Il declino dei pentastellati

Luigi Di Maio e Matteo Salvini con il premier Giuseppe ConteIn politica spesso basta aspettare e dimostrare pazienza anche di fronte a fenomeni eclatanti che, nell'umoralità crescente di parte degli elettori, durano poco, perché quando emergono troppe incertezze anche il cittadino più smarrito cerca altre strade, dopo aver visto la differenza fra il "dire" e il "fare".
Chi ha irriso con volgarità e senza uno straccio di rispetto la "vecchia politica" oggi paga il dazio. Mi riferisco ai "pentastellati", un tempo "grillini", che avevano conquistato la scena - ed in Valle d'Aosta hanno pure espresso l'unica deputata valdostana subito desaparecida - cavalcando l'odio per la Casta a colpi di «vaffa» come terapia gradita a molti elettori.

Ben presto si è visto l'abisso fra protesta e proposta e, accomodatisi ai posti di governo in grandi città come Roma e Torino e poi al Governo nazionale, hanno dimostrato incapacità estreme e cambi di rotta grotteschi, come l'abolizione della storia dei due mandati, archiviata con spregio della matematica (la prima elezione vale... zero).
Il leader Luigi Di Maio - protagonista estivo delle feste in Costa Smeralda, passo in avanti rispetto alla piscina rimovibile del casale domestico in Campania - ha di fatto soppiantato Beppe Grillo e sfugge per ora quale sia il rapporto con Davide Casaleggio, a capo della "Piattaforma Rousseau" nella successione dinastica del papà Gianroberto. Resta ancora tutta capire questa "cabina di regia" che ha sempre deciso i destini dei "Cinque Stelle" con una forma di democrazia diretta on line, con un pugno di militanti che decidono, rispetto a milioni di voti di italiani troppo facilmente presi all'amo da questo decantato cambiamento.
Mentre, invece, all'amo ora ci sono i parlamentari pentastellati, una schiera che perde pezzi mese dopo mese, che sono come pesci pescati dal vero leader di governo, il leghista Matteo Salvini, che con una piccola percentuale di voti si sta mangiando l'alleato e cresce ogni giorno nei consensi, spingendo i pentastellati verso una perenne crisi di nervi.
La ragione? Con la minaccia del voto anticipato un numero enorme di eletti dei "Cinque Stelle" resterebbe a casa e dunque qualunque cosa imponga il capo della Lega finisce per andare bene e sceneggiate parlamentari come il voto contrario sulla "TAV" non fermano il crollo di consensi che è dimostrato da sondaggi impietosi ben rappresentati anche dall'esito recente delle Europee. Il capolavoro di incoerenza per chi nato anti-europeista è stato il voto a Strasburgo a favore della nuova Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che di certo non ha nulla del famoso nuovismo cavalcato dai pentastellati.
Sic transit gloria mundi e già suonano campane a morto per il povero Di Maio e scalpita il "rivoluzionario" campesino Alessandro Di Battista, che potrebbe mostrare il volto duro e puro, dopo un periodo sabbatico gradito a tutti i cultori del congiuntivo.
Vero che si può ridere, ma se si studia a fondo il progetto vero della democrazia digitale pentastellata non c'è niente da ridere. Esiste in molti documenti un disegno chiaro di stampo autoritario che intende smontare capisaldi della democrazia rappresentativa nel nome di visioni quasi fantascientifiche del futuro in un misto di utopie e balle spaziali con scarsa trasparenza e elementi di opacità che sono sfuggiti a un mare di elettori amanti della logica da ghigliottina, ora rinsaviti.
Infatti molti di loro hanno ormai ammesso pubblicamente di aver preso un abbaglio e dunque in caso di elezioni anticipate sarà evidente l'eclissi di un fenomeno politico scontratosi con la realtà: per governare ci vogliono competenze e conoscenze, perché non bastano gli slogan martellanti e amorali via Web e l'odio in pillole con diuturni strali alla Savonarola che si sciolgono come neve al sole, raggiunte le poltrone giuste.

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