Per fortuna che c'è l'Europa

Dirsi europeisti di questi tempi vuol dire scontrarsi troppo spesso con chi non capisce un tubo, ma subisce un quotidiano lavaggio del cervello di chi odia l’Europa e le ascrive qualunque responsabilità. Un tempo mi giravano le scatole e combattevo sul tema, senza omettere critiche e insoddisfazioni verso questa Unione che abbiamo. Ho poi deciso di lasciar stare nel nome del quieto vivere e della considerazione che chi meno sa e più è combattivo, chiuso nella sua gabbietta di certezze, tipo criceto nella ruota.
In questa fase, tra l’altro, si attendo gli aiuti comunitari all’Italia, che non può fare la schizzinosa, ma è anche vero che la componente pentastellata del Governo Conte freme, perché vuole restare al Governo perché sa bene che il consenso popolare sta finendo, per cui attualmente – come fa per altre cose il PD, che ormai non si può neanche più vedere – deve far finta che il loro feroce antieuropeismo sia stato dismesso, mentre è nel loro DNA.
ùLeggevo un articolo interessante di Pierre Haski su L’OBS: “Une nouvelle fois, c’est dans la crise que l’Europe avance. La négociation n’est pas terminée mais l’optimisme est de mise à Paris, Berlin et Bruxelles, après l’annonce du plan de relance de la présidente de la Commission européenne, Ursula von der Leyen. Reprenant en partie celui qu’avaient présenté une semaine plus tôt Emmanuel Macron et Angela Merkel, il a créé la surprise : il accepte pour la première fois un endettement commun des 27 pays de l’UE pour des subventions budgétaires – et pas seulement des prêts – aux régions et secteurs les plus touchés par la pandémie. C’est un test « existentiel » pour l’Europe ; il est en passe d’être réussi.
La suite dira si ce geste est aussi « historique » qu’il y paraît, mais il représente assurément un moment important dans les annales de la construction européenne. Un moment pas nécessairement «hamiltonien» – d’après Alexander Hamilton, qui, en 1790, avait convaincu les tout jeunes Etats-Unis de créer une dette commune, consolidant les bases du fédéralisme américain – comme on l’entend, car il ne s’agit pas encore d’un mécanisme permanent mais d’un coup unique, lié à des circonstances exceptionnelles. Il n’empêche, cette expression de solidarité était attendue, nécessaire, face aux effets destructeurs de cette pandémie qui n’a pas frappé le continent de manière égale. Son absence aurait signifié qu’il n’y a pas de conscience d’un « destin commun » des Européens et que la vision thatchérienne d’une construction purement économique l’avait emporté”.

Perché l'aula è insostituibile

Non so se sia chiara la sfida che riguarda il mondo della scuola in vista della riapertura a settembre. Appare ormai chiaro come, a differenza di altri Paesi colpiti dal virus, da noi non si aprirà nulla, e anzi, la tentazione pare essere quella di formule miste (aula e collegamento digitale) che rischiano alla ripresa di creare un mostro contro i nostri figli, nel nome di non si sa bene che cosa, se non di paure ridicole e di interessi corporativi.
Leggo su "La Stampa" Donatella Di Cesare, filosofa, saggista ed editorialista, che ha sottoscritto l'appello di sedici intellettuali contro la prospettiva di un "modello di scuola in remoto".
Quel che dice è quel che penso anch'io e lo scrivo da settimane, trovando ridicolo chi mi chiede se mi conviene politicamente, indicandomi chi in Valle d'Aosta dice il contrario per bieca convenienza elettorale, perché gli insegnanti sono una cospicua massa di voti e di tessere sindacali.
Dice l'articolo: «La didattica a distanza avrebbe dovuto costituire un ripiego temporaneo - solo qualche settimana - ed essere perciò considerata con tutte le precauzioni. Adesso, con il passare del tempo, vengono alla luce tutti i limiti. Anzitutto è ormai evidente che si finisce per perdere il contatto proprio con gli scolari delle famiglie più disagiate, quelli che non hanno il wifi, che vivono in condizioni di sovraffollamento domestico. La distanza accentua le discriminazioni. Ma il punto è inoltre che la scuola non può essere concepita come un flusso di nozioni che passano attraverso il web e raggiungono l'obiettivo, cioè chi dall'altra parte dovrebbe imparare. Questo significherebbe travisarne completamente il ruolo, il significato, lo scopo. E bisogna dire che in questo momento è altissimo il rischio, nel nostro Paese, che tutto il sistema formativo scivoli nel baratro».

Il presidente Testolin non risponde

Raramente sulla pagina locale de "La Stampa" viene pubblicato un editoriale ed oggi il fatto che ne sia uno indirizzato al presidente della Regione, Renzo Testolin, appare come un messaggio forte, che mette in gioco due cose: il diritto dei valdostani di sapere e il diritto-dovere dei giornalisti di svolgere a pieno il proprio lavoro di informare.
Una posta in gioco essenziale in una democrazia e par di capire che i silenzi del presidente, che si sommano a sconcertanti atteggiamenti che l'editoria ricorda bene, abbiano raggiunto un livello tale da obbligare ad una presa di posizione senza peli sulla lingua e mi auguro che Ordine dei Giornalisti e Sindacato Stampa Valdostana facciano sentire la propria voce a tutela della libertà di stampa.
Nessuno può essere sordo o tirare dritto quando una crisi come quella del "coronavirus" colpisce una comunità, perché questa situazione, che già ha sospeso molte libertà, non mi risulta abbia sospeso la libera informazione e gli obblighi di rispondere alle domande poste.
Già i meccanismi delle conferenze stampa mi avevano lasciato perplesso, ma la fotografia definita dall'editoriale della pagina valdostana del quotidiano torinese, diretta da Stefano Sergi, non lascia ombre o dubbi sul giudizio da dare.

La mediocrità in Politica

"Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia lo lessi per la prima volta in quarta Ginnasio e feci una figuraccia quando - della mafia sapevo poco - dovetti illustrare il libro alla classe e dissi che il capomafia del libro, don Mario Arena, era un prete, ingannato dal titolo di "don", che in Sicilia è appannaggio di chi ha ruoli di comando nella malavita.
Ma il libro, per il resto, mi era piaciuto molto e spesso nella mia vita è tornata quella citazione, messa in bocca proprio ad Arena nel colloquio con il capitano dei Carabinieri Bellodi, emiliano ed ex partigiano, uomo che crede fermamente nei valori di una società democratica e moderna.
Dice Arena: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo».

Prime indicazioni sul Turismo estivo

Brancolare nel buio per le proprie vacanze è già brutto, ma lo è ancor di più quando, vivendo in una Regione turistica come la Valle d'Aosta, si fa parte della preoccupazione collettiva su cosa avverrà questa estate e persino nella prossima stagione sciistica.
L'ineffabile Giuseppe Conte, illustrando il suo ultimo Dpcm (certe materie dovrebbero - lo ripeterò ogni volta - essere previste in decreto legge!), è stato vaghissimo sul turismo, destinato tra l'altro anche in zona alpina a partire tra un mesetto.
Ora la sempre informata Fiorenza Sarzanini sul "Corriere della Sera" fornisce notizie assai utili in prima pagina del giornale.
L'inizio è bruciante: «Esclusa la possibilità di andare all'estero, l'estate si trascorrerà in Italia. Ma sarà possibile andare al mare o in montagna? Quando si potranno raggiungere le seconde case? E soprattutto, ci si potrà spostare da una regione all'altra? A queste domande dovrà rispondere nelle prossime settimane la "cabina di regia" dopo aver sentito il parere degli scienziati. E partirà dalle regole già contenute nel decreto sulla "fase 2" dell'emergenza da "coronavirus" in vigore dal 4 maggio. Nel provvedimento vengono fissati criteri e parametri che dovranno essere rispettati dalle Regioni per tenere in attività le aziende e programmare le ulteriori aperture di negozi e locali. Linee guida che dunque varranno anche per il turismo. E dovranno tenere conto della capacità ricettiva delle località, paragonando il numero di abitanti durante l'inverno e quello previsto con l'arrivo di turisti e vacanzieri».

Cosa ne sarà del turismo estivo?

Parlare di vacanze appare in questa fase come un'attitudine maldestra.
Il "coronavirus" ha falciato e falcerà molte vite e chi è stato malato racconta spesso di questa brutta malattia come in un incubo. E immaginare cosa fare questa estate fa venire un senso di colpa pensando anche a chi lavora duro nel sistema sanitario e sembra di pessimo gusto rispetto ai molti che tribolano per la crisi economica, che è solo all'inizio se non si trova il modo per stoppare il virus e la sua insinuante presenza nei mesi a venire, aspettando il vaccino come unica arma definitiva.
Se invece cambiamo prospettiva e non pensiamo alle nostre vacanze, come per altro è legittimo fare come valvola di sfogo che ci fissi un orizzonte che potrebbe purtroppo dimostrarsi come un miraggio, allora si tratta di pensare al Turismo, anche in salsa valdostana. Ho amici, a tutti i livelli della filiera turistica, che vivono il presente con grande angoscia e tutto peggiora ancora immaginando l'estate che verrà e nessuno sa se i turisti verranno e come verranno.
Ma soprattutto non si sa come funzionerà l'accoglienza e quali saranno le regole per trasporti, soggiorni, pubblici esercizi, attività all'aria aperta e tutto il resto che si interseca nel vasto puzzle del turismo di massa.

Danser avec le virus

Leggo sull’edizione domenicale del "Journal de Montréal", nel lontano Québec, un’inchiesta molto articolata sul maledetto "coronavirus" e su quanto la scienza sta studiando per il futuro per superare quella pandemia che assilla ormai tutto il mondo e questo non consola, ma certo catalizza molte energie intellettuali per trovare rimedi scientifici.
A chiudere l’insieme ricchissimo di informazione, c’è un editoriale di Claude Villeneuve, che vorrei qui riportare per la disarmante e convincente chiarezza con cui si esprimono concetti che dovrebbero essere il punto di riferimento per il nostro futuro. Come leggerete, ciò avviene senza contare storie o infilarsi in previsioni azzardate, ma - come si dice - esponendo "pane al pane e vino al vino" come ci si debba abituare a novità che pure potranno non piacervi, ma regoleranno la nostra vita.
Questo l’incipit: "«Il y a une bonne et une mauvaise nouvelle, dans le dossier présenté par "Le Journal" sur les recherches pour trouver un remède au nouveau coronavirus. La bonne, c’est qu’il s’agit sans doute de l’aventure humaine qui, jusqu’ici, aura mobilisé la plus grande quantité d’intelligence en même temps. Ni le développement de la bombe atomique, ni la conquête spatiale, ni la recherche contre le cancer, ni l’étude des changements climatiques ne se seront vu consacrer autant de ressources et d’énergie et n’auront surtout fait l’objet d’une aussi grande collaboration entre les labos».

Carta igienica e bidet ai tempi del "coronavirus"

Una mia amica, che manda cronache dalla sua vita negli Stati Uniti, mi aveva annunciato, alcune settimane fa, la crisi la mancanza di carta igienica negli ipermercati americani... Scriveva con grande sintesi: «Il prodotto scomparso per primo è stata la carta igienica: questo dimostra in primis la mancanza del bidet nelle loro vite e in secundis l'errata alimentazione».
Scrive ora ilpost in una sua inchiesta: "Oggi, a causa della pandemia da "coronavirus", decine di migliaia di supermercati in tutto il mondo si sono ritrovati nella stessa situazione. Davanti ai grandi acquisti fatti dalla popolazione spaventata in quarantena, la grande distribuzione ha faticato a mantenere le forniture di beni di prima necessità, come latte e pane, ma anche quella della carta igienica. Da Hong Kong agli Stati Uniti passando per la Germania, i suoi rotoli sono divenuti un bene quasi introvabile.
Numerosi esempi indicano che si tratta di un problema globale, ma che non ha colpito tutto il mondo allo stesso modo. Innanzitutto sembra che i paesi in cui si utilizza il bidet siano quelli che ne hanno sofferto meno. Non ci sono notizie di mancanza di carta igienica che arrivano dall'Italia o dal Portogallo, dove è obbligatorio installare bidet nei bagni fin dagli anni Settanta. Sembrano risparmiate anche la Francia, dove la percentuale di case con bidet, in forte calo, rimane comunque intorno al 40 per cento, la penisola balcanica e la Grecia. Nemmeno in Medio Oriente e nella gran parte dei paesi musulmani, dove sono diffusi il bidet o le sue alternative (in genere una sorta di doccia accanto al water), sembrano patire in modo particolare la mancanza di carta igienica"
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Come non pensare al nostro respiro?

Massimo Sebastiani su "Ansa" propone una parola alle settimana e colpisce la scelta intelligente di dedicarsi alla parola "Respiro". Ovvio il collegamento con l'attualità e le malattie cagionate dal famoso "covid-19", che ci ha riportato alle nostre primarie funzioni vitali.
Sebastiani comincia citando una celebre canzone, le cui prime strofe recitano «Respirare, respirare nell'aria, non aver paura di preoccuparti, parti ma non lasciarmi, guardati intorno, scegli il tuo terreno, a lungo vivi e voli alto, darai sorrisi e piangerai lacrime». ”Breathe in the air", cantavano i Pink Floyd in quello che qualcuno definirebbe il brano più iconico, insieme a "Another Brick in the Wall", della band. "Breathe" era sostanzialmente il pezzo d'apertura dell'album che ha fissato per sempre i Pink Floyd nell'empireo del rock, "The Dark Side of the Moon", un lavoro che Roger Waters, ormai diventato il vero leader del gruppo, immaginò come un concept album dedicato alla follia generata dalle costrizioni, cioè, in fondo, dalla mancanza di respiro. E' stata la prima frase di Mattia, il 38enne di Codogno divenuto celebre suo malgrado come paziente 1, a riportarci di fronte alla semplice bellezza del respiro».

L'antiretorica di Quirico

Domenico Quirico è un inviato coraggioso de "La Stampa" dalla prosa chiara e diretta, che ha usato in scenari di guerra in tutto il mondo, descrivendo drammi con grande capacità descrittiva, compreso il suo quando venne rapito in Siria.
Sul suo giornale - immagino portando sulle spalle la visione di tante tragedie umane - ha scritto un pezzo antiretorico contro il rischio che messaggi positivi per caricare le persone di fronte all'epidemia scadano in una caricatura o persino in gesti irrispettosi o senza coscienza di cosa si sta vivendo in certe zone flagellate, che purtroppo non saranno le sole a subire certe atrocità.
Così Quirico: «Vedo appesi a balconi e finestre cartelli con la scritta perentoria "tutto andrà bene", addobbata spesso di soli sfavillanti e fiori variopinti; disegnati, mi sembra, dalla mano di bambini, un espediente per interrompere la noia delle giornate chiusi in casa. All'ora fissata scattano in città e paesi le note di canzoni, inni, bric a brac musicali in cui ognuno cerca di far rumore: come nei riti primitivi, per spaventare gli spiriti maligni della malattia e della morte».

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