I teorici del "Gomplotto"

Quando si prende in giro qualcuno che costruisce castelli in aria su vicende banali o, viceversa, banalizza castelli ben solidi in italiano oggi si usa la parolina "Gomblotto" al posto di "Complotto". Si tratta di un fenomeno di storpiatura o meglio di malapropismo, cioè l'uso di un suono simile (la "G" al posto della "C") per creare un effetto comico.
Quindi, pur essendo il tema serissimo al limite dello svenimento, esiste - con l'affollarsi delle inchieste giudiziarie - un "Gomblotto valdostano" per colpire il Potere costituito?
Così qualcuno dice e adombra, segnalando la circostanza di come - a poche ore dalle elezioni - spuntino vicende molto pesanti su alcuni amministratori pubblici, come se si trattasse di missili "terra - aria" scagliati contro Qualcuno.
Ora si potrebbe a lungo disquisire sulla Giustizia in Valle d'Aosta e su certi "stop and go" di questi anni, specie sugli "stop", visto che molte vicende che ora arrivano a cottura risalgono a molto tempo fa e non si era più saputo nulla.

Niente pop corn in Politica

Ne ho abbastanza delle lacrime di coccodrillo di buona parte della Politica italiana. Si piange poi sul latte versato, perché la legge elettorale in vigore - ennesima prova di incapacità legislativa - ha sortito la solita ingovernabilità ed ormai esiste un'evidenza e cioè che comunque la si giri resta il vizio antico dell'eterno terremoto politico.
Gli appelli del Quirinale cadono nel vuoto e per altro appare evidente che un Governo di minoranza non sta in piedi, vista anche l'eccitazione da voto anticipato di cui molti hanno la fregola vendendo l'esito delle urne sul quale dovrebbero essere quantomeno cauti.
Scrive oggi Antonio Polito sul "Corriere della Sera": «Con un discorso drammatico, perché non ha nascosto nulla della gravità senza precedenti della crisi in corso, Mattarella ha annunciato un suo governo a partiti dimostratisi incapaci di farne uno loro. Un governo "neutrale", "di servizio", composto da persone non ricandidabili, con scadenza comunque a dicembre; perché un governo in ogni caso serve, anche se si vuole tornare alle urne, perfino se si vuole votare, per la prima volta nella storia della Repubblica, in piena estate».

Non perdiamo di vista l'Europa

Leggevo l'altro giorno, sul "Corriere della Sera", la "Lettera dal'Europa" di Alberto D'Argenio e riflettevo sul rischio di terribile provincialismo del dibattito in Italia sul futuro dell'Unione europea.
Per non dire di come cui valga anche per la campagna elettorale per le regionali valdostane, che rischiano di diventare una rincorso alla promessa più mirabolante, mentre lo scenario europeo pare aver scarsa attenzione, forse perché non attrae voti.
Osserva D'Argenio: «Se ancora esisterà, nel 2025 l'Unione europea conterà almeno 31 partner. Serbia e Montenegro stanno già negoziando l'adesione alla Ue, Albania e Macedonia potrebbero farlo presto visto che Bruxelles con Federica Mogherini ha da poco raccomandato ai governi di aprire le trattative entro giugno. In futuro potrebbe toccare a Kosovo e Bosnia. Anche se alcune capitali preferirebbero rallentare questo processo, in fondo nessuno in Europa è contrario all'integrazione dei Balcani occidentali».

Dal Molise al pasticciaccio brutto

Non fosse che la Valle d'Aosta è più piccola del Molise e a noi le piccole Regioni piacciono in barba alle "macroregioni", verrebbe da sorridere a vedere con quale attesa si siano svolte le elezioni molisane, diventate - nel pieno delle attese per il nuovo Governo - un test probante, certo più del voto il voto il 20 maggio in Valle d'Aosta per la vasta presenza di liste autonomiste o sedicenti tali.
Il "Movimento Cinque Stelle", dopo il 44,8 per cento delle politiche, avrebbe potuto sfondare e ottenere la sua prima regione con tanto di presidente eletto dal popolo. Invece il "Movimento" è fermo a quota 31 per cento. Vince, invece, il centrodestra. La coalizione è nettamente in testa al 49,2 per cento, con Forza Italia primo partito al 9,4 per cento e Lega seconda all'8,2 per cento: un segnale politico di una qualche importanza per la compattezza della coalizione anche a Roma.
Molto male il Partito Democratico con il 9 per cento (alle politiche era al 15,2 per cento), che conferma con altri "cespugli" della Sinistra come il baratro non è sia ancora finito.

La Catalogna e il silenzio degli intellettuali

Il silenzio sulla Catalogna è una vergogna per l'Europa e lo è per quella marea di intellettuali europei che sono pronti - ad ogni piè sospinto - a formare appelli per qualunque cosa, spesso anche per cause che, a bocce ferme, si dimostrate cause perse, se non sbagliate. Invece sui fatti gravissimi di Barcellona in troppi, spesso verbosi per fatti distanti, sono stati zitti o hanno persino ciecamente sposato le tesi inqualificabili di Madrid e della sua sterzata liberticida.
Per questo ho letto con interesse e condivisione quanto scritto sul quotidiano belga "Le Soir" dal filosofo Daniel Salvatore Shiffer.
Ecco un pezzo del suo editoriale, che ricorda all'inizio dell'arresto in Germania di Carles Pudgemont, già Presidente catalano, derivante dal mandato di cattura internazionale, già sgonfiato dai giudici tedeschi che negano l'esistenza del reato di ribellione, non essendoci stata violenza nella scelta indipendentista: «Certes ne nous appartient-il pas de nous immiscer dans les affaires internes d'un pays souverain - l'Espagne, en l'occurrence - ni de nous prononcer donc sur l'indépendance, ou non, de l'une de ses régions, la Catalogne précisément. Je serais même plutôt enclin à plaider, en ce qui me concerne, pour un pays unifié».

Europa, se ci sei batti un colpo

«Europa, se ci sei batti un colpo!». Così il mio amico occitano, Mariano Allocco, con cui commentiamo da mesi la questione catalana, attacca sin dal titolo una vicenda su cui ci scambiamo da mesi dei pensieri. Lui più pessimista, io più ottimista.
Temo avesse ragione lui sul ruolo rinunciatario dell'Europa, se non apertamente repressivo sulla linea di una Spagna che ha il volto più franchista che democratico.
Ciò vale anche per gli Stati che tacciono sull'accusa di "ribellione" verso indipendentisti non violenti per natura e per scelta politica. Così i tedeschi, esecutori del mandato di cattura internazionale, hanno incarcerato - come avvenuto a Barcellona per decine di esponenti e militanti - quell'ex Presidente Carles Puidgemont, che ha sempre agito alla luce del sole con procedure democratiche.
Una vergogna che indigna e preoccupa e che segna un solco profondo.

L'Europa nel mirino

La vedo dura per chi, in Italia, cerca di difendere l'Europa. Non questa Unione in particolare, che so bene essere piena di falle, ma il processo di integrazione europea, che qualcuno vorrebbe bloccare. Manca il passaggio per capire che cosa dovrebbe essere: in Italia il maggior pacchetto di voti li hanno presi gli anti europeisti, che vagano sul tema in un vuoto culturale, fatto di slogan e di gran cavalcate di paure e incazzature.
Si chiama, anche se gli interessati nicchiano, "populismo" è proprio l'indeterminatezza dei piani futuri spaventa non solo i partner europei e Bruxelles, ma dovrebbero essere preoccupati gli italiani in lizza per una retrocessione.
Una "serie B" europea che potrebbe farci molto male, ma chi orchestra queste mosse ha saputo amplificare difetti e pucciare il biscotto nei disagi ed ha cavalcato l'onda, dando l'idea che senza Europa si decollerà.
Chapeau a loro e stupidi noi europeisti, che abbiamo ceduto alla marea nera, incapaci di spiegare che questo porterà lacrime e soprattutto sangue. D'altra parte alcuni vincitori guardano - roba da incubo - al rinominato zar Vladimir Putin, pericoloso dittatore, nato come spia del "Kgb", un nome e una garanzia.

Almeno una Université d'été!

Sono ufficialmente un disco rotto. Come capitava con il vinile quando la puntina si impuntava ripetendo il pezzo di motivo all'infinito.
Eppure se torno su certi punti lo faccio ritenendo che il chiodo vada piantato in profondità.
Ennio Flaiano, caustico com'era, diceva: «I nomi collettivi servono a fare confusione. "Popolo, pubblico..." Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri».
Ben detto, direi perché i valdostani non sono un'entità astratta ma persone ciascuna con la propria personalità e non sono neppure individui cui fare l'esame del DNA per scoprire la loro esatta origine o di cui studiare una supposta purezza derivante da albero genealogico.
Anzi anche una piccola comunità come la nostra non deve temere le diversità e farne ricchezza.

La parete mobile della moralità

Dopo le elezioni Politiche, per fortuna sulla dirittura d'arrivo, ci saranno le elezioni Regionali e per la Valle d'Aosta questo significa niente altro che una lunga campagna elettorale in apnea, che diventa sfibrante per chi la fa e per chi - coi chiari di luna che ci sono - la subisce.
Perché sia chiaro che esiste una fatica diffusa in quella che un tempo si chiamava opinione pubblica. Io stesso confesso che guardando certe trasmissioni televisive mi sono venute crisi alla Hulk e lo stesso vale per certi comizi locali con dichiarazioni degne dei paradossi di "Alice nel Paese delle Meraviglie".
Avete presente? «Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato loro essere altro».
Chiaro?

Io con Baglioni ero bipartisan

"Rolling Stone Italia" è una rivista mensile in edicola da una decina d'anni, riprendendo il titolo del celebre giornale liberal americano.
Ovviamente la musica è l'aspetto principale e non caso, dopo "Sanremo", Max Deliso ha scritto di Claudio Baglioni, patron della rassegna musicale con ascolti stellari. Raccontando una storia che mi ha fatto sorridere, perché mi ha riportato a quando ero ragazzo.
Così l'inizio: «Claudio Baglioni per i maschi della mia generazione, era quello che scriveva le canzoni d'amore che le ragazzine ascoltavano in estasi quando si innamoravano e in lacrime quando venivano lasciate, e stava nettamente sul cazzo per il fatto che tutte, ma proprio tutte, erano incondizionatamente pazze di lui. Musicalmente, i maschi della mia generazione, ascoltavano altro, il cantautorato di De André, di Guccini, l'hard rock dei Black Sabbath, dei Deep Purple, degli Uriah Heep, i Led Zeppelin, ma la fighetteria snob, che detto così ora fa ridere, si sbrodolava e commentava la batteria di Phil Collins in "Supper's Ready" dei Genesis, o le fughe di Emerson in "Trilogy" e che gran pezzo fosse "The Endless Enigma", per non parlare degli Yes, dei Pink Floyd, perché il Prog faceva tendenza, oltre che piacere, e se per caso nominavi gente come Baglioni senza dire, come gli Squallor, "Bagliore", venivi preso a calci in culo e bandito dalla comunità».
Io, invece, ho sempre ascoltato Baglioni, in una logica bipartisan, visto che ascoltavo anche tutti quelli appena citati.

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