Chissà che fine faranno i giornali

C'è qualche cosa di divertente al limite del grottesco nel fatto che in televisione ed in radio ci siano sempre nelle trasmissioni di approfondimento i direttori dei giornali italiani. In una specie di perenne diminutio del giornalista radiotelevisivo che sembra essere considerato un impedito buono a reggere il microfono ed a fare la valletta, sono loro ad assurgere al nobile ruolo di "esperti", che parlano di argomenti vari, prendendosi molto sul serio.
Peccato che - dati alla mano - i quotidiani stiano andando a picco e dunque è legittimo dubitare di tanta tuttologa autorevolezza.
Spesso viene da chiedersi quando mai questi direttori, fra una comparsata e l'altra, si occupino del loro lavoro e come si pongano rispetto alla crisi dell'editoria e al suono di campane a morto che attraversa in modo lugubre il mercato.

Scriveva Luigi Esposito su "Affari Italiani": «Nel Belpaese tra il 2011 e il 2015 le copie vendute ogni anno dei quotidiani cartacei sono calate del 36 per cento da 4,8 a 3,1 milioni di unità. Una crisi nelle vendite che proiettata nel tempo si gonfia anziché ridurre per carenza di validi progetti editoriali di rilancio. Al menzionato dato dell'Agcom occorre associare quello rilasciato da "Nielsen" che di anno in anno conferma lo scarso appeal degli investimenti pubblicitari per la carta stampata in generale e per i quotidiani in particolare. Ciò che preoccupa è l'elevata resa delle testate che zavorra i conti economici e mostra evidenti errori nel business model, senza apprezzabili leve per i residui commerciali delle sopravvissute concessionarie pubblicitarie».
Ma la situazione è in movimento e a dimostrarlo non è solo la fine de "L'Unità", ma molti sommovimenti, come ha osservato Lelio Simi su "Pagina 99": «Il 2016 non è stato affatto un anno banale per l'editoria italiana: la scalata di un editore come Urbano Cairo a "Rcs" a luglio, la firma dell'accordo tra "Espresso" ed "Itedi" (editore dei quotidiani "La Stampa" e "Il Secolo XIX") ad agosto ed infine il pasticciaccio brutto del "Gruppo 24 Ore" con i libri contabili finiti in procura negli ultimi mesi dell'anno. Ma proprio per questo il 2017 sembra essere l'anno nel quale questi gruppi (che da soli detengono oltre il cinquanta per cento del mercato dei quotidiani) dovranno dimostrare di essere capaci di dare realmente una svolta alle loro strategie editoriali. Prendiamo per esempio "Rcs". L'arrivo di un editore puro ai vertici del "Corriere della Sera" è di per sé un evento storico, e in più una figura come Urbano Cairo, imprenditore con quel tanto di fascino da self-made man tutto concretezza (non a caso ha voluto mantenere sia la carica di presidente che di amministratore delegato), sembra poter rompere la linea un po' ingessata data dalle ultime gestioni i cui piani industriali si sono rivelati in alcuni casi più dei libri dei sogni che non reali piani di sviluppo».
Interessante questa novità di Cairo ed, anche per l'informazione valdostana, il destino de "La Stampa" non è per nulla banale, così come lo sarà il declinante interesse per la carta stampata per i settimanali rimasti in vita (quelli politici sono tutti morti).
Per ora - i dati farlocchi del "Sole 24 Ore" sulla diffusione delle proposte digitali sono un'evidenza - i direttori dei giornali italiani stentano a far convivere la carta con il Web e mancano scelte drastiche. Morale: si vendono meno giornali e le edizioni on line rischiano di non stare in piedi per problemi di redditività.
In mezzo al guado ci stanno i giornalisti, ormai malridotti per un mestiere che rischia di diventare da fame e poco tutelato e lo dimostra un contratto di lavoro che resta nel limbo ed un Istituto previdenziale alla canna del gas.

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