Macerata è un punto a capo

Il fascista che a Macerata ha sparato dalla macchina contro i migranti - e non c'è scappato il morto solo per combinazione - è un criminale, che va processato e condannato.
Non esiste alcun terreno neutro rispetto al pubblico disprezzo necessario verso chi sceglie forme di violenza di questo genere e neppure una briciola di giustificazione o peggio di ambiguità, come si è visto con dichiarazioni di vaga comprensione con il misurino di chi vuole ottenere voti anche da chi fa schifo con la logica di tapparsi il naso.
Chi semina il vento dell'odio come soluzione a problemi politici fa solo peggiorare la situazione e diventa un irresponsabile se intende approfittare di situazioni difficili e serie per farsi pubblicità nel nome dell'ordine con vecchi slogan che fanno venire la pelle d'oca. Certi mostri e fantasmi del passato non sono spariti per sempre, ma possono tornare sulla scena in questi tempi difficili in cui rischia di emergere chi grida più forte e sa cavalcare certo qualunquismo forcaiolo.

Sgombrato il campo da qualunque equivoco, è evidente che sulla recrudescenza di certa destra nostalgica e pericolosa c'è chi flirta e non bisogna andare troppo lontano per constatare che siamo di fronte ad un tentativo di rilettura storica del fascismo, condita di revisionismo ridicolo e di negazionismi vari nel solco di filoni come quello che nega l'Olocausto.
E' ora che si tolga l'acqua a certi pescecani, perché la libertà d'espressione si ferma quando siamo di fronte ad apologia del fascismo e del nazismo e bisogna fermamente bloccare ogni forma di esaltazione di sistemi dittatoriali che hanno negato o negano ancora oggi i diritti elementari alla base della civile convivenza.
Ha scritto ieri Antonio Polito sul "Corriere della Sera": «Dobbiamo esserne spaventati. E' un salto all'indietro della nostra civiltà che forse si poteva temere, ma che fino a poco tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ora è accaduto, e dunque può accadere ancora. Dobbiamo aprire gli occhi su che cosa sta diventando l'Italia. E non a senso unico. Abbiamo innanzitutto la colpa di aver accettato senza preoccuparcene troppo lo sdoganamento del discorso di odio come forma abituale di polemica culturale e politica. Le "parole ostili", la terminologia di guerra, gli stupri e le decapitazioni virtuali, la contrapposizione amico-nemico dominano ormai pezzi interi del dibattito pubblico, senza reazioni, nell'acquiescenza generale. Ne è testimonianza l'uso che ormai si fa correntemente della parola "stranieri": con essa un tempo si intendevano i turisti, oggi invece ingloba le categorie di "nero", "islamico", "immigrato", "clandestino", senza distinzione tra di loro ma esclusivamente in quanto opposte a "italiano". Il criterio razziale si è insomma insediato tra noi, e ovviamente può sconvolgere la mente dei più deboli, dei più fanatici, eccitando una violenza da "Taxi Driver" tra i tanti "angry white men", giovani bianchi incazzati, che vivono anche nelle nostre città e nella nostra provincia».
Questo naturalmente non significa affatto giustificare l'altra violenza, cioè quella di chi fra immigrati e migranti delinque, creando quel clima che diventa favorevole ad una xenofobia e peggio ad un razzismo facile da alimentare. Ancora Polito: «Bisogna però aprire gli occhi anche su altro. E cioè sul fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con cui i flussi migratori hanno "invaso" pezzi delle nostre città e delle nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche tra la gente perbene, magari un po' tradizionalista ma nient'affatto razzista; non abbastanza ricca da godere dei vantaggi della società multietnica che le "anime belle" spacciano come destino ineluttabile della nazione, ma abbastanza operosa per pretendere con buon diritto più ordine, più rigore, più rispetto, più decoro, più sicurezza su un treno regionale o nel giardino pubblico di fronte a casa».
Questo non vuol dire repressione o essere politicamente scorretti, ma significa giustizia equa per tutti e un mondo fatto - per tutti e per ciascuno - di diritti e di doveri.

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