Pannella, morto un anno fa

Un anno fa moriva Marco Pannella, personalità della politica italiana che avevo molto ammirato da ragazzo e che poi ho avuto la fortuna di conoscere a Roma e poi a Bruxelles.
Era una specie di gigante sorridente, con una dialettica fuori dal comune, e una voglia di vivere senza schemi, nuotando senza paure controcorrente come sfida perenne e divertita.
Ho già raccontato di come si sentisse - per via della nonna vallesana, che lo aveva cresciuto con un francese impeccabile - un pochino alpino, anche se la sua montagna di teramano era il Gran Sasso. Mi chiedeva spesso delle "nostre" montagne sotto il Gran San Bernardo.
Essendomi più volte iscritto al Partito Radicale, perché condividevo certe battaglie per i diritti civili, che sono il sale della democrazia, mi considerava un interlocutore amichevole e non a caso - ogni volta che mi candidai - mi fece avere il suo appoggio, come ben sapeva il radicale valdostano di origine unionista Marino Pasquettaz.

Pensieri sul "caso Etruria"

Mi è capitato, come testimone in Tribunale, di leggere quella formula che così recita: «Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza». E' un momento, anche se non sei imputato (non ho mai avuto condanne penali), che ti emoziona, perché ci si sente come intimiditi di fronte alla solennità della Giustizia.
Quella Giustizia cui, in uno Stato di Diritto, si assegna un ruolo cardine e devo dire di averne sempre avuto il massimo rispetto, pur soffrendo in certe circostanze, sia quando mi trovai di fronte a un interrogatorio aggressivo per una vicenda che riguardò una vicenda che riguardava un mio diritto di parlamentare per una visita al carcere (la Camera dei deputati bloccò il procedimento per la manifesta infondatezza), sia quando vidi sparire nel nulla vicende a mia conoscenza che invece sarebbero state meritevoli di interesse degli inquirenti (come le turbine cinesi di "Cva" su cui ora finalmente si indaga).

Perché Chanoux non sia un santino

Essere un mito, malgré toi, è sempre difficile. Dico "malgré toi" perché ho sempre pensato come un uomo simbolo della storia valdostana, Émile Chanoux, sposato con due figli, non avrebbe certo voluto morire per offrire ai posteri l'immagine, che invece giustamente ha, di martire della Resistenza valdostana.
I casi della vita - e la ferocia dell'epoca nazifascista, che lo vedeva come il "pericolo pubblico numero uno" - hanno purtroppo spezzato la sua vita - non aveva ancora quarant'anni - quel fatale 18 maggio del 1944.
Data che ha segnato, come la sua scomparsa, un buco nero nella storia valdostana, perché nulla sarà più come prima ed un brivido di dolore percorse tutta la Valle.

Lavoro e mughetti: il 1° maggio

Capisco che le celebrazioni hanno il limite di scadere nella ripetitività e in certi casi - vedi "1° Maggio" - si perde quell'afflato collettivo che in certi tempi faceva da collante almeno in certi milieu sociali.
Ricordo da bambino certe manifestazioni operaie o studentesche, che oggi sarebbe impensabili. Oggi è pieno di militanti da tastiera più che da comizio o da corteo, ma non è certo la stessa cosa.
Adriano Olivetti fu un industriale illuminato ed un federalista nel nome di Comunità e disse del Lavoro una cosa molto semplice: «Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo».

L'Inferno e non il Paradiso per gli islamisti

Nei giorni di Pasqua ero a Parigi e anche questa volta sono stato agli Champs-Elysées, meta turistica classica, cui non si può sfuggire nella suggestione del "tout Paris", che quella zona finisce per incarnare a perfezione.
Tra l'altro, vista una certa frequentazione del passato, ho del tutto presente quel pezzo di vialone davanti a "Mark & Spencer" dove un terrorista islamico ha assaltato un mezzo della polizia, uccidendo un poliziotto, venendo poi a sua volta abbattuto.
Non ci sarà per lui di certo - maledetto! - un pezzo di Paradiso, quello che si illudono di ottenere uccidendo in modo feroce persone innocenti. Evidentemente lo zotico che ha imbracciato il fucile mitragliatore non saprà neppure che cosa siano i Campi Elisi, che per la mitologia greca e romana è il luogo nel quale, dopo la morte, dimoravano le anime di coloro i quali erano i più amati dagli dei.
A lui, invece, lo aspettano - se esistono - gli Inferi più profondi di qualunque religione.

Quel portafoglio sparito

Ci sono circostanze spiacevoli, ma non terribili, specie se comparate ai problemi veri. Ci pensavo non a caso l'altro giorno all'aeroporto "Charles De Gaulle" di Parigi, quando un nugolo di forze dell'ordine e di militari hanno bloccato nervosamente l'ingresso agli imbarchi delle Partenze con un andirivieni di artificieri, nel pigia pigia della folla di viaggiatori, che non prometteva nulla di buono.
Era, per fortuna, un falso allarme, ma serve sempre a misurare come nelle insidie della vita ci si possa trovare nel momento giusto nel posto sbagliato.
Per cui ogni cosa che sia al disotto del rischio reale finisce per essere una scocciatura da incassare senza farne troppi drammi.

Le musiche di Pasqua

Mi accingo a dedicare alla Pasqua una trasmissione radiofonica, con i mestieri e professioni che abbiano a che fare con questa Festività. Mancheranno al microfono, ma ci saranno dopo Pasquetta, i religiosi, per i quali è evidente il tour de force nel corso della Settimana Santa.
Non si può che dare per scontato come per i cristiani la Pasqua sia la festa per eccellenza, visto come la morte e la resurrezione sono uno degli snodi del patrimonio di questa nostra religione. Ma quel che colpisce è che non esiste alcuna possibilità di reale comparazione con il successo religioso e laico del Natale, giorno della nascita di Gesù. La Pasqua ha una dimensione infinitamente inferiore bei fenomeni sociali e di costume.
Faccio un esempio banale: tolte le filastrocche, le canzoncine, la musica sacra non esiste quel repertorio natalizio che invece è impressionante.

Oggi, che piove

Piove: mi aggiro con un grosso ombrello "Michelin", guido prendendo grandi pozzanghere sul lato della strada, osservo incuriosito un solo attimo di pausa con un brevissimo arcobaleno per aria. Il cambio del mese è andato così e bisogna prenderne atto.
Così mi è venuto in mente Francesco Guccini, uno dei cantori della mia generazione, che sento vicino anche per la sua storia mai cancellata di essere un montanaro, anche se appenninico. Ricordo la sua canzone, così piena di intuizioni come fossero vecchie foto "Polaroid", in queste ore di pioggia di una giornata uggiosa: «Ma dove sono andate quelle piogge d'aprile che in mezz'ora lavavano un'anima o una strada e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile bucando la terra dura e nuova come una spada?
Ma dove quelle piogge in primavera quando dormivi supina, e se ti svegliavo ridevi,
poi piano facevi ridere anche me con i tuoi giochi lievi?»
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Dai boatos alla realtà

In Politica da sempre c'è - in un crescendo rossiniano figlio dei tempi - l'incognita dell'incidenza della Magistratura. Il caso italiano è significativo, pensando al solito esempio: il passaggio dalla Prima Repubblica alla sedicente Seconda Repubblica non è avvenuto per mano di un cambiamento costituzionale importante, tale da modificare la numerazione, ma dalle inchieste assai incidenti dell'epoca di "Tangentopoli".
Nel nostro piccolo della Valle d'Aosta, pensando proprio alle vicende politiche che portarono Augusto Rollandin ad essere un giovane presidente della Regione, ci fu invece l'"Affaire Casinò" all'inizio degli anni Ottanta, che pareva in realtà chissà cosa per poi sgonfiarsi sino all'ultimo grado di giudizio.
Ma intanto aveva agito con evidenti discontinuità.

Le insidie del "meno peggio"

Immagino che ognuno di noi abbia in mente delle espressioni che lo imbufaliscono. Viviamo, per altro, in un'epoca nella quale certi "tic" linguistici, determinati intercalari, modi di dire modaioli ammorbano le nostre conversazioni.
Io devo dire che trovo sempre più insopportabile, a giustificazione di qualunque cosa, l'utilizzo del rassegnato «meno peggio» ad indicare scelte e situazioni che non soddisfano, ma che debbono essere considerate come una soluzione accettabile rispetto ad altri scenari preferibili ma non raggiungibili.
Ne ha scritto nei suoi quaderni pure Antonio Gramsci, che la butta ovviamente in Politica: «Il male minore o il meno peggio (da appaiare con l'altra formula scriteriata del "tanto peggio tanto meglio"). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che "peggio non è mai morto")».

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