La Catalogna e il silenzio degli intellettuali

Il silenzio sulla Catalogna è una vergogna per l'Europa e lo è per quella marea di intellettuali europei che sono pronti - ad ogni piè sospinto - a formare appelli per qualunque cosa, spesso anche per cause che, a bocce ferme, si dimostrate cause perse, se non sbagliate. Invece sui fatti gravissimi di Barcellona in troppi, spesso verbosi per fatti distanti, sono stati zitti o hanno persino ciecamente sposato le tesi inqualificabili di Madrid e della sua sterzata liberticida.
Per questo ho letto con interesse e condivisione quanto scritto sul quotidiano belga "Le Soir" dal filosofo Daniel Salvatore Shiffer.
Ecco un pezzo del suo editoriale, che ricorda all'inizio dell'arresto in Germania di Carles Pudgemont, già Presidente catalano, derivante dal mandato di cattura internazionale, già sgonfiato dai giudici tedeschi che negano l'esistenza del reato di ribellione, non essendoci stata violenza nella scelta indipendentista: «Certes ne nous appartient-il pas de nous immiscer dans les affaires internes d'un pays souverain - l'Espagne, en l'occurrence - ni de nous prononcer donc sur l'indépendance, ou non, de l'une de ses régions, la Catalogne précisément. Je serais même plutôt enclin à plaider, en ce qui me concerne, pour un pays unifié».

Europa, se ci sei batti un colpo

«Europa, se ci sei batti un colpo!». Così il mio amico occitano, Mariano Allocco, con cui commentiamo da mesi la questione catalana, attacca sin dal titolo una vicenda su cui ci scambiamo da mesi dei pensieri. Lui più pessimista, io più ottimista.
Temo avesse ragione lui sul ruolo rinunciatario dell'Europa, se non apertamente repressivo sulla linea di una Spagna che ha il volto più franchista che democratico.
Ciò vale anche per gli Stati che tacciono sull'accusa di "ribellione" verso indipendentisti non violenti per natura e per scelta politica. Così i tedeschi, esecutori del mandato di cattura internazionale, hanno incarcerato - come avvenuto a Barcellona per decine di esponenti e militanti - quell'ex Presidente Carles Puidgemont, che ha sempre agito alla luce del sole con procedure democratiche.
Una vergogna che indigna e preoccupa e che segna un solco profondo.

L'Europa nel mirino

La vedo dura per chi, in Italia, cerca di difendere l'Europa. Non questa Unione in particolare, che so bene essere piena di falle, ma il processo di integrazione europea, che qualcuno vorrebbe bloccare. Manca il passaggio per capire che cosa dovrebbe essere: in Italia il maggior pacchetto di voti li hanno presi gli anti europeisti, che vagano sul tema in un vuoto culturale, fatto di slogan e di gran cavalcate di paure e incazzature.
Si chiama, anche se gli interessati nicchiano, "populismo" è proprio l'indeterminatezza dei piani futuri spaventa non solo i partner europei e Bruxelles, ma dovrebbero essere preoccupati gli italiani in lizza per una retrocessione.
Una "serie B" europea che potrebbe farci molto male, ma chi orchestra queste mosse ha saputo amplificare difetti e pucciare il biscotto nei disagi ed ha cavalcato l'onda, dando l'idea che senza Europa si decollerà.
Chapeau a loro e stupidi noi europeisti, che abbiamo ceduto alla marea nera, incapaci di spiegare che questo porterà lacrime e soprattutto sangue. D'altra parte alcuni vincitori guardano - roba da incubo - al rinominato zar Vladimir Putin, pericoloso dittatore, nato come spia del "Kgb", un nome e una garanzia.

Almeno una Université d'été!

Sono ufficialmente un disco rotto. Come capitava con il vinile quando la puntina si impuntava ripetendo il pezzo di motivo all'infinito.
Eppure se torno su certi punti lo faccio ritenendo che il chiodo vada piantato in profondità.
Ennio Flaiano, caustico com'era, diceva: «I nomi collettivi servono a fare confusione. "Popolo, pubblico..." Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri».
Ben detto, direi perché i valdostani non sono un'entità astratta ma persone ciascuna con la propria personalità e non sono neppure individui cui fare l'esame del DNA per scoprire la loro esatta origine o di cui studiare una supposta purezza derivante da albero genealogico.
Anzi anche una piccola comunità come la nostra non deve temere le diversità e farne ricchezza.

La parete mobile della moralità

Dopo le elezioni Politiche, per fortuna sulla dirittura d'arrivo, ci saranno le elezioni Regionali e per la Valle d'Aosta questo significa niente altro che una lunga campagna elettorale in apnea, che diventa sfibrante per chi la fa e per chi - coi chiari di luna che ci sono - la subisce.
Perché sia chiaro che esiste una fatica diffusa in quella che un tempo si chiamava opinione pubblica. Io stesso confesso che guardando certe trasmissioni televisive mi sono venute crisi alla Hulk e lo stesso vale per certi comizi locali con dichiarazioni degne dei paradossi di "Alice nel Paese delle Meraviglie".
Avete presente? «Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato loro essere altro».
Chiaro?

Io con Baglioni ero bipartisan

"Rolling Stone Italia" è una rivista mensile in edicola da una decina d'anni, riprendendo il titolo del celebre giornale liberal americano.
Ovviamente la musica è l'aspetto principale e non caso, dopo "Sanremo", Max Deliso ha scritto di Claudio Baglioni, patron della rassegna musicale con ascolti stellari. Raccontando una storia che mi ha fatto sorridere, perché mi ha riportato a quando ero ragazzo.
Così l'inizio: «Claudio Baglioni per i maschi della mia generazione, era quello che scriveva le canzoni d'amore che le ragazzine ascoltavano in estasi quando si innamoravano e in lacrime quando venivano lasciate, e stava nettamente sul cazzo per il fatto che tutte, ma proprio tutte, erano incondizionatamente pazze di lui. Musicalmente, i maschi della mia generazione, ascoltavano altro, il cantautorato di De André, di Guccini, l'hard rock dei Black Sabbath, dei Deep Purple, degli Uriah Heep, i Led Zeppelin, ma la fighetteria snob, che detto così ora fa ridere, si sbrodolava e commentava la batteria di Phil Collins in "Supper's Ready" dei Genesis, o le fughe di Emerson in "Trilogy" e che gran pezzo fosse "The Endless Enigma", per non parlare degli Yes, dei Pink Floyd, perché il Prog faceva tendenza, oltre che piacere, e se per caso nominavi gente come Baglioni senza dire, come gli Squallor, "Bagliore", venivi preso a calci in culo e bandito dalla comunità».
Io, invece, ho sempre ascoltato Baglioni, in una logica bipartisan, visto che ascoltavo anche tutti quelli appena citati.

Macerata è un punto a capo

Il fascista che a Macerata ha sparato dalla macchina contro i migranti - e non c'è scappato il morto solo per combinazione - è un criminale, che va processato e condannato.
Non esiste alcun terreno neutro rispetto al pubblico disprezzo necessario verso chi sceglie forme di violenza di questo genere e neppure una briciola di giustificazione o peggio di ambiguità, come si è visto con dichiarazioni di vaga comprensione con il misurino di chi vuole ottenere voti anche da chi fa schifo con la logica di tapparsi il naso.
Chi semina il vento dell'odio come soluzione a problemi politici fa solo peggiorare la situazione e diventa un irresponsabile se intende approfittare di situazioni difficili e serie per farsi pubblicità nel nome dell'ordine con vecchi slogan che fanno venire la pelle d'oca. Certi mostri e fantasmi del passato non sono spariti per sempre, ma possono tornare sulla scena in questi tempi difficili in cui rischia di emergere chi grida più forte e sa cavalcare certo qualunquismo forcaiolo.

I curdi e l'ingiustizia nel Diritto internazionale

Tanti anni fa conobbi ad Aosta un giovane curdo, di cui non so quale sia stato il destino, e mi feci raccontare da lui - proveniente dalla zona occupata dai turchi - cosa avvenisse in quelle zone e successivamente ricevetti una piccola delegazione della comunità presente in Italia nel mio ufficio a Montecitorio e feci alcune iniziative parlamentari su di un tema, la "questione curda", piuttosto misconosciuto e lo è anche in queste ore in cui la Turchia conferma il suo volto feroce verso questo popolo.
Altre iniziative le feci a Bruxelles, al Parlamento europeo, quando sembrava molto vicina l'adesione dei turchi all'Unione europea, oggi definitivamente accantonata e non solo per la evidente persecuzione verso i curdi.
Eppure un territorio per uno Stato vero e proprio del Kurdistan esiste: sono i 550mila chilometri quadrati in parte della Mesopotamia, oggi divisi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi, popolo antichissimo e di montagna, sono fra i trentacinque e quaranta milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita. Ma esiste un'enorme comunità curda in diversi Paesi del mondo, dov'è emigrata forzatamente, pur mantenendo una sua identità ed un legame con le comunità d'origine.

«Vieni avanti, cretino!»

La mia generazione ha esatta contezza dell'origine di una frase scherzosa, diventata proverbiale in certi dialoghi ancora oggi.
Si tratta di «Vieni avanti, cretino». Come dimenticare - nella vecchia televisione in bianco e nero - Walter Chiari e Carlo Campanini nell'imitazione dei fratelli De Rege. Lo schema è quello solito e ripetitivo nelle scenette: Campanini fa la "spalla" e chiama in scena il comico protagonista principale con il già citato «Vieni avanti, cretino!». E Chiari - fantastico affabulatore - recita appunto la parte del cretino con naso, baffi finti, e bombetta calcata sulla testa. Il primo cerca di interloquire ma si arrabbia con l'altro balbettante e biascicante.
Capita nelle ultime vicende politiche in Valle d'Aosta di assistere a scene del genere: il cretino di turno sui "social" commenta - tirando in ballo me o "Mouv'" - certe scelte sulle politiche di queste ore.
Naturalmente sa poco e sentenzia.

I limiti della rivoluzione digitale

Sono un tifoso della rivoluzione digitale, anche se appartengo alla generazione della carta.
Il massimo della tecnologia, quando ho cominciato a fare il giornalista, era la macchina da scrivere elettrica, meno faticosa di quella meccanica. Ricordo bene le telescriventi del tempo che fu che battevano le notizie d'agenzia e la prima volta che ho visto, con la carta chimica che si arrotolava, il miracolo del fax con un foglio che - tipo "Star Trek" - entrava da una parte ed usciva a chilometri di distanza.
Per chi faceva radio si lavorava sul nastro, tagliando sospiri e parole con le forbici e rimettendo assieme il discorso con un pezzo di nastro adesivo. In televisione si viaggiava con la logica, sempre su nastro ("Ampex"), del riversamento. Poi piano piano la digitalizzazione ha creato una traccia vocale e tracce video, rendendo tutto molto diverso.

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