Come non pensare al nostro respiro?

Massimo Sebastiani su "Ansa" propone una parola alle settimana e colpisce la scelta intelligente di dedicarsi alla parola "Respiro". Ovvio il collegamento con l'attualità e le malattie cagionate dal famoso "covid-19", che ci ha riportato alle nostre primarie funzioni vitali.
Sebastiani comincia citando una celebre canzone, le cui prime strofe recitano «Respirare, respirare nell'aria, non aver paura di preoccuparti, parti ma non lasciarmi, guardati intorno, scegli il tuo terreno, a lungo vivi e voli alto, darai sorrisi e piangerai lacrime». ”Breathe in the air", cantavano i Pink Floyd in quello che qualcuno definirebbe il brano più iconico, insieme a "Another Brick in the Wall", della band. "Breathe" era sostanzialmente il pezzo d'apertura dell'album che ha fissato per sempre i Pink Floyd nell'empireo del rock, "The Dark Side of the Moon", un lavoro che Roger Waters, ormai diventato il vero leader del gruppo, immaginò come un concept album dedicato alla follia generata dalle costrizioni, cioè, in fondo, dalla mancanza di respiro. E' stata la prima frase di Mattia, il 38enne di Codogno divenuto celebre suo malgrado come paziente 1, a riportarci di fronte alla semplice bellezza del respiro».

L'antiretorica di Quirico

Domenico Quirico è un inviato coraggioso de "La Stampa" dalla prosa chiara e diretta, che ha usato in scenari di guerra in tutto il mondo, descrivendo drammi con grande capacità descrittiva, compreso il suo quando venne rapito in Siria.
Sul suo giornale - immagino portando sulle spalle la visione di tante tragedie umane - ha scritto un pezzo antiretorico contro il rischio che messaggi positivi per caricare le persone di fronte all'epidemia scadano in una caricatura o persino in gesti irrispettosi o senza coscienza di cosa si sta vivendo in certe zone flagellate, che purtroppo non saranno le sole a subire certe atrocità.
Così Quirico: «Vedo appesi a balconi e finestre cartelli con la scritta perentoria "tutto andrà bene", addobbata spesso di soli sfavillanti e fiori variopinti; disegnati, mi sembra, dalla mano di bambini, un espediente per interrompere la noia delle giornate chiusi in casa. All'ora fissata scattano in città e paesi le note di canzoni, inni, bric a brac musicali in cui ognuno cerca di far rumore: come nei riti primitivi, per spaventare gli spiriti maligni della malattia e della morte».

L'antieuropeismo non paga

Mai come in questo momento l'antieuropeismo dilaga per varie ragioni di fronte all'epidemia in corso, esplosa per altro ormai in tutti i Paesi dell'Unione. Ci sono state - e le citerò - ragioni oggettive, perché le autorità comunitarie hanno preso sottogamba il virus e talvolta hanno fatto dichiarazioni sul "caso Italiano" nocive rispetto all'economia italiana e penose sul piano del sostegno morale.
Leggo nella newsletter "covid-19" del Movimento europeo un pezzo non firmato dedicato al "disordine europeo", che offre anzitutto un utile quadro di riferimento: "Il "progetto Spinelli", approvato dal Parlamento europeo nel 1984, aveva fatto propria l'idea di Willy Brandt di attribuire alla nuova Unione competenze e strumenti per realizzare una politica della società ("Gesellschaftpolitik") che, partendo dalla politica sociale, consentisse alla dimensione europea di garantire alle cittadine e ai cittadini beni pubblici che non potevano esserlo dagli Stati nazionali secondo una visione dinamica del principio di sussidiarietà.
Per il "progetto Spinelli", le competenze europee nella politica della società dovevano essere concorrenti - e non condivise - rispetto a quelle degli Stati nazionali ispirandosi alla costituzione federale tedesca dove l'azione degli Stati federati è possibile solo laddove e fino a quando non è intervenuto il livello federale
".

Sui turisti e sugli italiani

Da ragazzo mio padre decise di mandarmi in albergo a Champoluc, assieme a mio fratello più grande di me, durante le vacanze natalizie e poi pasquali. Qualche anno dopo affittammo per anni un appartamento in paese e così salimmo sistematicamente nei finesettimana per parecchio tempo.
Fu lassù che passai momenti straordinari con una compagnia di amici provenienti da Milano, Torino, Genova ed altre città del Nord. Un'esperienza formativa importante, che mi fece crescere con questi "cittadini" confrontati a noi "indigeni".
Ogni tanto ripenso con nostalgia a momenti impagabili vissuti ed a quanto ci volessimo bene, crescendo assieme e forgiando i nostri caratteri, arricchendoci reciprocamente. Per questo, ma non solo, mai e poi mai potrei accettare questa campagna contro i turisti "untori" in parte sviluppatasi nei giorni scorsi in Valle d'Aosta e in altre zone alpine contro chi, salito a svagarsi sui monti, ha finito probabilmente per favorire qualche caso di "coronavirus".
Non si può passare in tre settimane dal «venite in Valle perché non c'è contagio» ad una specie di maleducazione per chi ci ha preso sul serio ed è salito, specie nelle seconde case, per svernare in attesa che nelle zone calde di pianura passasse l'epidemia.

Il "coronavirus" fra noi

Si sapeva che, prima o poi, il "coronavirus" sarebbe spuntato anche in Valle d'Aosta e dai casi annunciati in queste ore sappiamo che gemmeranno, perché così è fatta un'epidemia, altri casi, legati alla famiglia della media Valle implicata nell'infezione. Si sta ora, come sempre, allertando le persone che hanno avuto a che fare con loro nei giorni scorsi e che potrebbero risultare colpite dal contagio e toccherà, di seguito, vedere con chi loro siano entrati in contatto.
Nessuno poteva ragionevolmente pensare che sarebbe durata a lungo quella immunità che, per qualche giorno, ci ha permesso di essere l'unica Regione italiana non contagiata. D'altra parte facciamo parte di un sistema di comunicazioni che ci lega alla Pianura Padana con facilità e da lì provengono la maggior parte dei turisti, anche da zone "rosse" o "gialle", come si declina al momento la pericolosità dei luoghi e naturalmente delle popolazioni.
Si aggiunge l'asse delle comunicazioni verso i trafori e sappiamo che Alta Savoia e cantoni Romandi sono stati già colpiti e dunque bisognerà vigilare alla frontiera, come loro faranno con noi.

La disinformazione come un virus

Ormai è evidente che siamo tutti esperti di "coronavirus" e problematiche annesse e connesse. In mezzo alla folla carnevalesca, bastava drizzare le orecchie e ritrovavi spiegazioni e analisi degne del virologo più accademico. Ma, a fare ancora più attenzione, potevi anche nelle discussioni ritrovare tutta una serie di elementi antiscientifici, irrazionali e complottistici che segnano questi tempi fra disinformazione e superstizione, un mix micidiale.
Ecco perché ho apprezzato molto, nella miriade di commenti sul virus che si sta diffondendo e che minaccia anche la Valle d'Aosta, un pacatissimo articolo di Gianmario Verona, Rettore dell'Università "Bocconi", che fa l'economista e dunque fa un discorso di principio e di metodo che non fa una grinza.
Così osserva in un editoriale su "La Stampa": «Che cosa ci insegna il Covid-19 e in particolare il suo arrivo in Italia? Che siamo fragili e incapaci di far prevalere il pensiero critico di fronte all'immensità delle informazioni, più o meno corrette, che ci bombardano da ogni device e ogni social network nel secolo digitale. Nonostante viviamo nel paese che ha dato i natali a Galileo e Leonardo e che è stato al cuore dell'Età Moderna, da cui si è diramato l'Illuminismo, la scienza nel 2020 fa ancora fatica a imporsi a vantaggio di un misto tra fake news, polemiche e naturali paure. E a fronte di nuovi nemici che si affacciano improvvisamente e inaspettatamente nella società globale».

Il dramma delle poche nascite

Non ci vuole un mago, ma un semplice esperto di statistica, per avere conferma della crisi demografica della Valle d’Aosta. Qualche dato: nel 2002 su 119.546 abitanti la percentuale di cittadini con più di 65 anni era del 19,2%, mentre nel 2018 era del 23,8% su 128.298 abitanti (numero totale in calo dal 2012). L’età media dai valdostani era nel 2002 di 42,6 anni e nel 2018 è salita a 45,6 anni. La discesa dell’indice di natalità è confermata dal fatto che resta bassa la percentuale di valdostani fra gli 0 e i 14 anni, che vale il 13,1%. Indice di vecchia si situa oggi a 181,6 anziani ogni 100 giovani, mentre nel 2002 era a 149.
Nel 2018 si è interrotta, quasi in modo inaspettato, la costante decrescita della popolazione straniera in Valle d’Aosta che registra un aumento del 2,2 per cento passando da 8.117 residenti a 8.294. Su 100 cittadini valdostani, un pochino meno di 7 sono stranieri, provenendo da un Paese che non sia l’Italia.
Ma la realtà è che questa emorragia di energie giovani e l’invecchiamento della popolazione non sembrano per ora essere reale argomento politico.

Il dramma delle poche nascite

Non ci vuole un mago, ma un semplice esperto di statistica, per avere conferma della crisi demografica della Valle d'Aosta. Qualche dato: nel 2002 su 119.546 abitanti la percentuale di cittadini con più di 65 anni era del 19,2 per cento, mentre nel 2018 era del 23,8 per cento su 128.298 abitanti (numero totale in calo dal 2012).
L'età media dai valdostani era, nel 2002, di 42,6 anni e nel 2018 è salita a 45,6 anni. La discesa dell'indice di natalità è confermata dal fatto che resta bassa la percentuale di valdostani fra gli zero ed i 14 anni, che vale il 13,1 per cento. L'indice di vecchiaia si situa oggi a 181,6 anziani ogni cento giovani, mentre nel 2002 era a 149.
Nel 2018 si è interrotta, quasi in modo inaspettato, la costante decrescita della popolazione straniera in Valle d'Aosta che registra un aumento del 2,2 per cento passando da 8.117 residenti a 8.294. Su cento cittadini valdostani, un pochino meno di sette sono stranieri, provenendo da un Paese che non sia l'Italia.
Ma la realtà è che questa emorragia di energie giovani e l'invecchiamento della popolazione non sembrano per ora essere reale argomento politico.

La benedizione di Sant'Orso alla Politica

Sul sito "Santi e Beati" Antonio Borrelli così riassume certe caratteristiche del nostro amato Santo valligiano, Sant'Orso: «Sul santo più popolare della Val d'Aosta, protettore contro le calamità naturali e molte malattie, tra cui i reumatismi e il mal di schiena, si posa nell'iconografia, un uccellino, a ricordare che destinava una parte del raccolto del suo campo ai passeri».
Sui prodigi annota dal leggendario popolare: «per mesi e mesi non aveva piovuto, la siccità devastava i campi, ma cominciava anche a scarseggiare l'acqua necessaria per i bisogni dei suoi fedeli; allora il santo preoccupato per loro, fece scaturire colpendo una roccia col suo bastone, una sorgente a Busséyaz; la sorgente, chiamata "Fontana di Sant'Orso", continua ancora oggi ad offrire la sua acqua, una volta considerata miracolosa, sotto la cappella costruita nel 1649 e restaurata nell'Ottocento».

Politica VdA: cosa direbbe Snoopy?

Ci vorrebbe il grande disegnatore dei "Peanuts", Charles M. Schulz ed il suo impagabile bracchetto Snoopy per dire qualcosa di arguto sulla situazione politica valdostana.
Io l'ho presa da tutta i lati, sul serio e per ridere come estremi, questo avvolgersi in storie, cui in parte ho compartecipato. Tipo riunioni, pranzi, ceni, caffè, confronti, telefonate, messaggini e mail.
Il peggio sono i documenti che pongono ultimatum: "o mangi questa minestra o salti dalla finestra" e non è poco quando le maggioranze sono appese ad un filo. Male anche la presenza di scrittori di programmi monstre con citazioni dotte e grandi filosofie, magari da parte di chi ha l'esperienza politica di una scarpa, ma si piace molto.

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