Pettegolezzo

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
Era il 1950, quando Cesare Pavese scrisse di suo pugno questa frase sulla prima pagina di una copia del suo libro "Dialoghi con Leucò", appoggiato sul comodino a fianco al letto nella stanza d'albergo. Il celebre scrittore piemontese si suicidò lì a quarantadue anni, usando per il suo addio questa annotazione sui pettegolezzi presa a prestito da una frase lasciata, anche in quel caso prima di uccidersi una ventina di anni prima, dal poeta russo Vladimir Vladimirovič Majakovskij.
Questo sembra far intravvedere il volto truce delle maldicenze, mentre in fondo pettegolezzo (da "pèto" in veneto e ciò qualifica l'espressione) o l'anglicismo "gossip" ("diceria insignificante o senza fondamento") sembrano nella vita odierne definizioni allegre in un Paese, l'Italia, dove il Presidente del Consiglio si indirizza all'opinione pubblica con interviste su "Chi".

Da un lato, per altro, si invoca la privacy e poi si adopera un giornale che fa dell'invasione della sfera privata la propria stessa ragion d'essere.
Da un parte si scagliano fulmini verso i dossier spazzatura e poi - "caso Boffo" o "caso Agnelli" insegnano - si usano sui giornali "amici" gli stessi metodi.
Di conseguenza - della serie "chi la fa, l'aspetti" - i giornali di diverse proprietà incrociano pettegolezzi sugli uni e sugli altri, chiedendosi alla fine tutti, in una catarsi, dove finisca il pubblico e cominci il privato, per lo più al limitare della camera da letto. Il sesso "tira", direi con un titolo degno di una "Novella 2000" d'annata.
Comunque sia, la distinzione dovrebbe farsi - anche se la linea può essere sottile - fra il sorriso che scaturisce da un retroscena pure scherzoso o salace e la cattiveria che vuole far male o rovinare.

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