Mariano Allocco e il bene comune

Cito qui, di tanto in tanto, il mio amico occitano, Mariano Allocco, intellettuale umanista e amministratore alpino con cui condivido molte idee e tanti pensieri. Lui vive nella Val Maira in Provincia di Cuneo, di cui segue l'attualità con sguardo profondo che solo la Storia consente a pieno.
Così è anche per le vicende valdostane, che hanno analoghe radici millenarie, di cui noi, con le nostre vite, dobbiamo essere degni. Ma, per affrontare la realtà odierna, bisogna operare confronti e abbeverarci di ragionamenti altrui per imparare e per avere punti di vista originali.
Come mi piacerebbe avere una agorà periodica con tanti amici di diverse zone delle Alpi per addivenire ad una pacifica Rivoluzione alpina. Ce ne sarebbero ragioni e forze, ma rischiamo di non arrivarci mai perché o sparpagliati o troppo chiusi nei nostri ragionamenti.
Ecco Mariano!

«Il governo dei Beni Comuni, strategia vincente per vivere le Alpi. Prima un po' di teoria, poi proposte operative. Il "bene comune" identifica l'insieme di quanto ha valore ed è indispensabile per una comunità, un "bene" a cui tutti debbono poter accedere. Il primo che indica nel "vivere bene" l'obiettivo dell'agire politico fu Aristotele, per il quale anche la proprietà privata "deve essere comune in qualche modo". Tommaso d'Aquino afferma poi che la politica si deve occupare sostanzialmente del "bonum commune civitatis". Nel duecento ai Priori di Firenze si chiedeva di decidere secondo una "provida deliberatio" condotta con scrupolo e senza fretta, di esprimersi in modo unanime a con una comune e concorde volontà, che tutto sia fatto per il "bene comune" e non per il bene di famiglie, individui o gruppi, perché chi è posto in carica deve lavorare pro "comuni bono", di portare a esecuzione quanto deliberato. Quattro norme che, peraltro, mi paiono molto attuali.
Due mestieri allora si pensava poi che non contribuissero per nulla al "bene comune", era l'attività dei banchieri e il commercio. Guarda caso due colonne della attuale economia. Nello stesso periodo qui da noi gli Statuti della Val Maira si pongono sulla frontiera più avanzata della giurisprudenza europea e normano una società che ha come preoccupazione prima il "bene comune". Si badi bene che questo non voleva dire che la libertà individuale fosse al centro dell'attenzione, le antiche comunità esprimevano un insieme di legami organici, culturali, etici, religiosi, storici, linguistici che si imponevano sulle libertà individuali e chi non li accettava era un ribaldo da emarginare.
Dopo la Rivoluzione Francese il Bene Comune divenne la bandiera dei fautori dell'"ancien régime" che affermavano che il monarca aveva proprio il "bene comune" come obiettivo.
Dalla metà del XIX secolo il "bene comune" è emarginato dallo scenario politico occidentale e diventa patrimonio del pensiero e della dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Per Antonio Rosmini "ogni società si costituisce per un bene comune".
Nella "rerum novarum" di Leone XIII l'espressione compare molte volte ed è sviluppata nella "Pacem in terris" di Giovanni XXIII dove il "bene comune" trova la sua attuazione nei diritti e nei doveri della persona. Per il Concilio Vaticano II esso è "l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente" e per la Dottrina Sociale cattolica "l'agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune".
La Chiesa Cattolica colloca al centro dell'agire politico il "bene comune", l'approccio "liberal" vi pone invece l'individuo considerato come atomo di una società non più intesa come "comunità", ma come insieme di singoli che si confrontano in modo contrattuale e sovente conflittuale.
Il "bene comune" in politica è il valore per eccellenza per le teorie che privilegiano ordine e gerarchia, mentre è marginale per le teorie che privilegiano le scelte individuali. Da un lato le teorie organicistiche dello stato etico, dall'altro l'individualismo dello stato minimo. Tra questi estremi si collocano le varie forme di "comunitarismo", termine nato negli USA alla fine del XX secolo per descrivere un movimento di stampo aristotelico in opposizione alla tradizione liberale anglosassone, infatti se l'approccio comunitario è mediterraneo, greco prima, romano e cattolico poi, la tradizione liberale invece è anglosassone, atlantica, "barbara" e legata alla riforma.
Con queste premesse il concetto di "bene comune" per me è di difficile lettura se guardato da "destra" o da "sinistra", mentre è all'ordine del giorno nel confronto tra "liberal" e "comunitari". Questo appare ora come un limite evidente del liberalismo sia a livello globale che a livello locale dove un diverso modo di intendere il "bene comune" è alla base del latente conflitto tra Alte Terre e Pianura e riguarda, ad esempio, il governo del territorio, delle risorse locali e l'impianto istituzionale. Alla Società ora si chiede di proteggere innanzitutto la libertà individuale intesa come valore massimo e si sta affermando sempre più l'approccio "liberal".
Innanzitutto va chiarito che il concetto di "liberal" non è affine a quello di "liberale" che nella cultura politica dell'occidente, soprattutto in Italia e in provincia di Cuneo in modo particolare, evoca una tradizione storica e di pensiero che riporta al nazionalismo e al patriottismo risorgimentale, allo Stato etico, laico ed economicamente interventista, alla destra storica antecedente al fascismo, al conservatorismo e all'anticomunismo. Recuperare assieme la coscienza di cosa sia, a cosa serva e come vada gestito il "bene comune" può essere la chiave di volta per affrontare la prima crisi strutturale della modernità. Veniamo ad esempi pratici, cominciamo con le energie da fonti rinnovabili.
All'inizio del secolo scorso il sindaco di Torino Secondo Frola con un atto di coraggio e lungimiranza tolse dal mercato libero la produzione di energia elettrica allora monopolio della società "Alta Italia". Frola decise che l'energia elettrica doveva essere considerata un "bene comune", un mezzo per promuovere lo sviluppo e non un fine e nel 1907 nacque la "Aem", Azienda elettrica municipalizzata. Frola era un Giolittiano e non un bolscevico, come non lo era Giolitti che nel 1902 fece la legge sulle municipalizzate, ma colsero l'importanza di gestire in modo comune beni di valenza strategica. Il prezzo dell'energia crollò a un terzo e questo portò all'industrializzazione di Torino.
Allora Cuneo non seppe seguire la stessa strada e l'energia prodotta dalle centrali servì per l'elettrificazione delle linee ferroviarie del Moncenisio e dei Govi e il resto andò in Liguria.
Nel 1911 si costituì la "Società per le forze idrauliche della Maira" con sede a Milano, ora la "Maira SpA" ha sede a San Damiano Macra e nel costituire la "Maira SpA" nel lontano '97 mi ero rifatto in sedicesimo al progetto Frola. La Provincia, allora presieduta da Giovanni Quaglia, aveva creduto in questa impostazione, l'aveva fatta propria ed aveva approvato le diciotto concessioni per impianti idroelettrici chieste dalla "Comunità Montana Valle Maira" definendola "cantiere di sviluppo".
Ora ripropongo di riflettere sulla opportunità di utilizzare l'energia da fonti rinnovabili come mezzo e non come fine. Questa energia a cui andrebbe aggiunta la disponibilità di acqua industriale, altra leva molto importante, possono essere il mezzo per incentivare il settore secondario nella fascia pedemontana, se qualcuno ha altre idee per attirare insediamenti produttivi le tiri fuori. Questa può essere una scelta strategica per la regione e la nostra Provincia potrebbe essere un cantiere di sviluppo in cui affinare organizzazione istituzionale, strumenti produttivi, accordi necessari ed azioni possibili. Nelle medie ed alte valli invece l'attenzione va focalizzata sul settore primario, il resto viene di conseguenza. La fascia pedemontana è ormai una città diffusa dove sono concentrati insediamenti produttivi, lì convergono maestranze dalla pianura e dalle valli, quello, oltre che nelle alte valli, deve essere il luogo in cui far arrivare l'energia prodotta da fonti rinnovabili nelle valli, questo è il modo per far diventare "bene comune" qualcosa che ora in buona parte è in mano al mercato.
Il quantitativo di energia ancora disponibile è tale da poter pensare a obiettivi ambiziosi e esempi virtuosi ed eccellenze al riguardo sono già presenti, penso al progetto iniziale della "Maira SpA" (che poi ha avuto correzioni di rotta ) ed al progetto "Gestalp" in Val Varaita.
Altro tema da mettere sul tavolo è la filiera legno. Qui bisognerebbe partire riconsegnando la sovranità sulle foreste ai comuni mettendo mano alla legge forestale regionale e guardando al bosco non solo come a una fonte di energia, ma come luogo di bellezza, di salute, produttore di ossigeno e luogo di stoccaggio della "co2", quest'ultimo è un tema sul quale muoverci e anche in fretta perché qualcuno dal centro ha già allungato la mano a nostra insaputa su questo tesoretto. Il bosco oltre che biomassa, è da sempre un bene comune per le popolazioni montane.
Abbiamo poi una rete di centrali idroelettriche centenarie su cui occorre fare una riflessione attenta, teniamo conto, un altro spunto di riflessione, che al fondo di molte valli dalle condotte forzate vengono resi mediamente una decina di metri cubi d'acqua in pressione al secondo e questa potrebbe essere una risorsa da valutare per un suo utilizzo industriale e irriguo in periodi determinati e per culture di eccellenza e per ben delimitate aree pedemontane.
L'acqua di quei canali è raccolta con criteri di inizio '900, ridiscutiamoli, qualche riflessione al riguardo è già stata fatta. Con la rivoluzione industriale del '700 ed il salto tecnologico del secondo '800 dalle valli è scesa l'energia necessaria alla pianura, prima carbone vegetale e legna, poi energia elettrica e ora che il prezzo del petrolio è alle stelle e gli incentivi sono allettanti, dal basso si guarda nuovamente al bosco.
A qualcuno è già venuto in mente che le foreste abbiano un "irrinunciabile valore collettivo" come è stato scritto al primo articolo di un disegno di legge presentato alcuni anni fa in regione, parole che esprimono in modo esemplare come si guarda alle risorse del monte. L'uso del termine "valore" richiama una visione esclusivamente utilitaristica del sistema bosco, mentre il concetto di collettività riporta ad una questione aperta a livello regionale, quella della mancanza di rappresentatività della popolazione delle Alte Terre nel sistema di potere. Non è pensabile parlare di valori collettivi quando la collettività regionale è spaccata in due ed una delle parti non partecipa alla definizione delle regole che governano tutti.
Se da Torino si guarda il Monte viene in mente solo la foresta e la natura, se il Monte invece lo si vive si scopre che è composto da tasselli che meritano tutti una eguale attenzione e la centralità deve essere posta su chi lo vive e non sull'ambiente.
Il problema di fondo nelle valli è quello di poter disporre e mettere a frutto nuovamente la parte agricola ora abbandonata, se alla pianura serve energia rigenerabile, acqua e legno, perché non trovare una intesa?
Per vivere il Monte occorre un progetto di filiera che veda il bosco come una delle risorse necessarie ed i soggetti attuatori devono tornare ad essere le comunità che le valli vivono. Due modi di intendere il "bene comune" devono fondersi, questa è la strada da intraprendere, forse l'unica. Solo dopo si potrà parlare del bosco come di un "irrinunciabile bene collettivo", prima no, sarebbe una forzatura. Il governo del territorio montano deve recuperare lo spirito della "Bonifica Integrale" di antica memoria giolittiana, idea enunciata per la prima volta nel 1904 da Meuccio Ruini e fatta propria dalla legge numero 215 del 1933.
Perché non pensare allora a un cantiere di sviluppo alpino che veda coinvolte quelle valli che il professor Werner Batzing definisce "di estremo spopolamento di tutto l'arco alpino" e che ora stanno esprimendo una progettualità innovativa su diversi fronti, istituzionali, associativi, imprenditoriali e sociali.
Pensiamoci, occorre avere il coraggio di incamminarsi su strade nuove magari per noi, ma che sono state percorse in modo vincente da altri. Penso alla gestione dell'acqua nella vicina Provenza o alla autosufficienza energetica in alcune valli alpine, ma penso soprattutto alle opportunità che potrebbero essere colte partendo con progetti di grande respiro per puntare a una sinergia virtuosa tra alte valli e fascia pedemontana. Tenendo conto (riporto ciò che da anni va dicendo il professor Annibale Salsa) che le cosiddette "buone pratiche" per le società alpine non vanno inventate di sana pianta. Si tratta di avere l'umiltà e la consapevolezza che occorre "rivisitare" le pratiche del passato alla luce dei tempi nuovi, non più moderni, cioè fordisti, ma piuttosto "post-moderni". Se questa idea ha gambe per camminare, occorre dargli potenza e una organizzazione efficace. La politica da sola non basta, bisogna superare la frattura evidente tra Città e Contado e collocare la "questione montana" nella agenda della politica con una condivisa visione strategica.
Penso all'"Uncem" aperta al contributo del territorio, cosa che ora non è, con le corrette sinergie con Comuni e Unioni. Penso alla città capoluogo, la Provincia e la Regione col coinvolgimento delle istituzioni locali, del mondo accademico, delle organizzazioni e delle associazioni di categoria, dei privati.
Un grande sforzo collettivo potrebbe fare la differenza, un ciclo storico si chiude, ma non siamo alla fine della storia, le Alte Terre non diventeranno un deserto verde e la nostra Provincia può essere il luogo in cui si ricostruisce un rapporto nuovo tra Alte Terre e Pianura tale da poter nuovamente riparlare di comunità compiuta. Non dimentichiamoci che dalla nostra Provincia sono partite praticamente tutte le politiche montane del dopoguerra»
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