La lettera di Macron ai francesi

E' molto difficile capire se e come il "caso francese", spesso laboratorio politico nel corso della Storia, questa volta imprimerà o meno qualche fenomeno epocale in politica e nelle Istituzioni con questa vicenda di piazza - per me ancora di difficile lettura e già cavalcata da troppi - dei "gilets jaunes" e dell'incredibile storia di un Presidente della Repubblica giovanissimo, Emmanuel Macron, che da "plebiscitato" diventa poi vittima di un'impopolarità rapida e crescente.
Interessante è questa lettera che Macron ha spedito ai suoi concittadini, che vorrei leggere per riflettere sulla sua portata sin dalla modalità così controcorrente rispetto all'uso e all'abuso dei "social".
Oltretutto una lunga missiva rispetto alla logica della brevità - pensiamo ai "tweet" di Donald Trump – che sembra oggi controcorrente.
La prima parte è un'autorappresentazione della Francia con frasi secche: «La France n'est pas un pays comme les autres. Le sens des injustices y est plus vif qu'ailleurs. L'exigence d'entraide et de solidarité plus forte».

"Vecchi" da rottamare?

Sono entrato, essendo del 1958 e dunque della metà del secolo scorso, nei sessant'anni della mia vita. E mi vien da scherzare sul fatto che siano divertenti e fattivi come gli anni '60 del Novecento.
Noi coi capelli grigi o candidi - per chi li ha! - siamo larga maggioranza in una Valle d'Aosta che invecchia grazie alla maggior probabilità di vita, che si incrocia con il calo drastico della natalità.
Io sono stato, come deputato, un "giovane politico" ed ho espresso una buona parte del mio lavoro più importante in un'età relativamente giovane e, se si scorre la data di nascita del Consiglio Valle, ancora oggi si vede che lo sbandierato e condivisibile "largo ai giovani!" resti un slogan.
Credo sinceramente che il ricambio, se non un trucchetto per fare fuori i "nemici", sia una necessità ma ad una condizione. Non si può pensare che nelle Assemblee elettive o nei ruoli di Governo non ci sia un equilibrio tra "vecchio" e "nuovo" e le capacità come l'inconsistenza non hanno età e ci sono oppure no. Penso che il mix fra nuove energie e esperienza accumulata siano il cemento di una comunità e la migliore espressione possibile.

Quando presi la scossa con il Presepe

Basta leggere una poesia, "Il Presepe" di Salvatore Quasimodo, per evocare in alcuni versi la logica di questo simbolo della natalità:
Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?»
.

Strasburgo insanguinata non a caso

Ho seguito con apprensione le notizie che arrivavano da Strasburgo, dove ai mercatini di Natale un islamista ha ucciso persone inermi, riaccendendo i fari sui rischi dell'integralismo religioso nel cuore dell'Europa.
Annoto subito la follia di chi sui "Social" ha parlato di una strategia della tensione innescata apposta da chissà chi del Governo francese per distogliere l'attenzione dai "gilets jaunes" e dalla loro protesta. E' ora di punire severamente i seminatori di odio con stupidaggini del genere.
Ma torniamo in Alsazia. Quella Regione di confine, dove troppi cimiteri testimoniano di un eccesso di battaglie combattute per disfide territoriali. Ci pensavo, tempo fa ed a maggior ragione in questa occasione, non solo perché Strasburgo è stata per me una città familiare per il lavoro al Parlamento europeo e per il "Consiglio d'Europa", ma perché non è un caso che sia stata scelta questa città per ospitare queste Istituzioni, proprio per questa sua vocazione di terra di confine fra culture è stata considerata significativa per passare dal dolore delle guerre generate dal nazionalismo aggressivo a simbolo della speranza di un'armonia attraverso l'integrazione europea.

Pensieri sul nuovo e il vecchio

Per fortuna la Politica non è solo fatta dai sondaggi e dalle gazzarre sui "social" o dall'assalto all'arma bianca alle stanze del potere. Esiste anche il ragionamento a tavolino, che detta vittorie e sconfitte, con dei tempi diversi dalla discussione spicciola e dai ragionamenti emotivi e dalle scelte di convenienze parallele.
Un prototipo del ragionatore, con il coraggio di dire "pane al pane e vino al vino", sino a perdere a suo tempo la Direzione del "Corriere della Sera" quando Matteo Renzi non sopportava le sue critiche, è Ferruccio De Bortoli, che appartiene alla schiatta dei giornalisti che disprezzano la logica dei giornalisti-tifosi, di cui Marco Travaglio è esempio mirabile per il suo appoggio ai "pentastellati".
Scriveva in questi giorni sul "Corriere", giornale - ricordiamolo! - che ha alimentato il vento dell'antipolitica negli anni e ha dato un certo appoggio ai suoi esordi al Governo giallo-verde, lo stesso De Bortoli: «Governando si impara, forse. Romano Prodi confidò di aver provato, nei primi mesi della sua esperienza a palazzo Chigi, un senso di disagio o persino di inadeguatezza e di averlo superato "con tanto lavoro alla scrivania e chiedendo consiglio alle persone sagge". Si può e si deve far tesoro dei propri errori. Ne fece Prodi. Ne fecero anche altri suoi successori».

L'SOS dei "gilets jaunes"

Si guarda tutti alla Francia con curiosità per i moti di piazza in corso ed anche perché è uno dei pochi Stati che mantiene una visione europeista, malgrado i virus di opposta posizione che proliferano nell'Unione europea.
Interessante sul simbolo dei "gilets jaunes" quanto scritto da Bernard-Henry-Lévy: «Ce mouvement est aussi, à l'évidence, un appel de détresse. Un gilet jaune, tous les automobilistes de France et de Navarre le savent, c'est ce gilet à bandes fluorescentes que la Sécurité routière exige, depuis dix ans, que nous ayons tous dans nos voitures pour, en cas de panne ou d'accident, pouvoir, depuis le bas-côté, rester visible et faire de cette visibilité même un appel de détresse vivant. Eh bien, il faut prendre au sérieux le fait que les Gilets jaunes aient choisi ce signe de ralliement.
Il faudrait faire une phénoménologie du Gilet jaune comme Sartre faisait une phénoménologie des pantalons à rayures des sans-culottes ou comme Roland Barthes aurait peut-être pu le faire dans une de ses Mythologies»
.

Dolce e Gabbana e la gaffe "cinese"

Quando si esagera nel voler essere originali e controcorrente è chiaro il rischio di prendersi una nasata. Poi se a farlo è un marchio di moda come "Dolce & Gabbana" la nasata può trasformarsi in un danno economico colossale e nel rischio che si chiudano mercati fiorenti.
E' di queste ore il caso: il famoso marchio, alla vigilia di una grande presentazione a Shangai, tira fuori uno spot con una bella mannequin cinese che cerca goffamente di mangiare pizza e spaghetti con le bacchette e un cannolo siciliano con evidente riferimento sessuale. I cinesi si arrabbiano, la sfilata di moda viene soppressa, parte un campagna social contro "D&G" ed i prodotti spariscono dalle vendite online e molte star cinesi annunciano che mai più useranno prodotti dei due stilisti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.
I quali, infine, appaiono in un video, con aria contrita, chiedendo scusa e il muso lungo equivale ai danni economici creati in poche ore e sfugge se riusciranno a recuperare uno straccio di credibilità. Ho l'impressione che i loro pagatissimi esperti di marketing e comunicazione abbiano "toppato" con questo strano messaggio con i due che sembrano due statue di cera senza alcuna parvenza di umanità ed un'inquadratura distante da cui non si vede l'espressione del viso.

La volgarità in politica in favor di "populace"

Quando si era ragazzi l'uso della parolaccia era una sorta di prova del fuoco per sdoganarsi verso l'età adulta. Per altro questo avveniva in rottura con i propri genitori, che ovviamente ci tenevano ad un linguaggio "pulito" dei propri figli.
Crescendo ci si accorge di come "modus in rebus" sia del tutto vero e, se qualche parolaccia può scappare, specie ad uso comico o come imprecazione di fronte ad un imprevisto, un suo abuso diventa maleducato e ingiustificato.
Eppure sembra che oggi l'uso di parolacce e di espressioni forti e persino offensive faccia parte dell'armamentario di certo populismo, quello che - usando un francesismo imparentato con questa parola - ammicca verso il "populace", cioè una parte di popolazione culturalmente bassa che apprezza il politico che si mette al suo stesso livello con un uso rozzo del linguaggio.
Questo non vale solo più per l'oratoria da comizio, quando si arringa una folla, ma si trasferisce nell'uso dei "social", visto che oggi chi ha responsabilità di governo finisce per avere staff - roba da matti! - che non lavorano nell'alveo della comunicazione istituzionale, come sarebbe corretto fare, ma montano delle macchine per il consenso in cui usano toni aggressivi e spregiudicati perché questi "sfondano" e fanno parlare di te.
Un meccanismo perverso da "Circo Barnum", che rischia di avvelenare i rapporti umani e sociali e non è dunque solo una questione di bon ton...

Il silenzio dei "difensori" della Costituzione

Sfugge con esattezza quale sia il progetto politico di destrutturazione modernista e digitale della Costituzione e della Democrazia nella testa dei veri leader dei pentastellati. Ho letto parecchio dei due Casaleggio, prima il padre Gianroberto e poi il figlio Davide, e non ho capito granché, ma quel è che certa è la logica confusa ma pericolosa. Per altro la scelta di una classe politica espressa con personalità di basso profilo come Luigi Di Maio spinge a ritenere che nel famoso "Movimento" conti più l'obbedienza che la preparazione.
Eppure i pentastellati, contraddittori è demagogici, populisti e aggressivi, contano su uno zoccolo duro di intellettuali silenti che tacciono dopo aver molto parlato negli anni scorsi ed a mio avviso talvolta a proposito, come sulla famosa riforma Renzi-Boschi che personalmente ritenevo allarmante.

Una voce dall'Appennino terremotato

Leggo ogni giorno su "La Repubblica" la singolare rubrica di lettere curata da Concita De Gregorio, intitolata “Invece Concita - Il luogo delle vostre storie”.
C'è di tutto, come in altre rubriche aperte ai lettori e spesso emerge una straordinaria umanità. Meno brillante pare, come altrove, la comunità di commentatori, anch'essi lettori, creatasi a piè di pagina, dove - accanto ad utili osservazioni - si annidano, come avviene nella logica "social", polemisti su qualunque tema che inquinano il dibattito e imbrattano qualunque cosa.
Da noi, in Valle d'Aosta, questa storia delle lettere non regge molto. Ho notato che su "La Stampa", pagine di Aosta, è cessato il ritmo quotidiano, trasformatosi in settimanale. Immagino che sia la scarsità di lettere a non consentirlo o forse si è voluto evitare il rischio che fossero i "soliti noti" a scrivere.
Ma questa era solo una digressione. Volevo parlare di una lettera a Concita di una donna, Stella Caporioni, che si occupa del terremoto colpi l'Appennino ed in particolare le zone di montagna interessate a suo tempo.

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