L'addio a Pansa

Giampaolo PansaHo conosciuto Giampaolo Pansa a Courmayeur nel 1987, quando mi presentai per la prima volta alle elezioni politiche. A presentarmelo fu Gioachino Gobbi, che era suo buon amico. All'epoca, infatti, il celebre giornalista casalese frequentava Courmayeur ed era affezionatissimo a questo suo "buen retiro" valdostano, che poi abbandonò per via delle vicenda familiari legate al divorzio dalla moglie.
Era un uomo di grande umanità e simpatia e mi capitò spesso di frequentarlo a Roma. Lui era in quegli anni un segugio della politica senza eguali e lo trovavo nel famoso Transatlantico, quella parte della Camera dei Deputati, vero e proprio salone che si trova di fronte agli ingressi principali dell'aula, chiamato - essendo corridoio di sosta di deputati, funzionari e giornalisti - «il corridoio dei passi perduti».

Battuta pronta, tono scherzoso che virava al vetriolo, parlata strascicante che ne tradiva le origini monferrine era mano di ferro in guanto di velluto, capace di svelare con capacità gli intrighi della politica romana come nessun'altro, ma anche editorialista su qualunque tema, perché uomo colto forgiato alla scuola degli storici torinesi di Scienze Politiche a Torino (fra gli altri il suo relatore della tesi Guido Quazza).
Quando ci si incontrava, con tono confidenziale, ci si faceva qualche chiacchiera assieme e qualche volta mi citò negli articoli per simpatia. In un'occasione per parlargli di un dossier delicato che seguivo - andai in Via Po a Roma, dove c'era la sede storica di quel settimanale che è stato il "suo" giornale per decenni, "L'Espresso", che leggo ancora oggi e che mio papà comprava quando era un grosso lenzuolone e dunque avevo un rapporto con quella testata che mi accentuò l'emozione di essere in uno dei templi dell'informazione italiana. Mi presentò il direttore di allora, Claudio Rinaldi, e poi rimanemmo a lungo a parlare nel suo ufficio. Era un uomo curioso, come dev'essere un buon giornalista, e andammo avanti parecchio a raccontarci delle storie e chiedeva sempre informazioni, quando ci si incontrava, su quella che lui chiamava «la Vallée» ed anche su qualche dietro le quinte dei Palazzi romani che avevo imparato a conoscere.
Lasciai Roma e ci perdemmo di vista in anni in cui Pansa incominciò - era proprio il 2001, quando terminò il mio ruolo di deputato - a scrivere della Resistenza, cui aveva dedicato la già citata tesi di laurea, ma lo fece - da uomo di Sinistra quale era sempre stato - rompendo dei tabù e ciò gli costò carissimo. Infatti in una serie di libri, che ho letto ovviamente con attenzione, Pansa parlò delle violenze compiute dai partigiani nei confronti dei fascisti e della popolazione. Era, come scrisse, una storia dalla parte dei "vinti" e non dei vincitori a rischio retorica, che nulla secondo me aveva a che fare con l'antifascismo da sempre da lui professato, ma si trattava di avere il coraggio dire la verità, andando controcorrente e forse proprio le reazioni violente nei suoi confronti, l'essere per certi versi considerato un traditore lo spinsero infine a pigiare sull'acceleratore sino a diventare editorialista su giornale di Destra. Solo di recente, con esemplari articoli settimanali, era rientrato al "Corriere della Sera", come se alla fine tutto si fosse ricomposto, anche se restava l'ingiustizia di una Sinistra, specie quella comunista, che ha avuto un ruolo negativo nel tentativo di appropriarsi di tutta la Resistenza ed ha voluto negare eccessi, ingiustizie e lati oscuri del mondo partigiano. Riconoscere la grandezza dell'antifascismo voleva anche dire - e Pansa lo ha fatto - conteggiare errori e orrori, che ci stanno in ogni fenomeno umano quando lo scontro si fa brutale. Questo non ha nulla a che fare con la consapevolezza di chi avesse torto e di chi avesse ragione.
In mezzo a tutto questo, a piegarlo moltissimo, ci fu la morte del figlio Alessandro per un infarto nel 2017 e l'indicibile dolore che lo sconvolse e che penso lo invecchiò più del dovuto, piegando anche un vecchio leone come lui. Scrisse una lettera commovente a questo suo figlio, che finiva così e vale forse per chi non lo conosceva per conoscere la forza dei suoi sentimenti: «Con la tua partenza, quel mondo è finito del tutto. Da parecchio, la notte non traffico con il frigo. Cerco di dormire. E ci riesco soltanto perché mi accuccio nel fianco di Adele. Da una settimana cerco di non pensare che tu, caro Alessandro, te ne sei andato chissà dove. E ti confesso che ho il terrore di sognarti. Però, mio bel fieu, mio bel ragazzo, ti accoglierò sempre a braccia aperte. O con un cazzotto sulla spalla. Come facevo quando venivi a trovarci. Mi piacerà ascoltare di nuovo la tua voce che mi dice: "Fai bene a scrivere contro questi nuovi politici che stanno portando il nostro Paese al disastro". Ritroveremo così quell'intesa che a volte ci è mancata. Ti voglio bene. Giampaolo, il tuo papà».
Per il giornalismo italiano è una perdita: una grande penna, un uomo arguto e profondo che se ne va, lasciando un vuoto incolmabile.

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