Io con Baglioni ero bipartisan

"Rolling Stone Italia" è una rivista mensile in edicola da una decina d'anni, riprendendo il titolo del celebre giornale liberal americano.
Ovviamente la musica è l'aspetto principale e non caso, dopo "Sanremo", Max Deliso ha scritto di Claudio Baglioni, patron della rassegna musicale con ascolti stellari. Raccontando una storia che mi ha fatto sorridere, perché mi ha riportato a quando ero ragazzo.
Così l'inizio: «Claudio Baglioni per i maschi della mia generazione, era quello che scriveva le canzoni d'amore che le ragazzine ascoltavano in estasi quando si innamoravano e in lacrime quando venivano lasciate, e stava nettamente sul cazzo per il fatto che tutte, ma proprio tutte, erano incondizionatamente pazze di lui. Musicalmente, i maschi della mia generazione, ascoltavano altro, il cantautorato di De André, di Guccini, l'hard rock dei Black Sabbath, dei Deep Purple, degli Uriah Heep, i Led Zeppelin, ma la fighetteria snob, che detto così ora fa ridere, si sbrodolava e commentava la batteria di Phil Collins in "Supper's Ready" dei Genesis, o le fughe di Emerson in "Trilogy" e che gran pezzo fosse "The Endless Enigma", per non parlare degli Yes, dei Pink Floyd, perché il Prog faceva tendenza, oltre che piacere, e se per caso nominavi gente come Baglioni senza dire, come gli Squallor, "Bagliore", venivi preso a calci in culo e bandito dalla comunità».
Io, invece, ho sempre ascoltato Baglioni, in una logica bipartisan, visto che ascoltavo anche tutti quelli appena citati.

Macerata è un punto a capo

Il fascista che a Macerata ha sparato dalla macchina contro i migranti - e non c'è scappato il morto solo per combinazione - è un criminale, che va processato e condannato.
Non esiste alcun terreno neutro rispetto al pubblico disprezzo necessario verso chi sceglie forme di violenza di questo genere e neppure una briciola di giustificazione o peggio di ambiguità, come si è visto con dichiarazioni di vaga comprensione con il misurino di chi vuole ottenere voti anche da chi fa schifo con la logica di tapparsi il naso.
Chi semina il vento dell'odio come soluzione a problemi politici fa solo peggiorare la situazione e diventa un irresponsabile se intende approfittare di situazioni difficili e serie per farsi pubblicità nel nome dell'ordine con vecchi slogan che fanno venire la pelle d'oca. Certi mostri e fantasmi del passato non sono spariti per sempre, ma possono tornare sulla scena in questi tempi difficili in cui rischia di emergere chi grida più forte e sa cavalcare certo qualunquismo forcaiolo.

I curdi e l'ingiustizia nel Diritto internazionale

Tanti anni fa conobbi ad Aosta un giovane curdo, di cui non so quale sia stato il destino, e mi feci raccontare da lui - proveniente dalla zona occupata dai turchi - cosa avvenisse in quelle zone e successivamente ricevetti una piccola delegazione della comunità presente in Italia nel mio ufficio a Montecitorio e feci alcune iniziative parlamentari su di un tema, la "questione curda", piuttosto misconosciuto e lo è anche in queste ore in cui la Turchia conferma il suo volto feroce verso questo popolo.
Altre iniziative le feci a Bruxelles, al Parlamento europeo, quando sembrava molto vicina l'adesione dei turchi all'Unione europea, oggi definitivamente accantonata e non solo per la evidente persecuzione verso i curdi.
Eppure un territorio per uno Stato vero e proprio del Kurdistan esiste: sono i 550mila chilometri quadrati in parte della Mesopotamia, oggi divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi, popolo antichissimo e di montagna, sono fra i trentacinque e quaranta milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita. Ma esiste un'enorme comunità curda in diversi Paesi del mondo, dov'è emigrata forzatamente, pur mantenendo una sua identità ed un legame con le comunità d'origine.

«Vieni avanti, cretino!»

La mia generazione ha esatta contezza dell'origine di una frase scherzosa, diventata proverbiale in certi dialoghi ancora oggi.
Si tratta di «Vieni avanti, cretino». Come dimenticare - nella vecchia televisione in bianco e nero - Walter Chiari e Carlo Campanini nell'imitazione dei fratelli De Rege. Lo schema è quello solito e ripetitivo nelle scenette: Campanini fa la "spalla" e chiama in scena il comico protagonista principale con il già citato «Vieni avanti, cretino!». E Chiari - fantastico affabulatore - recita appunto la parte del cretino con naso, baffi finti, e bombetta calcata sulla testa. Il primo cerca di interloquire ma si arrabbia con l'altro balbettante e biascicante.
Capita nelle ultime vicende politiche in Valle d'Aosta di assistere a scene del genere: il cretino di turno sui "social" commenta - tirando in ballo me o "Mouv'" - certe scelte sulle politiche di queste ore.
Naturalmente sa poco e sentenzia.

I limiti della rivoluzione digitale

Sono un tifoso della rivoluzione digitale, anche se appartengo alla generazione della carta.
Il massimo della tecnologia, quando ho cominciato a fare il giornalista, era la macchina da scrivere elettrica, meno faticosa di quella meccanica. Ricordo bene le telescriventi del tempo che fu che battevano le notizie d'agenzia e la prima volta che ho visto, con la carta chimica che si arrotolava, il miracolo del fax con un foglio che - tipo "Star Trek" - entrava da una parte ed usciva a chilometri di distanza.
Per chi faceva radio si lavorava sul nastro, tagliando sospiri e parole con le forbici e rimettendo assieme il discorso con un pezzo di nastro adesivo. In televisione si viaggiava con la logica, sempre su nastro ("Ampex"), del riversamento. Poi piano piano la digitalizzazione ha creato una traccia vocale e tracce video, rendendo tutto molto diverso.

Aree Protette Alpine e Democrazia

Sulla perimetrazione delle Alpi sembra di essere in un giorno di quelli nebbiosi in alta quota. Oggi persistono almeno tre ambiti possibili: quello della "Convenzione Alpina", quello derivante da "Spazio Alpino" e la recente "Eusalp", la "Strategia Alpina".
Un cartografo ne uscirebbe pazzo da questa geografia variabile a seconda delle scelte fatte a tavolino: a me è sempre venuta voglia di dire quanto vada bene far dialogare zone di montagna con zone subalpine e quanto conti il rapporto fra Terre Alte ed alcune città strategiche per le Alpi, ma non si può far finta che i territori e i problemi annessi e connessi siano in qualche modo gli stessi.
La montagna resta la montagna e le Alpi senza la montagna sarebbero niente altro che… la pianura.

Due Presidenti, italiano e svizzero, e i loro discorsi di fine anno

Conosco il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di cui ho sempre apprezzato in tanti anni di lavoro negli stessi luoghi della politica a Roma, le doti di grande serietà e anche di un'ironia acuta, oltreché un attaccamento ai medesimi valori autonomisti, che fanno parte del suo legame con la Sicilia, di cui naturalmente credo conosca a fondo gli aspetti positivi e negativi (il fratello morì fra le sue braccia, vittima della Mafia).
Ho apprezzato la secchezza, scevra di retorica, del suo discorso di fine anno, di cui vorrei riportare qualche passaggio: «Abbiamo di fronte, oggi, difficoltà che vanno sempre tenute ben presenti. Ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti.
Non sono condizioni scontate, né acquisite una volta per tutte. Vanno difese, con grande attenzione, non dimenticando mai i sacrifici che sono stati necessari per conseguirle. Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro»
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Una pianta, le api e una ricetta gourmande

«Des arbres dont on fait le miel»: trovo questo articolo di Jacky Durand, chroniqueur culinaire di "Libération" e mi sono divertito un mondo per la sua prosa e perché trovo i suoi ragionamenti convincenti.
Così l'incipit: «A vos bêches, il est urgent de planter des végétaux adaptés aux chamboulements climatiques pour nourrir les abeilles. Avec en prime une recette gourmande».
Una premessa che è un programma, che poi diventa lo stato d'animo sarcastico dei buoni propositi: «Toutes les fins d'année, on se fait le même carnaval de bonnes intentions pour la prochaine: stop la clope; la tablette de chocolat de 22 heures ; nous irons à Balard sur nos panards; à la cantine, de frites tu ne prendras point; au rillon et au petit blanc de 11 heures, tu renonceras...
Mais les bonnes intentions du nouvel an, c'est comme la gueule de bois: on y pense fort quand le canapé tangue comme un chalutier au milieu d'une mer de harengs et puis, revenu au port de la soif, on s'empresse de rallumer la chaudière avec du houblon et du malt. Alors aujourd'hui, on a envie d'un projet ignorant le calendrier et les passades que sont les cures détox et les patchs d'air pur. Non, on veut un truc qui ne la ramène pas, une chose humble mais qui dure au-delà de la faucheuse et de la mode du curcuma et du poivre au petit dej'»
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Davvero un Natale di Pace?

L'altro giorno mia figlia Eugénie - si parlava di letterine di Natale - mi dice: «Ti ricordi quando alla fine di una lettera avevo chiesto da piccola la Pace nel mondo?». Era come dire, essendo ormai ventenne, di come da piccoli si scrivano delle cose che poi nella realtà sono delle speranze.
Mi è venuto in mente un articoletto del 2013, che avevo messo da parte, del cardinale Carlo Maria Martini, un prete che sapeva cogliere molti aspetti della complessità del rapporto fra la religione e i problemi irrisolti del nostro mondo.
Così scriveva, proprio nel solco della riflessione proposta da mia figlia: «Mi sono sempre sentito a disagio con la facilità con cui a Natale e poi a Capodanno si fanno gli auguri di beni grandiosi e risolutivi, auspicando che le feste che celebriamo portino pace, salute, giustizia, concordia. Quando diciamo queste parole sappiamo bene che per lo più non si avvereranno e passata l'euforia delle feste ci troveremo più o meno con gli stessi problemi».

La "Giornata della Montagna" non è un vuoto a perdere

Che nostalgia a pensare all'"Anno Internazionale delle Montagne 2002" nella prossimità della "Giornata della Montagna", che ne è l'erede. E non solo perché allora ne ero il presidente, quanto perché attorno alla montagna e ai suoi problemi - dal piccolo alla dimensione planetaria - esisteva un entusiasmo di cui esiste scarsa traccia. Anche se l'11 dicembre in ordine sparso si sono fatti un pochino ovunque festeggiamenti e incontri, ma la Rete che allora si era creata si è sfilacciata e c'è stato una specie di "rompete le righe", che non è cosa buona.
In Valle d'Aosta poi, ormai da anni, si è scelto il tono basso, se non bassissimo, mentre c'è stato un momento in cui - a dispetto della nostra piccola taglia - eravamo indicati come un esempio, e non mancarono iniziative considerate importanti da noi stessi create. Ma questa questione delle politiche per la montagna rischia, invece, di affondare in un mare di melassa retorica, usata per slogan e senza fondamento progettuale.
Lo scrivo con dispiacere, ma questa è la deriva che stiamo vivendo da tempo e non vedo svolte significative e soprattutto sforzi aggreganti e corali. Anzi, vincono quelli che coltivano piccoli e modesti giardinetti, altro che sogno di essere capofila, almeno di quanto naturalmente ci dovrebbe appartenere come impronta culturale, la "Montagna".

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