Dai boatos alla realtà

In Politica da sempre c'è - in un crescendo rossiniano figlio dei tempi - l'incognita dell'incidenza della Magistratura. Il caso italiano è significativo, pensando al solito esempio: il passaggio dalla Prima Repubblica alla sedicente Seconda Repubblica non è avvenuto per mano di un cambiamento costituzionale importante, tale da modificare la numerazione, ma dalle inchieste assai incidenti dell'epoca di "Tangentopoli".
Nel nostro piccolo della Valle d'Aosta, pensando proprio alle vicende politiche che portarono Augusto Rollandin ad essere un giovane presidente della Regione, ci fu invece l'"Affaire Casinò" all'inizio degli anni Ottanta, che pareva in realtà chissà cosa per poi sgonfiarsi sino all'ultimo grado di giudizio.
Ma intanto aveva agito con evidenti discontinuità.

Le insidie del "meno peggio"

Immagino che ognuno di noi abbia in mente delle espressioni che lo imbufaliscono. Viviamo, per altro, in un'epoca nella quale certi "tic" linguistici, determinati intercalari, modi di dire modaioli ammorbano le nostre conversazioni.
Io devo dire che trovo sempre più insopportabile, a giustificazione di qualunque cosa, l'utilizzo del rassegnato «meno peggio» ad indicare scelte e situazioni che non soddisfano, ma che debbono essere considerate come una soluzione accettabile rispetto ad altri scenari preferibili ma non raggiungibili.
Ne ha scritto nei suoi quaderni pure Antonio Gramsci, che la butta ovviamente in Politica: «Il male minore o il meno peggio (da appaiare con l'altra formula scriteriata del "tanto peggio tanto meglio"). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che "peggio non è mai morto")».

Valanghe: e non si dica che non si sa!

Confesso le mie colpe: da ragazzino, con gli sci normali di una volta, senza casco e con attrezzature per nulla tecniche capitava di andare a finire - magari con qualche amico più in gamba - in neve fresca.
Non avevamo nessuna particolare competenza in merito e all'epoca non c'erano "bollettini valanghe" ed informazioni meteo precise e neppure attrezzature come l'"Arva" per darsi qualche sicurezza in più. Il pericolo di valanghe esisteva, ma avevamo molte ragioni per non prenderlo del tutto sul serio per semplici ragione: autoctoni e villeggianti - uniti dal destino di sciare in compagnia, che è una cosa bellissima - eravamo fondamentalmente degli ignoranti.
Non che fossimo totalmente digiuni: il fuoripista vero e proprio, quello spaziando dappertutto, lo facevamo su neve trasformata, cioè dura, in periodo primaverile. Sapevamo - come regola ferrea - che appena faceva troppo caldo si smetteva di andare in certe zone.

Se il calcio mi vuole oscurare Pellegrino

Non sia considerata un provocazione e neppure un atteggiamento supponente, ma credo davvero che si possa vivere senza il Calcio. Lo scrivo sulla base di una certa indignazione dopo la bella vittoria - riscatto contro i gufi che lo aspettavano al varco - del fondista valdostano Federico Pellegrino, diventato campione del mondo nello sprint a tecnica libera a Lahti, in Finlandia, con un arrivo mozzafiato per lui che si sforzava e per noi in poltrona a seguire gli ultimi metri con il batticuore.
Il giovane di Nus, con la morosa walser che lo ha fatto trasferire nella Valle del Lys e lo ha inquadrato anche come atleta, è un ragazzo simpatico, che ho conosciuto in un'intervista radio quest'estate.
I campioni veri si vedono dalla loro stoffa umana e lui si avverte subito che è una persona a posto, con la testa sul collo e una bella vita familiare, dotato di quella grinta che differenzia lo sportivo travet da chi sa guardare al podio.

Il giornalismo da decano

Passano gli anni, si susseguono le stagioni e ogni tanto legittimamente faccio il punto della situazione e la cosa più importante resta per me il mio lavoro vero, quello del giornalista.
Anche se la Politica è un diavoletto che mi punzecchia sempre con il suo forcone e proprio in questo periodo vivo il piacere, con "Mouv'", di un momento nascente. Per altro entrambe le mie passioni le ho sempre vissute in un felice bipolarismo professionale. Oggi di conseguenza mi sento un decano per tutte e due e sono ancora ben distante da certe magari auspicate - da altri che rosicano - rottamazioni.
Comunque sia, il giornalismo l'ho sempre tenuto vivo anche quando ero politico a tempo pieno. Certo ho avuto la chance di aver vissuto pagine bianche anche assai originali, come l'impagabile effervescenza della stagione delle Radio e delle Televisioni private, stagione che avrebbe fatto maturare anche un somaro.

A Sanremo vince il cazzeggio

"Essere o dover essere / il dubbio amletico contemporaneo / come l'uomo del neolitico / nella tua gabbia due per tre mettiti comodo / intellettuali nei caffè, / internettologi / soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi / L'intelligenza è démodé / risposte facili, dilemmi inutili / AAA cercasi (cerca sì) / storie dal gran finale / sperasi (spera sì) / comunque vada panta rei / and singing in the rain".

Chissà che fine faranno i giornali

C'è qualche cosa di divertente al limite del grottesco nel fatto che in televisione ed in radio ci siano sempre nelle trasmissioni di approfondimento i direttori dei giornali italiani. In una specie di perenne diminutio del giornalista radiotelevisivo che sembra essere considerato un impedito buono a reggere il microfono ed a fare la valletta, sono loro ad assurgere al nobile ruolo di "esperti", che parlano di argomenti vari, prendendosi molto sul serio.
Peccato che - dati alla mano - i quotidiani stiano andando a picco e dunque è legittimo dubitare di tanta tuttologa autorevolezza.
Spesso viene da chiedersi quando mai questi direttori, fra una comparsata e l'altra, si occupino del loro lavoro e come si pongano rispetto alla crisi dell'editoria e al suono di campane a morto che attraversa in modo lugubre il mercato.

Noi e il nostro smartphone

Su "Prima", a conforto di molte idee che mi sono fatto sull'incidenza del telefonino sulla nostra vita, trovo dei dati molto interessati e in cui alla fine ci si specchia per verificare i propri comportamenti ed il rischio di eccesso di certe tecnologie digitali sulla nostra vita di tutti i giorni.
Per questo trovo giusto cominciare con i casus belli nella quotidianità: "Sempre più attaccati allo smartphone, fino al punto di perdere ore di sonno e discutere con i propri cari, incassando richiami non solo dai partner ma anche dai figli. Questo il profilo degli italiani che emerge dalla "Global Mobile Consumers Survey 2016", la ricerca di Deloitte che delinea le tendenze relative alle abitudini e ai comportamenti degli utenti connessi tramite smartphone e tablet. Realizzata in trentuno Paesi in tutto il mondo, la versione italiana ha coinvolto duemila persone, di età compresa tra i 18 e i 75 anni".

La cronaca nera, quando il troppo stroppia

Leggo sempre, quando scorro un giornale, le lettere dei lettori. Sarà che la presenza di un quotidiano in casa sin da bambino mi aveva abituato a sbirciare le curiosità derivanti dalla famosa rubrica de "La Stampa", "Specchio dei tempi", ma quel che è certo che sfogliando quotidiani e settimanali guardo sempre che cosa si dice.
Lo faccio anche con la pagina quotidiana della Valle d'Aosta su "La Stampa", anche se il numero degli scriventi - è da sempre così da noi - è così limitato da permettere di scoprire, scorta la firma, quale sarà grossomodo il filone seguito. Ma alla fine ci si affeziona, come avviene con le firme del giornale.
Non me ne stupisco perché si sa che questo valeva in passato anche per le radio private o per le televisioni locali e vale anche per le lettere scritte, sapendo poi che alcuni chiedono - e sono contrarissimo - di celare la loro identità dietro il comodo "lettera firmata".
Oggi guardavo il "Corriere della Sera" e trovo questa lettera breve e preoccupata, che così dice:
«Caro direttore, sono esasperata e molto arrabbiata. Perché i telegiornali sia nazionali, sia locali danno notizia di delitti e tentati delitti? A che cosa e a chi servono?».

Il 2017 cruciale per l'Europa

Sarà il pasticciaccio brutto delle vicende grilline sul Parlamento europeo, ma per qualche ora sembra riaccendersi il faro sulle vicende dell'Unione europea, finita in un cono d'ombra inquietante per chi, come me, scrive da tempo, avendo anche vissuto l'esperienza politica comunitaria, e spera sempre in una ripartenza su nuovi presupposti della vecchia e indispensabile integrazione europea.
Trovo su "Obs" un articolo molto stimolante di Raphaël Glucksmann, che risponde quasi del tutto - non certo sul dispiacere per l'avventura in discesa di Matteo Renzi - a certi miei pensieri sullo stato dell'Europa e per questo mi permetto di proporlo ai miei lettori.
Ecco l'incipit: «Longtemps on se souviendra de 2016, annus horribilis du projet européen. Du Brexit à la destruction d'Alep, chef-d'œuvre macabre de Vladimir Poutine soulignant notre impuissance en mondovision, de la débâcle de Matteo Renzi à l'alliance russo-turque à nos portes, en passant par une primaire de droite, en France, qui n'eut pas une minute à lui consacrer en huit heures de débats, tout a, dans l'année écoulée, illustré et nourri la crise que traverse l'Union européenne. Une crise que l'élection américaine éclaira soudainement d'une lumière apocalyptique».

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