Morire sotto la neve

Addolora davvero che, dopo nevicate come quelle avvenute in questi giorni, si debbano contare i soliti morti perché colpiti da una valanga fuoripista. Ed è il caso di quanto avvenuto in queste ore ai piedi del Monte Bianco.
Sia chiaro che questa volta non ci sono scuse: i bollettini diramati in Valle d'Aosta non erano interpretabili, mettendo sul chi vive chiunque avesse avuto l'accortezza necessaria per ascoltarli. Ed invece, purtroppo, siamo qui a contare i morti per l'evidente avventatezza di chi ha deciso di sfidare la sorte.
Così spetta ai soccorritori, che troppo spesso sono poi chiamati a rischiare la loro vita per i recuperi, tenere la triste contabilità inverno dopo inverno e la meraviglia di sciare in neve fresca diventa per alcuni una tomba perenne.

Quando ero un giovane cronista, che partiva con la troupe "Rai", sui luoghi di caduta di valanghe mortali avevo già visto troppi morti, ma il tempo trascorso e la campagne informative sembrano un buco nell'acqua a fronte di una moda crescente di andare in ogni stagione alla ricerca di neve fresca. Così resta la tragica constatazione che nulla è più bello e rilassante del silenzio felpato di una bella nevicata e nulla è più terribile del rombo di una valanga che precipita a Valle, portando con sé distruzione e purtroppo morte.
Qualche tempo fa l'"Accademia della Montagna" del Trentino aveva organizzato un incontro che resta di tragica attualità: "Matti per la neve. La percezione e la prevenzione del pericolo da valanga". Trovate le registrazioni degli interventi sul sito ed è molto interessante.
Così l'Accademia presentava l'iniziativa: "Bollettini delle neve, valutazioni di rischio valanghe, informazioni diramate dal Web, da radio e televisioni e dalla carta stampata. Uso della tecnologia, miglioramento della capacità di autosoccorso. Sembrerebbero soluzione adeguate, le migliori in assoluto per evitare gli incidenti nell'ambiente della montagna innevata. Eppure non basta. La gente continua a rimanere vittima della caduta di valanghe. Anzi, a causa dell'aumento di sci alpinisti e ciaspolatori (sulle Alpi i patiti delle racchette da neve contano 410mila praticanti, mentre lo scialpinismo vanta circa 200mila appassionati) il numero degli incidenti è costante in aumento, anche se il numero dei decessi, grazie anche alla preparazione e all'utilizzo di nuovi e più appropriati strumenti, è sceso rispetto al passato. Tuttavia - cosa che fa riflettere - tra le vittime compaiono anche guide alpine e professionisti della montagna".
Poi si aggiunge: "Un recente studio, voluto e finanziato dall'Accademia della Montagna, all'interno di un progetto pluriennale dedicato al rischio valanghe che ha coinvolto a vario titolo le università di Trento, Padova e Verona, oltre alla "Fondazione Bruno Kessler", ha evidenziato due importanti errori cognitivi rilevabili nel comportamento di quanti decidono di esporsi a situazioni pericolose: l'overconfidence, cioè la convinzione di sapere più di quanto effettivamente si sappia, e l'attitudine al "risk taking", ovvero la propensione a mettere in atto comportamenti rischiosi. Nel primo caso, a detta dei ricercatori, l'errore sarebbe imperniato sull'illusione di poter tenere sotto controllo eventi del tutto accidentali, ed inoltre denuncia un eccesso di sicurezza e la pretesa di aver assimilato una conoscenza approfondita dell'ambiente montano. Nel secondo caso, l'errore sarebbe dovuto alla sottovalutazione della probabilità che si possa incorrere in eventi negativi, ma anche alla propensione individuale a mettere in atto comportamenti a rischio".
La conclusione è semplice ed assieme disarmante: "Dunque, secondo i risultati dello studio intrapreso dall'Accademia della Montagna, il comportamento di parte dei frequentatori della montagna invernale a scopo ludico deve essere messo in relazione ciò che avviene nella mente delle persone in determinate situazioni, e avrebbe luogo indipendentemente dalle informazioni in possesso, che oggi risultano essere assai attendibili nel merito. La ricerca ha inoltre dimostrato che più del settanta per cento degli escursionisti della montagna invernale risulta "overconfident" e perciò inconsapevole dei rischi assunti".
Questo eccesso di confidenza, questa idea balzana «mai a me» spinge non solo novellini, ma gente seria e preparata a fare il passo più lungo della gamba e così si continua con la storia risibile della "Montagna assassina", mentre a mettere a repentaglio la propria vita è chi prende i pericoli alla leggera e si trova poi, negli ultimi secondi della vita, a fare i conti con quella terribile massa di neve che è la valanga.

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