Fra impegno e disimpegno

E' un periodo nel quale oscillo fra due tentazioni molto contrastanti. La prima è quella che certe vicende valdostane, italiane e europee mi confermano che chi non si occupi di politica, per l'interesse necessario verso la cosa pubblica, perde un'occasione importante. L'altra, esattamente opposta, è quella di accomodarmi sul divano dei delusi e guardare in televisione solo programmi d'intrattenimento, al limite della stupidità, per distrarmi.
Per ora - ma non ci giuro sopra - opto per la prima soluzione con spirito libero e con la logica - mia moglie mi chiede sempre dove riesca a trovarne la voglia - di guardare avanti con occhi ben aperti. ed anche in questo caso il bivio indica due strade divergenti.
Da una parte esiste la questione - preso atto dell’esito del voto molto proporzionalistico per l'idea balzana del legislatore di fissare la quota maggioritaria al tetto elevato del 42 per cento - di capire come gestire il periodo che intercorre da qui al 26 giugno, data fissata per la prima riunione del Consiglio Valle.

Questo ha significato una serie, per nulla esaurita, di incontri politici, di cui è ancora presto capire gli esiti. Il secondo aspetto concerne, dall'altra, il futuro di "MOUV'", in cui sono attualmente impegnato, con l'ambizione di esserci sulla scena politica con il nostro modo di essere e di pensare. Una sfida complessa in un quadro confuso in cui affermare una nostra personalità e sventare il rischio di essere considerati null'altro che un "comitato elettorale". E' il momento di far capire, con impegno, cosa significhi essere un movimento politico che vuole restare un movimento d'opinione.
Questa è una sfida assai difficile, così come appare sempre improbo chiedere ad un movimento di intrecciare l'attività propria con quella degli eletti, che hanno per ovvie ragioni una maggior conoscenza dei dossier e degli avvenimenti, per cui non è facile mantenere un equilibrio che non sia a sfavore delle organizzazioni politiche. Eppure sta qui - io credo - una delle sfide dei partiti e dei movimenti (meno rigidi questi ultimi!) per affrontare la sfida, senza pensare invece a forme organizzative troppe liquide sino a svanire in attività temporanee solo elettoralistiche per non dire di chi addirittura diventa eterodiretto da società esterne che si impadroniscono del terreno politico.
La "Democrazia digitale" sostituisce lentamente le vecchie forme della Politica e questo, almeno per ora, ha comportato un crescente degrado e una capacità di influenzare un'opinione pubblica sempre più smarrita e spoglia di capacità critica attraverso slogan e convinzioni che fanno entrare nel cervello dell'elettore di bassa formazione anche le idee più balzane con messaggi mirati che diventano virali e invasivi.
Per cui più si parla di "Democrazia diretta" e meno la si applica, scegliendo invece strade plebiscitarie ed ami a cui gli elettori abboccano anche con proposte palesemente irrealizzabili o persino nocive nel caso in cui si proseguisse nella loro applicazione. Manca, insomma, il senso di responsabilità e si vive sempre in una frenesia da sondaggio e si scelgono le bugie più macroscopiche per fare colpo e mantenere alto il tasso del consenso. Chi dice la verità, comprese le verità scomode, finisce per ghettizzarsi e diventare antipatico, perché premia cavalcare la moda, il mal di pancia, la sensazione spicciola anche di fronte a questioni complesse in cui discutere non sarebbe una perdita di tempo ma l'occasione per scegliere la migliore delle soluzioni possibili.
Eppure penso che, passato il vento del conformismo e delle illusioni facili, si tornerà a pensare ed a comportarsi in modo civile: lo dimostra la Storia come le sbornie, i pifferai magici, gli apprendisti stregoni durano poche stagioni, anche se poi ricostruire non è mai stato facile.

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