La ridicola polemica su più poteri ad alcune Regioni

Quando fra gli anni Novanta ed il 2001 - nel pieno dei miei mandati parlamentari - si discusse delle famose riforme del "regionalismo" fui sempre in prima fila.
In quel clima in cui pareva palesarsi un interesse per il "federalismo" - e la Lega all'epoca lo professava - presentai quella riforma complessiva dello Stato in senso federale che fece scalpore, trattandosi della prima proposta di legge costituzionale organica e non solo teorica.
Eppure, in certi passaggi avvertii, ma oggi mi pare peggio, il solito fastidio di provenienza da diverse aree politiche verso le Autonomie speciali come la nostra. Per cui, in particolare come membro della Prima Commissione della Camera, non mancai passaggi pubblici e riunioni ristrette per vigilare e proporre.
Annoto che alla fine non votai il testo completo della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra sul regionalismo proprio per l'assenza di un serio principio di intesa per la modifica degli Statuti Speciali.

Pensieri sul singolare esito di #Sanremo2019

Non ho seguito in diretta gli esiti finali delle votazioni di questa edizione autarchica (niente stranieri neppure fra le star ospiti) del "Festival di Sanremo".
Non lo dico per snobismo ma perché queste lunghe maratone, viste dal divano di casa, sono per me concepibili solo se oggetto - come mi è capitato in passato - di frizzi e lazzi in compagnia di un gruppo di amici con cui destrutturare la serata con spirito goliardico.
Ed anche quest'anno - da quanto ho visto soprattutto nelle registrazioni delle serate ce n'era ben donde, visto che si trattava di un'edizione molto nostalgica più per un pubblico attempato che giovanile. Per altro è questa la fotografia della demografia italiana ed anche del pubblico medio della televisione generalista e dunque - per inseguire gli ascolti - questa è la strada maestra nella scelta dei conduttori e nei copioni predisposti dagli autori.
Questa "TeleNostalgia" non è solo nostalgia e vecchi merletti fra naftalina, formalina e chirurgia estetica, ma deriva anche dal rifiuto di un presente che mette ansia per la sensazione di un nuovismo politico che manda tutto a rotoli, con esponenti politici che hanno il tocco opposto a quello del famoso Re Mida.

Morire sotto la neve

Addolora davvero che, dopo nevicate come quelle avvenute in questi giorni, si debbano contare i soliti morti perché colpiti da una valanga fuoripista. Ed è il caso di quanto avvenuto in queste ore ai piedi del Monte Bianco.
Sia chiaro che questa volta non ci sono scuse: i bollettini diramati in Valle d'Aosta non erano interpretabili, mettendo sul chi vive chiunque avesse avuto l'accortezza necessaria per ascoltarli. Ed invece, purtroppo, siamo qui a contare i morti per l'evidente avventatezza di chi ha deciso di sfidare la sorte.
Così spetta ai soccorritori, che troppo spesso sono poi chiamati a rischiare la loro vita per i recuperi, tenere la triste contabilità inverno dopo inverno e la meraviglia di sciare in neve fresca diventa per alcuni una tomba perenne.

Conoscere i rischi della montagna

Partendo da una vicenda dello scorso anno - nota come "Il dramma d'Arolla" - quando morirono sette alpinisti su quattordici per ipotermia lungo l'Haute Route in Svizzera, "Le Nouvelliste", in un speciale a cura di Lysiane Fellay, offre degli spunti di riflessione molto interessanti.
Così si spiega il contesto: "Si un événement d'une telle ampleur est plutôt rare, il est pourtant assez fréquent que des alpinistes ou des randonneurs restent coincés en montagne toute une nuit. «Nous rencontrons ce type de situation avec des problèmes d'hypothermie plusieurs fois par année en toutes saisons», explique Stéphane Oggier, médecin-sauveteur chez "Air-Glaciers", membre du "Grimm" - le groupement d'intervention médicale en montagne, et également guide de montagne. «Dans ces situations, l'angoisse prédomine. Pour les personnes coincées, c'est souvent la panique. Elles ont peur de mourir. Pour nous aussi, c'est l'angoisse... Nous ne savons jamais dans quel état nous allons les retrouver...» continue le Dr Oggier qui précise que notre corps nous permet de résister au froid pendant plusieurs heures".

Una Politica campata in aria

E' dai tempi dell'antica Grecia, culla di alcuni principi della democrazia moderna, che esiste una parte propagandistica della politica. Naturalmente sappiamo che questa logica "tanto fumo, poco arrosto" sulla lunga distanza non resiste e su questo altare sono stati sacrificati, nei millenni, un sacco di leader politici.
Oggi la situazione si è fatta ancora più delicata, perché i topoi della nostra umanità, pur mantenendo delle caratteristiche universali e atemporali, devono fare i conti con le modalità contemporanee e dunque si adeguano all'aria dei tempi.
Esemplare un recente articolo sul "Corriere della Sera" di Mauro Magatti, sociologo e economista: «C'era una volta la lotta di classe, gli scioperi sindacali, la propaganda di partito. Era l'epoca in cui la classe operaia, concentrata nelle grandi fabbriche, votava comunista e lottava unita per il riconoscimento dei propri diritti economici e sociali. Poi è arrivata la società dei consumi che ha disinnescato il conflitto sociale, di fatto sparito nei Paesi occidentali nonostante il continuo aumento delle disuguaglianze registrato a partire dagli anni '80».

La lettera di Macron ai francesi

E' molto difficile capire se e come il "caso francese", spesso laboratorio politico nel corso della Storia, questa volta imprimerà o meno qualche fenomeno epocale in politica e nelle Istituzioni con questa vicenda di piazza - per me ancora di difficile lettura e già cavalcata da troppi - dei "gilets jaunes" e dell'incredibile storia di un Presidente della Repubblica giovanissimo, Emmanuel Macron, che da "plebiscitato" diventa poi vittima di un'impopolarità rapida e crescente.
Interessante è questa lettera che Macron ha spedito ai suoi concittadini, che vorrei leggere per riflettere sulla sua portata sin dalla modalità così controcorrente rispetto all'uso e all'abuso dei "social".
Oltretutto una lunga missiva rispetto alla logica della brevità - pensiamo ai "tweet" di Donald Trump – che sembra oggi controcorrente.
La prima parte è un'autorappresentazione della Francia con frasi secche: «La France n'est pas un pays comme les autres. Le sens des injustices y est plus vif qu'ailleurs. L'exigence d'entraide et de solidarité plus forte».

"Vecchi" da rottamare?

Sono entrato, essendo del 1958 e dunque della metà del secolo scorso, nei sessant'anni della mia vita. E mi vien da scherzare sul fatto che siano divertenti e fattivi come gli anni '60 del Novecento.
Noi coi capelli grigi o candidi - per chi li ha! - siamo larga maggioranza in una Valle d'Aosta che invecchia grazie alla maggior probabilità di vita, che si incrocia con il calo drastico della natalità.
Io sono stato, come deputato, un "giovane politico" ed ho espresso una buona parte del mio lavoro più importante in un'età relativamente giovane e, se si scorre la data di nascita del Consiglio Valle, ancora oggi si vede che lo sbandierato e condivisibile "largo ai giovani!" resti un slogan.
Credo sinceramente che il ricambio, se non un trucchetto per fare fuori i "nemici", sia una necessità ma ad una condizione. Non si può pensare che nelle Assemblee elettive o nei ruoli di Governo non ci sia un equilibrio tra "vecchio" e "nuovo" e le capacità come l'inconsistenza non hanno età e ci sono oppure no. Penso che il mix fra nuove energie e esperienza accumulata siano il cemento di una comunità e la migliore espressione possibile.

Quando presi la scossa con il Presepe

Basta leggere una poesia, "Il Presepe" di Salvatore Quasimodo, per evocare in alcuni versi la logica di questo simbolo della natalità:
Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?»
.

Strasburgo insanguinata non a caso

Ho seguito con apprensione le notizie che arrivavano da Strasburgo, dove ai mercatini di Natale un islamista ha ucciso persone inermi, riaccendendo i fari sui rischi dell'integralismo religioso nel cuore dell'Europa.
Annoto subito la follia di chi sui "Social" ha parlato di una strategia della tensione innescata apposta da chissà chi del Governo francese per distogliere l'attenzione dai "gilets jaunes" e dalla loro protesta. E' ora di punire severamente i seminatori di odio con stupidaggini del genere.
Ma torniamo in Alsazia. Quella Regione di confine, dove troppi cimiteri testimoniano di un eccesso di battaglie combattute per disfide territoriali. Ci pensavo, tempo fa ed a maggior ragione in questa occasione, non solo perché Strasburgo è stata per me una città familiare per il lavoro al Parlamento europeo e per il "Consiglio d'Europa", ma perché non è un caso che sia stata scelta questa città per ospitare queste Istituzioni, proprio per questa sua vocazione di terra di confine fra culture è stata considerata significativa per passare dal dolore delle guerre generate dal nazionalismo aggressivo a simbolo della speranza di un'armonia attraverso l'integrazione europea.

Pensieri sul nuovo e il vecchio

Per fortuna la Politica non è solo fatta dai sondaggi e dalle gazzarre sui "social" o dall'assalto all'arma bianca alle stanze del potere. Esiste anche il ragionamento a tavolino, che detta vittorie e sconfitte, con dei tempi diversi dalla discussione spicciola e dai ragionamenti emotivi e dalle scelte di convenienze parallele.
Un prototipo del ragionatore, con il coraggio di dire "pane al pane e vino al vino", sino a perdere a suo tempo la Direzione del "Corriere della Sera" quando Matteo Renzi non sopportava le sue critiche, è Ferruccio De Bortoli, che appartiene alla schiatta dei giornalisti che disprezzano la logica dei giornalisti-tifosi, di cui Marco Travaglio è esempio mirabile per il suo appoggio ai "pentastellati".
Scriveva in questi giorni sul "Corriere", giornale - ricordiamolo! - che ha alimentato il vento dell'antipolitica negli anni e ha dato un certo appoggio ai suoi esordi al Governo giallo-verde, lo stesso De Bortoli: «Governando si impara, forse. Romano Prodi confidò di aver provato, nei primi mesi della sua esperienza a palazzo Chigi, un senso di disagio o persino di inadeguatezza e di averlo superato "con tanto lavoro alla scrivania e chiedendo consiglio alle persone sagge". Si può e si deve far tesoro dei propri errori. Ne fece Prodi. Ne fecero anche altri suoi successori».

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