La forza della gerontocrazia

Se guardiamo alle nomine di questo ultimo periodo in ruoli di responsabilità apicali in Valle d’Aosta colpisce il fatto che non ci siano giovani e neppure quarantenni o cinquantenni.
Una "conditio sine qua non"sembra essere quella di avere superato i sessanta e i settanta e potrei segnalare anche qualche ottantenne.
Intendiamoci bene: generalizzare sarebbe stupido e pure controproducente rispetto al mio di invecchiamento.
Quando l’esperienza è indispensabile, ricorrere ad una persona pure avanti come età (e la condizione di anziano, per fortuna, sta mutando con l'allungamento della probabilità di vita) è giusto e legittimo. Per certi posti, essendo esiguo il nostro capitale umano, non ci sono grandi scelte e scartare una persona per il solo requisito dell'età potrebbe risultare uno spreco.

Tuttavia la scelta solo di "seniores" non può essere la regola, in particolare quando ricorrere a persone già in pensione significa non responsabilizzare le generazioni in attesa (che pure contribuiscono al pagamento delle pensioni, mentre per il loro pensionamento tutto resta incerto), che vengono private del diritto di essere provate, portando quegli elementi innovativi intrinsecamente legati all'età più giovane.
La gerontocrazia in Italia non è una novità e in questo la Valle d'Aosta segue un esempio negativo. Scorriamo l'elenco dei parlamentari, dei giudici, dei professionisti di grido, dei professori universitari, delle persone dello spettacolo e scopriremo che non siamo un Paese per giovani e, relativizzando, dei più giovani rispetto agli anziani.
Poi ci si lamenta dei "bamboccioni" e cioè di quelle persone ormai attempate che vivono in una sorta di prolungamento "sine die" della loro adolescenza e spesso questo avviene per un'oggettiva mancanza di spazi e di responsabilizzazione. Per non dire che ancora del mancato impiego "definitivo" di persone più giovani, che obbliga questi ultimi a subire anni di precariato vero e proprio con quell'incertezza che crea angoscia personale e inquietudine generazionale.
Non è così nei Paesi scandinavi, non è così nei Paesi anglosassoni, nella vicina Svizzera ad una certa età si lasciano i posti e pure in Francia il dibattito sugli "éléphants" (specie in campo politico) è aperto.
Da noi, invece, non solo non se ne discute, ma le porte del ricambio sono chiuse a doppia mandata.

Commenti

Scusa ma...

specie per la politica, a forza di vecchi si è visto dove siamo finiti.
E' che se i giovani sono la fotocopia squallida ed abbruttita dei vecchi, allora teniamoci i vecchi pachidermi, almeno prima o poi saranno obbligati ad andarsene, se non altro per una questione biologica.

Potrebbe...

essere un tattica...

Non sono pratico di politica...

ma di certo la presenza di nonni e bisnonni ai vertici della politica nazionale appare piuttosto massiccia e consolidata.
Il pensiero va a Barack Obama, anche se nei suoi interventi noto una sempre maggiore tendenza ad assumere atteggiamenti da spot pubblicitario, tipicamente americani. Sono nel mondo del lavoro ormai da quindici anni, e anche in questo ambito avverto una certa ritrosia, nella classe dirigenziale, ad affidare incarichi importanti ai giovani.
Gli imprenditori che hanno fondato le aziende negli anni d'oro, adesso hanno una sessantina d'anni, e con essi i collaboratori fidati dell'epoca, imbullonati alle loro sedie e gelosi del proprio potere. Gli unici giovani che ho visto andare rapidamente ai vertici sono i figli degli imprenditori, i quali assumono nelle loro aziende di famiglia neolaureati sottopagati, tre al prezzo di uno: «Eh, c'è la crisi!»

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