Io con Baglioni ero bipartisan

"Rolling Stone Italia" è una rivista mensile in edicola da una decina d'anni, riprendendo il titolo del celebre giornale liberal americano.
Ovviamente la musica è l'aspetto principale e non caso, dopo "Sanremo", Max Deliso ha scritto di Claudio Baglioni, patron della rassegna musicale con ascolti stellari. Raccontando una storia che mi ha fatto sorridere, perché mi ha riportato a quando ero ragazzo.
Così l'inizio: «Claudio Baglioni per i maschi della mia generazione, era quello che scriveva le canzoni d'amore che le ragazzine ascoltavano in estasi quando si innamoravano e in lacrime quando venivano lasciate, e stava nettamente sul cazzo per il fatto che tutte, ma proprio tutte, erano incondizionatamente pazze di lui. Musicalmente, i maschi della mia generazione, ascoltavano altro, il cantautorato di De André, di Guccini, l'hard rock dei Black Sabbath, dei Deep Purple, degli Uriah Heep, i Led Zeppelin, ma la fighetteria snob, che detto così ora fa ridere, si sbrodolava e commentava la batteria di Phil Collins in "Supper's Ready" dei Genesis, o le fughe di Emerson in "Trilogy" e che gran pezzo fosse "The Endless Enigma", per non parlare degli Yes, dei Pink Floyd, perché il Prog faceva tendenza, oltre che piacere, e se per caso nominavi gente come Baglioni senza dire, come gli Squallor, "Bagliore", venivi preso a calci in culo e bandito dalla comunità».
Io, invece, ho sempre ascoltato Baglioni, in una logica bipartisan, visto che ascoltavo anche tutti quelli appena citati.

Osserva con autoironia Deliso: «La verità è che lo si ascoltava di nascosto, dopo aver appeso il chiodo e indossato il pigiamino, nel buio di una cameretta piena di polvere e di Tex Willer, pensando alla figura di merda patita a scuola con la compagna di banco a cui stavi dietro dall'asilo e che non ti si filava per niente, e pregavi di trovare il coraggio di dirle qualcosa prima o poi, caro Gesù, Giuseppe Maria siate la salvezza dell'anima mia.
E spesso pensavi che questo Baglioni qui non era male, che aveva una bella voce, e che non ti sarebbe dispiaciuto invitare a un suo concerto il tuo amore segreto, che invece ci andava con un mezzo paninaro armato di "PX 125". La mattina poi duplicavi un misto Saxon - AC/DC su una "Ilford 46" e uscivi di casa senza pensare più a niente. Ma gli anni passano, e alla fine i sorrisi prendono il posto delle vergogne, e canticchi "Signora Lia" a tuo nipote mentre lo accompagni in piscina, compri un CD con tutti i successi, compreso "Questo Piccolo Grande Amore", per commuoverti alla sera brindando ai vecchi tempi, magari metti in piedi una macchinata per un live dove fai i cori e agiti l'accendino, e ti metti a piangere masticando "Passerotto" quando sei tu a venire piantato come un cretino»
.
Poi la rivelazione: «Per i maschi della mia generazione trovare Baglioni sul palco dell'Ariston è stato un sollievo, anche se lo prendi un po' in giro quando lo vedi arrivare ingessato dentro un abito che tu non indosseresti mai, forse un po' fuori luogo nella veste che un tempo fu di Baudo e Bongiorno, eppure piano piano ti conquista, è simpatico, gentile, affabile, mai sopra le righe, e un po' qualcuno si lamenta che canta sempre, che magari è vero, ma quello sa fare, e pure molto bene, e alla fine chissenefrega. Pensi che ha quasi settant'anni, e che certo, è tirato, assomiglia a Lurch, ma ha un bel portamento, affascina, è figo, e se lo perculano in qualità di nonnetto ti girano le balle, perché è Claudio Baglioni che cazzo, uno che strappava reggipetti con uno sguardo, e che sta lì in piedi, con la faccia da buono di uno che se gli chiedi un favore non ti dice mai di no. La verità è che i maschi della mia generazione adorano Baglioni, quello che scriveva dei sogni che sapevamo non si sarebbero mai avverati, perché è un grande musicista e una brava persona, anche se al Festival duetta con Il Volo provocando la glaciazione interplanetaria definitiva degli zebedei dell'umanità senziente, e speri che il prossimo anno sia ancora lì, con il suo sorriso bonario e la sua voglia di guardare avanti, mentre tu maledici te stesso per il letto vuoto, la solitudine devastante e quel cazzo di chiodo appeso nell'armadio che ormai non ti sta più».
Questo bel pezzo ha stranamente innescato una reazione imbestialìta della prima moglie di Baglioni, Paola Massari, che non deve avere capito molto, quando scrive: «Eh no, cari polverosi pennaioli, coevi ingloriosi dei gloriosi anni 70. Portabandiera dei detrattori, d'un colpo folgorati e redenti. Quelli per i quali la dignità del sentimento si riduceva a banale sentimentalismo. Quelli che, o si trombava nelle stanze fumose delle aule occupate, o si era mentecatti romantici. Quelli per cui interpretare la vita senza l'ausilio di uno slogan preso in prestito dalla eco della piazza, relegava la reputazione al marchio di una mosceria giuggiolona e disimpegnata.Non se la caveranno così quei campioni dell'impegno politico confuso con la materia inclassificabile dell'arte che vi fece ridurre Baglioni ad un cazzone inadeguato al suo tempo e alla sua stessa intelligenza. Non è con un'autoassoluzione improvvisata che si possono buttare in caciara anni di ostilità estesa a buona parte della stampa, che tradì e offese, osteggiandola, un'anima di raro spessore. Un prodigio che ancor oggi vi è ignoto e che nemmeno meritate di apprezzare, aggrappati per imbarazzo e convenienza ad una postuma, tardiva revisione».
Chiudo qui perché si ripete all'infinito, tanto da farsi mandare al diavolo su "Rolling Stone". Ma a chiosare è stato, sul "Corriere della Sera", Aldo Grasso: «Che tenera! La Prima Signora Baglioni (Paola Massari) ha lanciato una dura e lunga invettiva contro quei critici che, dopo il successo di Sanremo, hanno tentato di rivalutare l'ex marito (...) C'è da capirla, la Prima Signora Baglioni. Era la Musa, era pur sempre lei a indossare la "maglietta fina, tanto stretta al punto che...". A quel tempo, la critica si occupava di Guccini, De Gregori e Baglioni era dipinto come cantore crepuscolare dei piccoli sentimenti in un'Italia democristiana: stornelli gozzaniani che facevano palpitare le giovanissime. A leggere bene l'invettiva, però, si capisce che è una grande dichiarazione d'amore nei confronti dell'ex marito e di quel magico istante in cui i due stavano "accoccolati ad ascoltare il mare". Sì, ma cosa ne dirà la Seconda Signora Baglioni, che da più di vent'anni convive con il divo Claudio?».
Polemica chiusa...

Commenti

Ricevo da Paola Massari questa replica ad Aldo Grasso

Nove del mattino di una domenica di febbraio.
Hai appena preso un caffè e salutato un mesto mattino annoiato di pioggerella obliqua e muta, quella che rovina i piani senza il fracasso di un tuono, o la foga di un maestrale. Io, che per sopraggiunta saggezza trovo provvidenziale quasi tutto, penso bene che non c'è occasione migliore per andare a completare il ritocco pittorico di un antico mobiletto marchigiano restaurato malamente da una mano irrispettosa che ne ha cancellato il decoro di foglie e fiori.
Arriva un messaggio con il link di un articolo che vado a scoprire.
Apro, leggo, scorro. Lo scritto sembra fermarsi a poche righe. Insisto col dito fino a che capisco che al di sotto della consueta folla di annunci e la finestrella dei cookies (che non ho ancora capito se devo cliccare su "ok" o "clicca qui") non c'è nient'altro, e che quelle quattro righe messe in croce dovrebbero dunque avere un loro senso che fatico a trovare.
In sostanza si fa la critica ad una critica senza dibatterne.
Si incomincia con un aggettivo a me rivolto (tenera) mascherato di benevolenza, invero ironico. Mi si classifica come "prima moglie", e si chiama invettiva, senza giudicarla sacrosanta, quella da me espressa in ordine al profondo fraintendimento costato a Baglioni un'irrisione annosa ed ingiusta, generata peraltro dal pregiudizio di "critici" che lo liquidarono come frivolo e inconsistente, senza aver mai ascoltato altro che due canzoni. Sempre le stesse. Invero successi che non conoscono tramonto, seppure non indicativi della intera poetica di Claudio Baglioni.
C'è da capirla, (la "prima moglie"), leggo.
Mi dica, signor Grasso, come e chi esorterebbe a comprendermi e soccorrermi per un rimpianto che non mi appartiene?
Non ho nulla da rimpiangere di quella storia, la mia storia, se non qualcosa da celebrare.
La rapida conclusione dell'articoletto è che trattasi di una dichiarazione d'amore della "prima" moglie. E, in conclusione, si domanda cosa ne penserà la "seconda".
Interrogativo che immagino stia già dividendo l'opinione pubblica mondiale.
Ecco qua. Tutto (tristemente) qua. Inclusa una implicita blanda assoluzione per quegli scampoli di ipocrisia e per quell'odioso fraintendimento che ho già sufficientemente stigmatizzato. E mi scusino tutti se il pregiudizio io lo respinga con veemenza. A dire il vero, sapevo che il signor Grasso fosse un critico televisivo. Non un commentatore di gossip. O sbaglio?
Ebbene, in qualunque modo si fosse voluta trattare questa faccenda, l'ultimo sarebbe stato quello prescelto.
Però avrei alcune cose da dire, al signor Grasso.
Innanzitutto vorrei venirle incontro e tenderle una mano per sollevarsi dall'inciampo.
Se proprio, ma proprio volesse attenersi a me, e non sa collocarmi se non come "prima" in un ordine anagrafico relativo allo stato civile, o come musa, sono costretta ad invitarla a scorrere i crediti di quei dischi, (anche definiti contenitori di gozzaniano e democristiano imprinting), dove troverà il mio nome.
Ma questo, sa, poco importa.
Poi c'è la questione della musa.
Sono costretta a deluderla.
La musa non esiste, se non in una dimensione fuggevole e incidentale.
La musa è il paradigma dell'effimero.
E' magica provvisorietà.
Se lo sono stata non me ne sono mai curata né compiaciuta. Non è un merito.
E' coincidenza. La vera musa è la vita, è la creatività. Il talento che le coniuga.
E' proteggere quell'ispirazione, soffiarvi sopra un alito del suo stesso vento.
Forte tanto da tenere accesa quella fiammella. Piano, tanto da non spegnerla. Mai!
Mi dispiace deluderla ancora.
No, non stavamo accoccolati a guardare il mare. Non ci siamo mai nemmeno andati in vacanza, noi due, al mare.
Stavamo invece stravaccati sul tappeto peloso di una stanza fumosa a mettere ordine fra idee e accordi.
Se proprio non conosce la mia storia è perché non conosce bene quell'artista.
Chi lo conosce, conosce anche me.
E infine se amore il mio le è sembrato, lei non ha sbagliato.
Quell'amore del quale lei vagamente adombra la purezza con un'accezione maliziosa, è sacro.
Dell'amore che comanda il mio esistere, si pregia tutto ciò che il mio esistere sfiora.
Non ne rendo conto che a esso stesso. Ed avendo abbondantemente superato per età e per evoluzione le meste classificazioni del cuore, mi concedo senza censura alcuna di riservarlo ad una persona con la quale ho condiviso tanta della mia vita ed un figlio. Senza obiezioni di chicchessia.
L'amore è un'arma che affilo costantemente. Con essa trafiggo e "randello" alla cieca. Talvolta cogliendo il bersaglio.
Bene.
E' ora ch'io mi congedi.
Non prima di rivolgerle un piccolo richiamo, a proposito di numeri ordinali. Le voglio rivelare una cosa. Lo sa cosa precede, nell'ordine, "primo"?
"Zeresimo".
Bene. Io gravito lì, ché non sono "Prima" né "Seconda", né classificabile.
Lo "zeresimo" è un posto libero e neutrale. Immaginifico e virginale. Catartico. Incontriamoci lì. Vedrà che ci si troverà bene anche lei.
Forse.

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