Sui turisti e sugli italiani

Da ragazzo mio padre decise di mandarmi in albergo a Champoluc, assieme a mio fratello più grande di me, durante le vacanze natalizie e poi pasquali. Qualche anno dopo affittammo per anni un appartamento in paese e così salimmo sistematicamente nei finesettimana per parecchio tempo.
Fu lassù che passai momenti straordinari con una compagnia di amici provenienti da Milano, Torino, Genova ed altre città del Nord. Un'esperienza formativa importante, che mi fece crescere con questi "cittadini" confrontati a noi "indigeni".
Ogni tanto ripenso con nostalgia a momenti impagabili vissuti ed a quanto ci volessimo bene, crescendo assieme e forgiando i nostri caratteri, arricchendoci reciprocamente. Per questo, ma non solo, mai e poi mai potrei accettare questa campagna contro i turisti "untori" in parte sviluppatasi nei giorni scorsi in Valle d'Aosta e in altre zone alpine contro chi, salito a svagarsi sui monti, ha finito probabilmente per favorire qualche caso di "coronavirus".
Non si può passare in tre settimane dal «venite in Valle perché non c'è contagio» ad una specie di maleducazione per chi ci ha preso sul serio ed è salito, specie nelle seconde case, per svernare in attesa che nelle zone calde di pianura passasse l'epidemia.

Peccato, però, che l'epidemia ormai c'è da noi come da loro, quindi è giusto, come si fa con i buoni amici, dire loro la verità: dovete tornare a casa perché così è previsto dalle norme in vigore e tornerete con nostra gioia alla fine dell'emergenza. Non si possono rischiare contagi e la nostra sanità, pur attrezzata per certe punte di presenze, non reggerebbe oltre certe misure se le cose peggiorassero per i residenti, com'è prevedibile che possa avvenire.
In queste ore, tanto per essere realisti, non mi consta ci siano state misure concrete per chiedere a chi è salito da noi di ridiscendere nelle loro case e anzi mi segnalano nuovi arrivi. Ciò viola quanto stabilito dalla normativa d'emergenza e giustamente è ridicolo che nella Valdigne ci siano turisti che sciano in Francia, quando da noi gli impianti di risalita sono stati chiusi per evitare lo sviluppo dei contagi. Nel caso si tratta di parlare in fretta con le autorità dell'Alta Savoia e si avverte in Regione una mancanza di autorevolezza nel gestire la crisi in atto.
Spiace dirlo, ma è così.
Ma critica, autocritica, riflessioni e pensieri trovano elementi utili in quanto scritto da Beniamino Piccone nella sua rubrica "Vicolo Corto" sul "Sole - 24 ore". Da leggere tutto d'un fiato: «Improvvisamente gli italiani, nel mezzo dell'epidemia del "coronavirus", si sono accorti, ohibò, di quanto siano importanti la competenza e la credibilità delle élite, di chi ci governa. In un paio di giorni è svanita la logica fallimentare dell'«uno vale uno». La cultura del "vaffa" ha distrutto quel poco che rimaneva di serio nel Paese e ci ha portato nell'abisso. Costruire, evidentemente, è molto più difficile che distruggere.
Per gli imprenditori saranno tempi durissimi. Come si fa a sopravvivere se il fatturato cala dell'ottanta per cento, come nel settore alberghiero o dei servizi a Milano? Tempo fa, ospite a pranzo a Padova di Mario Carraro, gli chiesi come fece a stare in piedi nel 2009 con un calo improvviso di ordini e il fatturato in contrazione del 55 per cento. L'imprenditore, classe 1929, fondatore del "gruppo Carraro", leader mondiale nella produzione di trattori e sistemi di trasmissione per macchine agricole, 3.200 dipendenti, allargò le braccia e poi mi portò a vedere la sua ampia libreria, dove vi erano tutte le risposte. Come dire, chi a novant'anni legge in francese Proust nella "Pléiade", o J.M. Keynes, o le considerazioni attualissime sulla distruzione creatrice di Joseph Schumpeter, può superare qualsiasi avversità.
A fronte di una classe dirigente che sostiene in una bozza di decreto, fatto arrivare anche alla "Cnn", che gli spostamenti dei lavoratori, anche all'interno della regione, debbano rispondere a «comprovata necessità», non ci resta che piangere (Benigni, Troisi, 1984, cit.). Che dire poi del popolo italiano, anarchico e anarcoide, incapace di rispettare le regole? Attentissimo ai diritti, specialmente se acquisiti, e incapace di guardare al di là del proprio naso e valutare se il proprio comportamento danneggi il prossimo. La fuga da Milano sul treno "Intercity" per Salerno ha dell'incredibile. Furbi ma poco intelligenti, direbbe Carlo M. Cipolla.
Siamo in presenza di una enorme asimmetria tra diritti e doveri. Alessandro Barbano, già direttore del "Mattino" di Napoli, ha compiuto un'interessante analisi, coniando il termine «dirittismo», ossia «la percezione collettiva di essere titolari di un credito politico nei confronti della democrazia, a cui non corrisponde una parallela responsabilità sociale». In questo modo aumenta la volatilità del consenso, l'aspettativa di espansione dei diritti soggettivi supera i confini del realismo, scaricandosi su un'offerta politica che purtroppo è accondiscendente con il risultato di aumentare deficit e debito pubblico.
Per ribaltare il "dirittismo" e smascherare le contraddizioni del populismo, Barbano auspica un ritorno al lessico della verità, alla parresia greca. Senza un lessico del coraggio, l'impegno civile e i doveri rimarranno lontani dalla realtà. Senza contare il fatto che il cittadino, sbagliando, si sente migliore della classe politica. Come ha sottolineato il politologo olandese Cas Muddle, sempre più si diffonde l'ideologia che considera la società come composta da due blocchi monolitici, tra di loro contrapposti: da una parte il popolo, dall'altra l'élite corrotta (declinata al singolare). E' impressionante rilevare come i sondaggi confermino che il 54 per cento degli intervistati pensa di essere in credito con l'Italia a fronte del sette che si sente in debito e del 35 che si ritiene alla pari. Lo storico Giovanni Orsina mette in luce la forte asimmetria tra benessere raggiunto e scontentezza: «Chi vive oggi in Italia ha avuto pace, benessere e opportunità che non trovano precedenti nella nostra storia né corrispondenza in gran parte del globo». Eppure per la maggioranza degli italiani sembra essersi rotto quel patto di fondo che tiene insieme una comunità di persone. Se viene meno un sentire comune, un mutual endorsement diretto a soddisfare in primis l'interesse generale, una società si sfalda.
Il corollario di questa percezione è l'idea che il malaffare e la corruzione siano esclusivo appannaggio dei partiti e degli esponenti del mondo economico che si sono arricchiti grazie al rapporto con la politica. Un grande alibi - sostiene lo storico Giovanni Belardelli - che ha indotto a distogliere lo sguardo dalle numerose piccole illegalità che pervadono la nostra vita sociale: dall'abusivismo edilizio, all'assenteismo di massa nelle municipalizzate, alla scarsa verosimiglianza di molte dichiarazioni Irpef. In un Paese in cui la corruzione politica è più diffusa, viene facile pensare che le piccole illegalità non siano né comportamenti scorretti, né illegali. Ne consegue che «le persone da biasimare, i veri corrotti, siano sempre e soltanto solo, gli esecrati politici. Sarebbe il caso che cominciassimo a guardare non soltanto ai vertici della società, ma anche alla base, quella di cui facciamo parte tutti noi» .
Mentre il leader pentastellato Alessandro Di Battista torna bel bello dalla sua vacanza-studio in Iran, pronto a una nuova campagna mediatica, le imprese e i lavoratori italiani devono aspettarsi il peggio. Sarà lunga e dura la battaglia. Non abbiamo un Churchill, questo è, che ci dica la verità, con durezza e senso di responsabilità. Ma le "lacrime e il sangue" arriveranno presto.
Stasera, prima di andare a letto, prendiamo in mano Giuseppe Mazzini e il suo "Doveri dell'uomo". Sono certo che qualcuno prenderà una qualche ispirazione costruttiva. Forse questa crisi può invertire la logica dei diritti e doveri, dove i secondi devono essere prioritari sui primi»
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