto avesse immaginato e magari sarebbe servito un choc più immediato e più pragmatico di un'assemblea come quella per spegnere il malcontento e i timori».
Aggiungerei quanto ha scritto Mario Lavia su "Linkiesta": «All'apertura degli sfarzosi Stati generali del 1789, Luigi XVI pronunciò un discorso abbastanza breve pur nella sua solennità che non passò alla Storia malgrado ce ne fossero tutte le condizioni. Il 5 maggio 1789, lo sapevano tutti, sarebbe stata comunque una grande giornata, l'inizio di qualcosa che però nessuno immaginava e che alla fine si rivelò molto diverso da tutte le previsioni. Eppure il sovrano pensava ancora che in un modo o nell'altro tutto potesse risolversi, comporsi».
Aggiunge più avanti lo stesso autore: «L'ordine del giorno era di carattere economico, cioè l'esame delle disastrate finanze della Francia di fine Settecento, anche se a nessuno sfuggiva che dietro le lamentele e le richieste della borghesia si stagliavano ben vive le rivendicazioni di carattere politico. Luigi XVI e la sua corte non afferrarono pienamente il nesso fra i due aspetti».
Infine: «Chateaubriand, si trovò a Versailles qualche settimana dopo, quando "la Corte ora cedeva ora voleva resistere, alternando testardaggine e debolezza, smargiasseria e paura": un mutare atteggiamento tipico dei governanti quando sentono di poter perdere il potere (e ogni riferimento all'attualità non è casuale)».
La battuta finale è illuminante. Questo apre alla compressione di questo scenario desolante in cui viviamo, che crea disagi e preoccupazione. Come se già non fosse bastato e non bastasse il maledetto "coronavirus"!
Ha scritto sul "Corriere della Sera" Ernesto Galli della Loggia, facendo un giusto legame fra la famosa "Commissione Colao" e gli Stati Generali: «Non vorrei apparire irriguardoso verso la meritoria fatica a cui gratuitamente tale Commissione si è sobbarcata ma mi domando: davvero nel governo Conte non c'era nessuno, a cominciare dal presidente del Consiglio, che avesse mai pensato all'opportunità di attuare qualcuna delle cento e passa proposte indicate oggi dalla Commissione Colao, tipo sburocratizzare l'amministrazione o portare l'alta velocità al Sud? Davvero siamo a questo punto? In realtà - come è sempre più chiaro - la Commissione è servita essenzialmente a uno o a tutti i seguenti scopi: a prendere tempo e a fingere di rispondere alla domanda politica divenuta incalzante di fare qualcosa; a mostrare di essere pronti ad ascoltare la "società civile", che fa sempre un buon effetto; infine a profittare del gran numero delle proposte per poi scegliere e adottare quelle più gradite facendole però passare per proposte "tecniche". Insomma la Commissione è stata un espediente.
Così come qualcosa del genere saranno sicuramente gli Stati generali. Anche questi convocati per decidere circa il grande piano di rinascita del Paese ma anche questi - è facile supporlo - convocati apposta per essere una scappatoia più o meno astuta. Solo un Paese come il nostro, tra l'altro, cresciuto con il mito dell'assemblea (dalle assemblee del '68 a quelle del popolo dei fax, fino a quelle delle Sardine), solo un Paese abituato ai "tavoli" di tutte le concertazioni possibili e immaginabili, può concepire l'idea che alcune centinaia di persone rappresentanti delle corporazioni e dei gruppi d'interesse del più vario genere chiamate a dire la loro praticamente su qualunque argomento, possa portare a stabilire un programma concreto di cose da fare.
Ma se per un verso Commissione, Stati generali et similia servono a nascondere il vuoto di idee da parte di chi governando il Paese qualche idea almeno dovrebbe pure averla, per l'altro verso sono la spia del male forse maggiore del nostro sistema politico. Cioè della sua patologica difficoltà di decidere. In Italia chi è alla testa di qualunque ministero, di qualunque ufficio, di qualunque istituzione pubblica, ha il terrore di decidere. Non già di decidere mance e favori, di dare un posto a questo, una carica a quell'altro, di "fare le nomine". Anzi in generale chi in Italia è al vertice pensa che proprio in ciò consista essenzialmente il proprio incarico. Lo stesso, però, ha il terrore di decidere quando si tratta invece di cose davvero importanti, quando si tratta di scelte strategiche che sono destinate, come è inevitabile, a scontentare gruppi o interessi importanti. Ovvero destinate a scontrarsi contro il sabotaggio più o meno occulto di qualche centro di potere burocratico-amministrativo. Allora il politico italiano, l'alto dirigente, è solitamente preso dalla paura di esporsi schierandosi apertamente da una parte, di compromettersi con un sì o un no, di farsi dei nemici, di chiudersi ogni via d'uscita alle spalle. Il suo sogno è la decisione che vada a tutti, che metta tutti d'accordo. E quindi per arrivarci rimandare, rimandare il più possibile, radunare tutti, sentire il parere di tutti, convocare Stati generali i più generali possibile, e fare i salti mortali, escogitare le formule verbali più tortuose e ambigue pur di mettere tutti d'accordo. D'accordo, come si capisce, su decisioni che alla fine, però, non possono che essere quasi sempre pessime perché prese per l'appunto allo scopo di soddisfare le opinioni e gli interessi di chiunque, suddividendo anche le risorse in mille rivoli. Cioè sperperandole.
Fare in modo di essere tutti d'accordo: questa è in Italia l'ideale di democrazia larghissimamente prevalente nel ceto politico, cui anche l'opposizione è sempre istintivamente pronta ad aderire (salvo poi magari ripensarci e sfilarsi, come da ultimo è successo con il centrodestra che solo alla fine ha deciso di non andare ai famosi Stati generali). Un ideale di democrazia che la figura costituzionalmente evanescente del capo del governo, una lunghissima esperienza di proporzionalismo elettorale e l'obbligo conseguente di governi di coalizione hanno contribuito a rafforzare sempre di più. Con i bei risultati che sappiamo»
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